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La gang di Roubaix, i rapinatori di Al Qaeda

Nel 1996, sebbene la minaccia del terrorismo islamista fosse percepita come distante dal grande pubblico occidentale, l’Internazionale jihadista ruotante attorno ad Al-Qāʿida aveva da tempo messo in moto quel processo che cinque anni dopo avrebbe condotto al fatidico 11 settembre 2001.

Nel 1996, nonostante soltanto qualche addetto ai lavori sapeva chi fosse e cosa volesse Osama bin Laden, la situazione era ben diversa in Francia. Un po’ perché la Francia era alle prese col jihadismo sin dagli anni Ottanta. E un po’ perché quello fu l’anno della gang di Roubaix.

La storia della gang di Roubaix inizia a Zenica, Bosnia ed Erzegovina da poco indipendente, nel 1992. Quell’anno, negli ospedali da campo installati nella repubblica al centro delle guerre jugoslave, tra i tanti medici volontari in arrivo dall’estero giunge un giovane studente di nazionalità francese: Christophe Caze.

Caze, all’epoca ventitreenne, è un idealista. È in Bosnia per cambiare il mondo. È in Bosnia per dare più di quanto abbia. E sarà quell’idealismo a condurlo dal cattolicesimo, dal quale stava allontanandosi da tempo, all’Islam radicale, conosciuto di sfuggita nella sua città natale: Roubaix. Determinanti saranno gli incontri con Fateh Kamel, un algerino con alle spalle la lotta ai sovietici in Afghanistan, e Lionel Dumont, un concittadino e connazionale convertitosi all’Islam radicale in Somalia qualche anno prima.

Nel 1995, a guerra finita, il trio è divenuto un tutt’uno inseparabile e vorrebbe esportare la causa jihadista da Sarajevo al mondo. Kamel, il più agganciato nell’internazionale del terrorismo islamista, si mette al lavoro per trovare un nuovo scopo esistenziale. L’idea prende rapidamente forma: tornare in patria, cioè in Francia, e mettere in piedi una cellula terroristica al servizio del Gruppo islamico armato, col quale Kamel è in contatto.

Il trio di Zenica si sposta a Roubaix all’indomani degli accordi di Dayton. È la fine del 1995. Iniziano immediatamente a fare proseliti tra la piccola umma della città, a cercare appoggi internazionali e a capitalizzare la rete di conoscenze costruita durante la guerra di Bosnia.

Caze è diventato il figlioccio di uno degli imam radicali più noti degli anni Novanta, il londinese Abu Hamza al-Masri, dal quale viene formato ideologicamente. È, ora, il capo della banda e si fa chiamare Walid. Il suo carisma ha trascinato Mouloud Bouguelane e Bimian Zefferini dalla Bosnia e rapito sette concittadini: Nuri Altinkaynak, Seddik Benbahlouli, Hocine Bendaoui, Amar Djouina, Saad Elahiar, Rachid Souimdi e Omar Zemmiri.

L’atto primo della banda è una rapina a mano armata in un minimarket di Wattrelos, al confine col Belgio, consumata il 20 gennaio 1996. Il colpo è un successo: nessun ferito, nessun inseguimento con la polizia, un bottino rilevante: 645 mila franchi.

L’atto secondo ha luogo il 27 gennaio: il furto di un’automobile a Croix-Caluyau. Questa volta non hanno fortuna. Beccati da una pattuglia di passaggio, i ladri reagiscono al suono delle sirene facendo fuoco. I poliziotti, feriti, ad una sparatoria impari preferiscono la fuga.

Il mese di febbraio vede una serie di colpi tra il 3 e l’8, poi il silenzio fino a marzo. Il 3 una rapina ad un Aldi sito a Lomme, valevole un malloppo di 20 mila franchi, e una tentata rapina in un negozio a Haubourdin. Il 7 un colpo a un Lidl di Auchy-les-Mines, anch’esso conclusosi con l’ottenimento di una refurtiva pari a circa ventimila franchi.

