Cos’è Al Shaabab

La milizia di Al Shabaab è uno dei più grandi gruppi terroristici che opera in Africa. La sua storia nasce da quell’anarchia che regna da decenni in Somalia. Ed è solo dalla storia recente del Corno d’Africa che si può comprendere come questa milizia, fra saccheggi, sangue e affiliazione ad Al Qaeda, sia riuscita a costituire un vero e proprio regno del terrore.

Per capire ciò che oggi avviene in Somalia occorre fare un passo indietro, andare a scovare nel passato recente e solo da lì si possono iniziare a tirare i fili dell’intricata ragnatela di problemi che sconvolgono il presente della nazione. Se il nome Al Shabaab è noto a livello planetario e se l’incubo del terrorismo è ormai una condizione sine qua non quando si parla di Somalia, per capire però da dove nasce e dove affonda le radici lo jihadismo nel Corno d’Africa ecco che bisogna ritornare agli anni ’90.

L’ex colonia italiana dopo la morte di Siad Barre precipita in una feroce quanto impietosa guerra civile. Sul terreno non si scontrano degli eserciti regolari, ma milizie che i signori della guerra armano e orchestrano. Il Paese diviene lo scacchiere di Aidid, Alì Mahdi e altri warlords e la Somalia precipita in una crisi senza precedenti. Le immagini degli uomini ridotti a scheletri umani di Baidoa fanno il giro del mondo e le violenze fanno propendere l’ONU e gli USA per un intervento sul campo.

Nel 1992 sbarcano quindi i primi marines sulle spiagge della capitale Mogadiscio, ma quella che nei programmi doveva essere una missione lampo, chiamata Restor Hope, in realtà si rivela una sconfitta senza precedenti per il contingente internazionale che, infatti, nel 1994 si ritira lasciando il Paese ulteriormente agonizzante.

È dunque l’anarchia pura a dettare legge: miliziani armati, jeep con installate mitragliatrici che combattono di quartiere in quartiere, nessun governo centrale e accordi di pace che si sgretolano ancora prima di essere firmati. È in questo contesto che arrivano i finanziamenti dall’Arabia Saudita: nascono nuove madrasse e si moltiplicano le moschee, arrivano imam e, insieme a loro, denaro. I bambini vengono quindi mandati a studiare nelle scuole coraniche dove ricevono insegnamento e nutrimento e le famiglie, in un Paese ormai privo di strutture e in cui il cibo è una ricchezza che non tutti si possono permettere, accettano di buon occhio e senza porsi troppi interrogativi i nuovi predicatori radicali.

Il credo islamista e la militanza fondamentalista prendono dunque piede e nasce il primo movimento islamico dotato di un’agenda politica, in netto contrasto con i signori della guerra. Il gruppo Al-Ittihad Al-Islami occupa e amministra per un breve periodo i porti di Chisimaio e di Merca, dove riesce a ottenere il consenso della popolazione per il rigore dell’amministrazione, in contrasto con i metodi predatori dei signori della guerra. Poi i fondamentalisti occupano Luuq e anche qui trovano il supporto dei cittadini, che vedono nei mujaheddin somali e nella sharia il ritorno di una parvenza di Stato. Al-Ittihad viene però definitivamente sconfitta da un’avanzata etiope nel ’96 ma il solco dell’islamismo in Somalia è ormai tracciato.

Dopo Al-Itthiad nasce un nuovo gruppo fondamentalista: l’Unione delle Corti Islamiche che inizia a combattere e vincere contro l’Alliance for Restoration of Peace and Counterterrorism, un’alleanza di warlords supportata dagli Usa, creata in chiave anti islamica. I signori della guerra, tuttavia, nonostante l’aiuto di Washington, perdono terreno e l’UCI prende il controllo di Mogadiscio e, una volta nella capitale, intraprende una vera e propria rivoluzione. Vengono riaperti l’aeroporto e il porto, i check-point cittadini vengono rimossi e le milizie disarmate. Inoltre il diritto islamico esercitato dai giudici dà una parvenza di ordine pubblico e di giustizia in un Paese che da anni ne è orfano. L’Islam radicale ormai si è impossessato del cuore della Somalia e, nel mentre, sta nascendo una fazione di giovani combattenti guidata da Aden Hashi Ayro, che viene battezzata Al Shabaab, “la giovinezza”, appunto.

