Come si diventa un jihadista?

Nel novembre 2018, a Milano, la polizia di Stato arresta un giovane dipendente di un’impresa per la bitumazione stradale: si chiama Issam Elsayed Elsayed Abouelamayem Shalabi ed è nato in Egitto, il 1° luglio del 1996. In Italia è arrivato da solo, per lavorare in un’azienda che aveva in appalto le pulizie di un Mc Donald’s nel centro di Teramo e poi a Cuneo. Gli agenti, però, lo fermano in un’abitazione del capoluogo lombardo, con l’accusa di associazione con finalità di terrorismo internazionale, perché considerato organico e vicino allo Stato islamico e intenzionato a sacrificarsi per Daesh. Ritenuto profondamente radicalizzato, gli inquirenti trovano sul suo cellulare materiale audio e video di propaganda. Insieme a lui, vengono fermati altri due connazionali, anche loro giovanissimi, di 23 e 21 anni. Shalabi è un miliziano che, secondo gli investigatori, prima dell’arresto ricopriva un ruolo significativo all’interno della complessa macchina di propaganda del Califfato: partecipava alle sue attività, gestiva le piattaforme social e impartiva ordini agli altri.

Tre anni prima, nel gennaio 2015, sempre a Milano, Monsef El Mkhayar e Tarik Abouala lasciavano improvvisamente il loro appartamento di via Iommelli, abbandonando anche la comunità Kayros che li aveva accolti durante gli anni della loro adolescenza, per partire per la Siria, con l’obiettivo di combattere per il gruppo di Abu Bakr Al Baghdadi, califfo dell’autoproclamato Stato islamico. Giovanissimi e soli, con un passato familiare complicato, El Mkhayar e Abouala sono stati i più giovani combattenti Isis partiti dall’Italia. Nei confronti del primo, l’unico rimasto in vita dei due, la Procura della Repubblica di Milano ha emesso un’ordinanza di custodia cautelare in carcere per terrorismo. È ancora ritenuto un soggetto molto pericoloso.

Ciò che accomuna i profili dei “radicalizzati” in Italia (e non solo) sono le storie personali, fatte di emarginazione e disagio sociale, la giovane età, le modalità di avvicinamento allo Stato islamico e l’idea che, in qualche misura, il “sacrificio” jihadista rappresenti una forma di riscatto. Per l’islamologo Paolo Branca, la provenienza non è un elemento così significativo per tracciare la loro identikit. Il fenomeno è, infatti, diffuso un po’ ovunque, dal Marocco alla Tunisia, fino alle periferie del Belgio o della Francia. Colpisce, invece, l’abbassamento dell’età anagrafica: quasi tutti, infatti, hanno meno di 30 anni e sono nati nella seconda metà degli anni Novanta. Secondo gli esperti, questo aspetto è legato a un aumento dell’arrivo di minori non accompagnati, che rappresenta il vero fattore di rischio: i giovani, di frequente, arrivano con un background fortemente compromesso e una scarsa educazione scolastica. La situazione di degrado in cui versano le loro vite ne amplifica il senso di isolamento: imparano a conoscere la criminalità, riescono a maneggiare un’arma e sanno dove procurarsela in caso di necessità. In Europa approdano alla soglia della maggiore età e, magari, finiscono in carcere per crimini minori, come furti, rapine o, più comunemente, per spaccio.

Uno dei primi avvicinamenti al fondamentalismo avviene proprio nei penitenziari, una zona d’ombra, dove si incrocia la fascinazione del riscatto che il messaggio jihadista sembra suggerire. L’incontro con delinquenti professionisti e il proselitismo rappresentano una combinazione esplosiva, perché l’ideologia crea una sorta di dipendenza. I giovani sedotti dalla propaganda di Daesh hanno processi di trasformazioni molto simili: spesso non sono religiosi praticanti, bevono e talvolta fanno uso di droghe. Dopo l’indottrinamento smettono di consumare alcolici e di drogarsi, sostituendo quelle abitudini all’ideologia che, in un certo senso, li imbroglia ma li appaga. Perché è, di fatto, una forma di redenzione.

Rispetto ad alcuni anni fa, il riconoscimento di un affiliato a un gruppo terroristico non risulta più così immediato. In passato, infatti, la barba lunga e la tipica tunica bianca, lunga fino sopra le caviglie (come quella indossata dal Profeta), potevano essere segnali da ricondurre ai gruppi salafiti. Oggi, invece, l’avvisaglia risulta meno evidente, perché il terrorismo muta sempre la sua forma. Tuttavia esistono segnali più sottili e che la maggior parte delle persone comuni non è in grado di riconoscere: i radicalizzati si possono riconoscere perché, all’improvviso, non danno la mano alle donne, cambiano le loro abitudini quotidiane, diventano paranoici, cambiano completamente i loro stili di vita, rifiutano di accarezzare un cane o non frequentano locali dove si consumano alcolici, perché ritenuti peccaminosi.

Il luogo ideale dove più facilmente ci si può avvicinare ai contenuti prodotti da Daesh resta però la rete (dove avviene il reclutamento) e non è un caso che gli elementi più interessanti gli inquirenti li trovino nei cellulari degli arrestati. Lì sono contenuti link, immagini, file audio che riconducono a giuramenti di fedeltà e a materiali pericolosi. Sul web ci sono gruppi Facebook, canali YouTube o Vimeo e, soprattutto, Telegram, dove le chat vengono criptate e sono raggiungibili, effettivamente, da chiunque. Internet è poi il terreno ideale per il proselitismo dello Stato Islamico perché è lì che i contenuti propagandistici vengono personalizzati in base alle esigenze dell’individuo: per alcuni c’è la promessa del paradiso per le persone care, magari decedute da poco; per altri c’è una forma di violenza che ha raggiunto livelli inediti anche per Al Qaeda. Anche perché con Daesh è sparita la struttura piramidale tipica del gruppo guidato da Bin Laden. Chiunque può diventare un predicatore e chiunque può agire, da solo: con un coltello, una pistola, una bomba o una macchina lanciata a tutta velocità sulla folla. Rispetto ai combattenti qaedisti, quelli di Daesh si accostano direttamente al jihadismo più violento, perché ciò che interessa loro è la violenza connaturata a questi gruppi, non tanto la dottrina religiosa.

Il messaggio dello Stato islamico, a differenza di quello di Al Qaeda e di Osama Bin Laden, conquista i giovanissimi per il suo contenuto messianico, da fine del mondo, che è tipico di Daesh: nel messaggio, infatti, si prospetta uno scontro finale in Siria e non è un caso che uno dei loro simboli sia Dabiq, la leggendaria città dove viene raccontato che ci sarà la battaglia definitiva tra il bene e il male. Questa fascinazione ha un peso notevole sulle menti più fragili, anche perché i più giovani cercano, da sempre, l’assoluto.