L’8 febbraio è il giorno di due rapine in simultanea commesse da due gruppi. La prima, ai danni di un LIDL a Faches-Thumesnil, termina con un magro bottino: circa ventimila franchi. La seconda, compiuta in un ALDI a Croix-Caluyau, termina con un violento inseguimento con le forze dell’ordine e con la morte di Hammoud Feddal, un malcapitato ritrovatosi nel posto sbagliato al momento sbagliato, colpito dai proiettili della banda.

Dopo più di un mese di silenzio, forse imposto dall’inavvertita uccisione di un cittadino innocente o forse dalla necessità di prepararsi al salto di qualità, la banda ricompare il 25 marzo. Un commando assalta un portavalori con un lanciarazzi, nei pressi di Leers, ma appropriarsi del denaro si rivela impossibile. Troppo rumore.

Il 28, a Lille, l’atteso salto di qualità: il gruppo parcheggia un’autobomba davanti al commissariato centrale di polizia. La vettura era stata caricata con materiale sufficiente a disintegrare l’intero edificio, secondo i bombaroli della banda, ma l’esplosione non procurerà danno alcuno, se non la distruzione della macchina stessa.

Il primo aprile è previsto l’inizio del G7, proprio a Lille, e l’Eliseo è in allarme per la sequela di sanguinosi eventi. Il timore è che la banda abbia come obiettivo proprio il forum internazionale, perciò l’eclatante sbarco nella città. È il momento di agire, di far intervenire gli agenti speciali del Raid (Recherche, assistance, intervention, dissuasion).

Che le rapine dei mesi precedenti e l’attentato terroristico fossero collegati, la polizia francese lo aveva capito grazie a un meticoloso lavoro di rintracciamento targhe e pedinamenti. Con le targhe erano arrivate delle identità, con le identità degli indirizzi. E tutti gli indirizzi portavano a Roubaix.

Il 29, all’antevigilia del G7, un commando del Raid fa irruzione in un alloggio sotto sorveglianza localizzato a Roubaix. Ne segue una violenta sparatoria, che, aggravata dall’utilizzo di esplosivi, causerà il collasso del condominio. Bilancio finale: quattro morti (tutti della banda) e due feriti (tra i poliziotti).

Nelle ore successive del 28 marzo, l’ultimo giorno di vita della banda di Roubaix, verranno arrestati altri membri e ucciso Caze in una sparatoria con la polizia belga. Breve sarà la fuga dalla giustizia di Kamel, estradato dal Canada nel 1999, Zefferini, ucciso in un’operazione di polizia nella cara vecchia Zenica nel 1997, e di Dumont, intercettato a Monaco di Baviera nel 2003. Molto più lunga, invece, quella di Benbahlouli, ancora oggi latitante.

Il processo alla banda di Roubaix, terminato soltanto nel 2007, avrebbe rivelato i legami con l’internazionale del terrorismo islamista, in particolare col Gruppo islamico armato e Al-Qāʿida, e amicizie pericolose da Londra a Montreal. Prove forti, sì, ma non abbastanza da giustificare pene severe. Perché uno dopo l’altro, a partire dal 2011, i sopravvissuti di Roubaix sono tornati in libertà. L’ultimo è stato Dumont, che ha rivisto la luce del Sole a inizio 2022, scontando diciannove anni su venticinque comminati.

Raccontare della banda di Roubaix, nonostante gli anni che ci separano dalle sue gesta, non è mai stato così importante. Perché gli eventi successivi hanno dimostrato che la Francia non ha imparato nulla dalla sua storia, non avendo operato né per riprendere il controllo delle zone grigie al proprio interno, né per contrastare la radicalizzazione religiosa.

I banditi di Roubaix furono i primi francesi di cui si ha notizia che, convertitisi all’Islam radicale, hanno sposato la causa del jihadismo e seminato morte in Francia. Un piano per la comprensione globale del fenomeno, inclusivo di gestione del fascicolo banlieue, avrebbe potuto evitare che altri seguissero le loro gesta.