Cos’è il G5 Sahel

 

Il G5 Sahel è un‘iniziativa militare congiunta a cui prendono parte Mali, Niger, Ciad, Mauritania e Burkina Faso per favorire la stabilità e la sicurezza nella regione del Sahel. Quest’area del mondo, infatti, è segnata dalle attività di gruppi radicali jihadisti che operano, con relativa impunità, attraverso i confini nazionali dei diversi Paesi. Le azioni dei terroristi sono favorite dalla conformazione territoriale regionale, che consta di ampi spazi desertici difficili da pattugliare e da frontiere porose e poco controllate. L’insurrezione degli estremisti islamici ha un carattere realmente transnazionale e ciò la rende, in un certo senso, ancora più difficile da contrastare e da controllare.

 

 

La G5 Sahel vede la luce nel febbraio del 2014 ed ha come obiettivi primari quelli di favorire il coordinamento delle politiche di sicurezza dei diversi Stati coinvolti, dall’area dell’intelligence al settore più propriamente militare e di integrare e far sviluppare le aree più remote e marginali delle nazioni partecipanti. I quattro pilastri chiave ed operativi, infatti, sono quelli della governance, della resilienza, della difesa e delle infrastrutture. La grave crisi politica che colpì il Mali nel 2012 e che in breve tempo trascese in una vera e propria guerra civile è stata, di certo, l’impulso fondamentale che ha portato alla nascita dell’organizzazione. I gruppi jihadisti, infatti, giunsero sul punto di conquistare il Paese africano che riuscì a salvarsi solamente grazie all’intervento militare della Francia, che impedì il crollo della struttura statale e riuscì’ a contenere l’avanzata dei terroristi respingendoli, poi, nelle aree desertiche del nord. I militanti, legati tanto ad Al-Quaeda quanto allo Stato Islamico ed a gruppi locali, hanno poi iniziato a colpire anche il Burkina Faso ed il Niger, sempre partendo dalle proprie basi in Mali ed espandendosi progressivamente a macchia d’olio. La trasnazionalizzazione jihadista ha richiesto una risposta collettiva ed uniforme, che non facesse ricadere la tutela della sicurezza nella regione solamente sulle spalle di Parigi e ciò portò alla nascita della G5 Sahel.

La cooperazione all’interno dell’associazione è stata favorita dall’emergere di una struttura che potesse dare maggiore stabilità all’ente: la Conferenza dei Capi di Stato determina gli orientamenti politico-strategici della G5, il Consiglio dei Ministri ha il compito di attualizzare le decisioni adottate dalla Conferenza mentre il Segretariato Permanente deve implementare quanto stabilito dal Consiglio. Un funzionamento piramidale, dunque, in grado di coordinare la cooperazione transnazionale su diversi livelli. Nel novembre del 2014 gli Stati membri determinarono che avrebbero agito in maniera coordinata nell’affrontare il terrorismo ed in particolare modo in riferimento alla conclusione di accordi di partnership con attori regionali ed internazionali.  In questo ambito, dunque, si è rafforzata la cooperazione strategica con la Francia, ex potenza coloniale della regione e per lungo tempo dominus delle vicende politiche locali. Il vero e proprio salto di qualità fatto dalla G5 Sahel è stato poi deciso nel novembre del 2015 ed implementato nel luglio del 2017:  la creazione di una forza militare congiunta (JF-G5S), composta da contingenti militari messi a disposizione dagli Stati Membri consistenti in circa cinquemila effettivi. La JF-G5S ha integrato anche la task force Liptako-Gourma, creata da Niger, Mali e Burkina Faso per pattugliare i propri confini reciproci. I compiti di questa forza militare congiunta sono quelli di lottare contro il terrorismo ed il crimine internazionale, di facilitare le operazioni umanitarie e di sviluppo ed il rafforzamento dell’autorità statale: nelle sue attività deve tenere conto della presenza dei soldati francesi dell’operazione Barkhanè, impegnati a lottare contro i jihadisti e dell’operazione di peacekeeping delle Nazioni Unite, la Minusma.

I problemi legati alle attività della JF-G5S sono stati, sin da subito, di natura economica. L’area del Sahel è tra le più povere al mondo e gli Stati Membri non avevano le risorse necessarie a garantire un corretto funzionamento della struttura: in questo senso si sono rivelati importanti i contributi dell’Unione Europea, che ha fornito 70 milioni di dollari per il primo anno di operatività ed anche degli Stati Uniti, che hanno offerto 60 milioni di dollari. Il supporto esterno non è venuto meno con il passare degli anni: nel luglio del 2019 Bruxelles si è impegnata a versare 138 milioni di euro per sostenere la forza militare congiunta. Appena una settimana prima, proprio a questo proposito, il Capo di Stato del Niger aveva chiesto l’aiuto delle Nazioni Unite o di una coalizione internazionale per contrastare il fenomeno terroristico nell’area. L’incapacità della G5 Sahel di autofinanziarsi, in ogni caso, la rende strutturalmente debole e ne accentua la dipendenza dall’estero e dalla volontà politica dei sostenitori, mutevole e soggetta a possibili ed improvvisi cambiamenti. I fondi internazionali promessi, che ammontano a circa 430 milioni di dollari, sono inoltre arrivati a destinazione piuttosto lentamente ed appena 56 milioni di dollari sono effettivamente giunti nelle casse dell’organizzazione.