L’Islam inizia a spaventare gli Stati Uniti, che decidono quindi di supportare il governo federale di transizione insieme all’Etiopia, e nel 2006 si arriva all’ennesima invasione della Somalia da parte dell’esercito di Addis Abeba. L’Unione delle Corti Islamiche occupa Chisimaio, che si trovava sotto il controllo della milizia legata a Barre Hiirale, ministro della difesa del governo federale. L’occupazione della città marittima è quindi il pretesto per l’intervento dell’Etiopia, che sconfigge le Corti Islamiche e molti esponenti delle UCI fuggono in Eritrea; ma, se sul campo è una vittoria apparente, quella condotta dagli etiopi insieme al governo federale in realtà è una sconfitta politica. La Somalia, che ha combattuto per oltre trent’anni per l’indipendenza dall’Etiopia, ora rivede la bandiera di Addis Abeba sul proprio suolo e così la popolazione, spinta da un sentimento di identità somala, si appella a Al Shabaab come forza armata di resistenza e opposizione da puntare al cuore del potente vicino.

Al Shabaab è un movimento trasversale, formato da diverse identità claniche alle quali si aggiungono in breve tempo anche forze transnazionali provenienti dalla jihad afghana, dal Pakistan, dall’Arabia Saudita e dal Sudan e saranno proprio queste ultime poi a introdurre le tecniche suicida nel gruppo.

Durante il biennio di occupazione etiopica, Al Shabaab allarga le proprie fila, passando da 400 combattenti a diverse migliaia e presenta una struttura interna organizzata, formata da quattro organi di governo: la Shura, una sorta di parlamento composto da 50 membri, l’Al-Da’wa, un organo di predicazione e arruolamento di nuovi miliziani, Al-Hesbah, che è la polizia religiosa, e l’Al-Usra, cioè l’ala militare del gruppo. I successi arrivano. Gli jihadisti occupano Merca, Baidoa, Chisimaio, parte di Mogadiscio e alternano una strategia di guerriglia nelle zone dove comanda il governo somalo, a un controllo amministrativo nelle aree già in loro possesso.

Nel 2007, per contrapporsi alla ”gioventù”, viene istituita una nuova missione internazionale a guida dell’Unione Africana: l’Amisom (African Union Mission in Somalia), che per i primi 5 anni si scontra con i terroristi alternando vittorie e sconfitte; poi, nel 2012, il Consiglio di Sicurezza amplia la Missione portando gli effettivi a 17mila uomini e iniziando un’offensiva senza precedenti che porta alla vittoria contro Al Shabaab. Ma la versatilità della jihad somala mostra allora tutte le sue capacità. I mujhaeddin infatti passano alla guerra del terrore con estrema rapidità e iniziano a colpire anche oltre confine. Nel 2012 inoltre stringono un’alleanza con Al Qaeda, affiliandosi alla sigla terroristica con una scelta discussa che provoca contrasti interni all’organizzazione ma che, in un momento critico, si rivela però in grado di garantire rifornimento di uomini, armi e mezzi. Al Shabaab commette errori che vanno da un’applicazione radicale della Sharia all’adottare una visione politica semplicistica che sfocia nel totalitarismo e intanto accusa perdite sul terreno.
Sconfitta in campo aperto in Somalia, Al Shabaab allora mette in pratica azioni eclatanti e due su tutte servono a comprendere il grado di preparazione militare e strategica dei terroristi somali che nel settembre del 2013 compiono l’attacco contro il centro commerciale West Gate di Nairobi, dirottando l’attenzione del mondo su di loro e provocando 60 morti e 200 feriti. Alzano poi il tiro dell’efferatezza nell’aprile del 2015, quando assaltano il campus universitario di Garissa in Kenya, uccidendo 150 persone.

