Chi era Abdullah Azzam, il mentore di Osama bin Laden

Il terrorismo islamista non nasce con Osama bin Laden e Al-Qāʿida e la sua epopea non terminerà una volta che lo Stato Islamico sarà divenuto un ricordo. Nuove organizzazioni verranno fondate e nuovi profeti del male irromperanno sulla scena, arruolando eserciti di psicolabili e seminando terrore in ogni luogo del pianeta, perché il terrorismo islamista non è un fenomeno contingente – semplice frutto della combinazione casuale ed omicida di trame geopolitiche, petrodollari, wahhabismo e modelli di integrazione fallimentari – ma il figlio di una precisa ideologia bonicida che vive in alcuni libri che vengono tramandati di generazione in generazione.

Quei libri, contrariamente a quanto si crede generalmente, non sono il Corano e la Sunna, i cui versetti (sure) e detti del profeta Maometto (hadith) ivi contenuti sono vulnerabili alla manomissione da parte di imam estremisti. Quei libri che hanno ispirato fanatismo, culto della morte, antioccidentalismo e voglia di scontro di civiltà, sono stati pubblicati ai primordi della globalizzazione e portano le firme dell’egiziano Sayyid Qutb, del palestinese Abdullah Yusuf Azzam e dell’indiano Abul Ala Maududi.

Azzam, ingiustamente considerato un dio minore più dedito alla spada che alla penna, fu il teorico del “jihad globale“, co-fondatore di Al-Qāʿida e mentore di bin Laden e Ayman al-Zawahiri.

Abdullah Yusuf Azzam, o Abd Allāh al-ʿAzzām, nasce in un giorno imprecisato del 1941 a Silat al-Harithiya, un piccolo villaggio a otto chilometri da Jenin, in quella che oggi è la Cisgiordania e che all’epoca era il mandato britannico di Palestina. Descritto da coloro che lo hanno conosciuto come un bambino prodigio, Azzam crebbe con la passione per la lettura e per lo studio, eccellendo in ogni materia oggetto d’insegnamento nella scuola di fortuna del villaggio.

Entra in contatto con la Fratellanza Musulmana durante la metà degli anni ’50, ovvero tra la pubertà e la prima adolescenza, introdotto da un insegnante, Shafiq Asad `Abd al-Hadi, colpito dalle sue doti. La Fratellanza, sosteneva al-Hadi, avrebbe dovuto supportare quel giovane dalla mente brillante e seguirlo passo passo, perché, una volta adulto, sarebbe potuto tornare utile all’organizzazione e all’intero popolo palestinese. La Fratellanza avrebbe seguito il suggerimento di al-Hadi, comprendendo anch’essa le qualità di quel pre-adolescente ossessionato dalla conoscenza, introducendolo agli studi islamici e alla figura del fondatore, Hasan al-Banna.

Terminato il ciclo di istruzione primaria, Azzam abbandona il villaggio alla volta di Tulkarm, dove ha sede la scuola agricola Khaduri. Una volta ottenuto il diploma, trascorre un anno ad insegnare in alcuni villaggi tra Cisgiordania e Giordania per poi trasferirsi in Siria nel 1963. Qui si iscrive alla facoltà di shari’a dell’università di Damasco – facendo la conoscenza dei più noti religiosi dell’epoca, tra i quali il futuro telepredicatore Mohamed Said Ramadan Al-Bouti – e si sarebbe laureato a pieni voti tre anni più tardi.

Una volta conseguita la laurea, Azzam decide di rincasare per dedicarsi alla predicazione e all’evangelizzazione nel proprio villaggio e nelle aree attorno a Jenin. Il ritorno a casa, però, si sarebbe rivelato più traumatico e drammatico di quanto pronosticato: nel 1967 esplode la guerra dei sei giorni, e la famiglia Azzam sarà cacciata dal proprio villaggio e costretta a rifugiarsi in Giordania – come loro, altri 300mila palestinesi.

Il ciclo storico si era appena messo in moto, anche se nessuno poteva saperlo: una trama internazionale avrebbe generato tante piccole sottotrame destinate a sbocciare e a spargere sangue negli anni a venire, tra cui quella della trasformazione di un pio predicatore in uno dei grandi protagonisti del terrorismo islamista dei primordi.

È in Giordania, dove lui e la sua famiglia sono stati costretti a scappare, che Azzam entra a far parte della realtà antisionista. Si arruola nell’Organizzazione per la Liberazione della Palestina del carismatico Yasser Arafat, per conto della quale partecipa ad operazioni di sabotaggio e disturbo ai danni delle forze armate israeliane, ma rapidamente inizia a provare un senso di alienazione verso la stessa.