Secondo un report, diffuso nel novembre del 2019 dalle Nazioni Unite, i soldati della forza militare congiunta sono penalizzati da livelli di addestramento piuttosto scarsi e da una certa carenza di equipaggiamento militare. Antonio Guterres, Segretario Generale delle Nazioni Unite, ha sottolineato come l’assenza di velivoli militari, veicoli corazzati e da trasporto aumenta esponenzialmente i rischi, per i militi, derivanti dagli ordigni piazzati dai militanti islamisti. Più in generale queste carenze di tipo logistico impediscono l’esecuzione di operazioni anti-terrorismo efficaci, limitate anche da fattori climatici come la stagione delle piogge. Nel corso degli anni le forze jihadiste sono riuscite ad espandere il proprio raggio di azione ed a compiere nuovi attacchi nella regione del Sahel, destabilizzando le comunità locali, causando perdite tra le forze armate e generando il panico. Tra il gennaio ed il novembre del 2019 oltre 1500 civili sono stati uccisi nei solo Mali e Burkina Faso mentre circa un milione di persone, nei cinque Paesi facenti parte della G5 Sahel, sono state costrette ad abbandonare le proprie case a causa delle violenze.

Una delle soluzioni ai cronici problemi della G5 Sahel potrebbe giungere dalla collaborazione e dal mutuo supporto tra Stati africani: in questa direzione va ad inserirsi l’iniziativa dell’Ecowas, la Comunità Economica degli Stati dell’Africa Occidentale, che ha annunciato, alla fine del 2019, l’avvio di un piano per combattere il terrorismo nella regione del Sahel. Questo piano verrà finanziato da un fondo di un miliardo di dollari, che contribuirà a sostenere le operazioni militari, individuali o congiunte, portate avanti dagli Stati dell’area. L’Ecowas, che raggruppa 15 nazioni dell’Africa Occidentale, vede con molta preoccupazione l’espansione delle attività jihadiste nel Sahel: Jean-Claude Brou, presidente della Commissione dell’Ente, ha infatti ricordato i 2,200 attacchi sferrati dai terroristi negli ultimi quattro anni, gli 11,500 caduti tra i civili, le migliaia di feriti ed i gravi danni che ha subito il tessuto economico, già precario, della regione. Una situazione drammatica che sembra senza via d’uscita e che continua a rinforzarsi grazie ad un’attività di contrasto inefficace o carente.

Il ruolo giocato da Francia, Stati Uniti e dall’Unione Europea, invece, rischia di non rivelarsi del tutto benefico per la stabilità dell’area. In primis perché l’attenzione ed i fondi dedicati da queste nazioni od organizzazioni al supporto della lotta al terrorismo nel Sahel è strettamente legato alla propria agenda politica interna del momento e può essere influenzato da mutamenti nell’opinione pubblica oppure da cambi di governo. L’instaurarsi di dinamiche neocoloniali, inoltre, rischia di far apparire gli esecutivi della regione come troppo dipendenti da direttive e finanziamenti esterni rendendoli, paradossalmente, più facilmente attaccabili dalla propaganda jihadista. Nessuna nazione, infine, come insegnano molti esempi storici e da ultimi gli Stati Uniti in Afghanistan, è disposta ad impegnarsi a tempo indeterminato per risolvere i problemi politici o bellici di una regione del mondo lontana e remota. La smobilitazione, quando giunge, rischia di travolgere l’intera impalcatura costruita con fatica nel corso degli anni.

Il rafforzamento della cooperazione tra Mali, Niger, Ciad, Mauritania e Burkina Faso è destinato ad avere successo solamente in caso di sconfitta dei movimenti legati al terrorismo jihadista nel Sahel. Le prospettive geopolitiche della regione, infatti, sono di fronte ad un bivio: da un lato c’è la prospettiva di una rinnovata efficienza della G5 Sahel che possa essere in grado, anche ma non solamente, grazie al supporto della comunità internazionale di stabilizzare l’area oggetto di scontri ed instabilità, mentre in caso di fallimento dell’iniziativa e di non raggiungimento dei suoi obiettivi il modello cooperativo su scala regionale potrebbe conoscere un brusco arresto. Quest’ultimo sviluppo, come in un circolo vizioso, potrebbe portare ad un rafforzamento dei gruppi degli insorti ed alla trasformazione del Sahel in un nuovo fronte aperto di lotta al terrore. Il successo del modello della G5 Sahel, dunque, è particolarmente importante per l’intera Africa Centro-Settentrionale.


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