Dal 2017, Al Shabaab è entrata nel mirino degli Stati Uniti dal momento l’amministrazione Trump ha dichiarato guerra aperta ai miliziani somali, dando via a un’ escalation di raid e bombardamenti contro le postazioni degli jihadisti che, da un lato hanno portato alla morte di alcuni dei leader dell’organizzazione, come dimostra l’ultimo attacco sferrato l’8 marzo di quest’anno che ha provocato la morte di Bashir Mohamed Mahamoud sulla cui testa, dal 2008, pendeva una taglia di 5 milioni di dollari.

Ma, parallelamente, questo acuirsi dei bombardamenti ha però causato anche un’ingente, e mai bene precisato, numero di vittime civili e questi ”effetti collaterali” altro non hanno fatto che spingere sempre più giovani tra le fila della formazione jihadista. Inoltre Al Shaabab ha adottato la strategia della risposta immediata a ogni raid americano, compiendo quindi sempre più attentati e scaricando le responsabilità delle vittime sulle ingerenze statunitensi nel Corno d’Africa. Negli ultimi 3 anni si sono registrate infatti alcune delle azioni più sanguinarie del gruppo come l’attentato a Mogadiscio del 14 ottobre 2017, in cui hanno perso la vita oltre 350 persone, oppure quello del 29 dicembre 2019, quando il bilancio dell’esplosione di un’autobomba nel centro di Mogadiscio è stato di 81 morti e centinaia di feriti. E non si può dimenticare l’azione condotta da un commando di Al Shabaab in Kenya, il 5 gennaio di quest’anno, durante la quale sono stati uccisi 3 soldati statunitensi.

Il 13 febbraio 2020, in una dichiarazione dell’ambasciata americana a Mogadiscio, gli Stati Uniti hanno affermato di voler continuare a fornire assistenza militare all’ esercito somalo e il Country Report on Terrorism 2018 del governo degli Stati Uniti, ha inserito la Somalia tra i rifugi sicuri per il terrorismo in Africa insieme alla regione del Lago Ciad e alla zona trans-sahariana e , dopo il crollo del Califfato in Medio Oriente e l’apertura dei talebani in Afghanistan, queste tre regioni sembrano le aree del mondo deputate a divenire i nuovi territori di espansione dei gruppi integralisti islamici.

Negli ultimi mesi, inoltre la formazione Al Shabaab, oltre ad aver intensificato gli attacchi soprattutto contro le forze dell’Amisom, ha dato prova, ancora una volta, della sua incredibile versatilità strumentalizzando pure l’epidemia di Covid per allargare le proprie fila e fare proselitismo. I miliziani somali infatti hanno dichiarato che l’epidemia è diffusa “dalle forze dei crociati che hanno invaso il paese e dai paesi miscredenti che li supportano” e inoltre hanno definito l’infezione una punizione divina contro la Cina per il trattamento riservato alla minoranza musulmana uiguri e contro tutti coloro che perseguitano i musulmani nel mondo. Messaggi pericolosissimi, sopratutto in un Paese come la Somalia dove il tasso di analfabetismo è tra i più alti al mondo, che rischiano di vanificare gli sforzi delle autorità somale per controllare la diffusione del virus. Se l’epidemia dovesse dilagare, a causa anche della retorica estremista di Al-Shabaab, il timore è che gli jihadisti arrivino a impedire qualsiasi intervento umanitario e l’ex colonia italiana si troverebbe quindi in uno stato di disperazione assoluto, stretta tra virus e terrorismo islamico: uno scenario apocalittico senza vincitori ma con un solo grande sconfitto: il popolo somalo.

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