Azzam è scettico nei confronti della natura laica, e tendente a sinistra, del gruppo; crede che la liberazione della Palestina non abbia a che fare con la politica ma con la fede, perciò la battaglia dovrebbe assumere dei connotati religiosi e agli sponsor statali – come l’Unione Sovietica – dovrebbe essere preferita la ricerca del supporto della umma, la comunità musulmana mondiale. Vi sono, all’interno di questo disaccordo, i semi di quello che Azzam, negli anni successivi, avrebbe definito il jihad globale.

Abbandonati l’OLP e la Giordania, il disincantato Azzam si reca in Egitto per studiare alla prestigiosa università al-Azhar, presso la quale ottiene un dottorato sui fondamenti della giurisprudenza islamica nel 1973. La sua tesi monumentale, lunga seicento pagine, fu scritta sotto l’influenza dei testi di Sayyid Qutb, il teologo dell’islam politico.

L’università al-Azhar si rivela il trampolino di lancio verso l’insegnamento di tematiche islamiche nel mondo arabo: ottenuto il dottorato, Azzam viene assunto come docente all’università re Abdul Aziz di Gedda, Arabia Saudita, presso la quale sarebbe rimasto sino al 1979. Qui, Azzam introduce gli studenti al suo pensiero sulla causa palestinese e, soprattutto, agli scritti del teoreta Qutb. Le sue lezioni e il suo carisma avrebbero condizionato un’intera generazione di studenti, tra i quali un giovane bin Laden. Le sottotrame evolvono e si intersecano.

Il 1979 è l’anno della svolta. L’Unione Sovietica invade l’Afganistan per salvare il futuro della rivoluzione comunista locale, e l’Occidente coglie l’occasione per mobilitare la umma in una guerra santa. Azzam, forte del ruolo detenuto e della nomea acquisita, proclama una fatwa (La difesa delle terre musulmane, il primo obbligo dopo la Fede) invitando i correligiosi a partecipare alla lotta di liberazione. La legittimità del documento viene suggellata dall’allora gran muftì saudita, Abd al-Aziz Bin Baz.

L’anno successivo si trasferisce in Pakistan per via dell’ottenimento di una cattedra all’università islamica internazionale di Islamabad, ma i suoi piani sono altri. Parallelamente alla docenza, stabilisce un centro di accoglienza e addestramento per aspiranti mujaheddin a Peshawar, al confine con l’Afganistan. Il sito, ribattezzato Maktab al-Khadamat, con lo scorrere del tempo sarebbe divenuto l’incubatore di un’entità molto più vasta e deleteria: Al-Qāʿida.

Azzam era il factotum di Maktab al-Khadamat: formatore spirituale, organizzatore e coordinatore dei viaggi da e per l’Afganistan, reclutatore, punto di contatto tra combattenti e finanziatori dell’insurgenza. Un suo ex studente, una volta conseguita la laurea a Gedda nel 1981, avrebbe deciso di abbandonare l’impresa di famiglia per dedicarsi al concretamento dei sogni di Azzam, finanziandoli persino. Il suo nome era Osama bin Laden.

L’approdo di bin Laden a Peshawar si sarebbe dimostrato determinante. Il ricco saudita utilizzò la propria disponibilità pressoché illimitata di denaro per espandere la rete di Azzam e incrementare i flussi di combattenti in entrata, pagando loro il viaggio e rendendo possibile l’arrivo di migliaia di volontari altrimenti privi dei mezzi per raggiungere il fronte.

È noto, inoltre, che sia Azzam che bin Laden traversarono più volte la frontiera per partecipare ai combattimenti. Teologi, sì, ma anche muhajeddin. E la loro presenza in trincea, documentata fotograficamente e videograficamente, avrebbe contribuito a renderli entrambi soggetti di una mitopoiesi sui generis agli occhi di decine di migliaia di giovani musulmani rapiti dalla causa afgana.

Azzam è stato un autore prolifico e un evangelizzatore indefesso. Recano la sua firma centinaia di articoli e una collezione di libri, sullo sfondo di una moltitudine di conferenze registrate, che continuano ad essere letti e tramandati di generazione in generazione. La loro circolazione nel mondo è genuina, in quanto viene perpetuata attraverso un moto autoalimentante che regge su un elemento: la potenza del pensiero di Azzam.

Le sue opere più celebri, nonché le più influenti e impattanti a livello culturale, sono “La difesa delle terre musulmane, il primo obbligo dopo la Fede”, Join the Caravan“, “The Lofty Mountain“, “The Signs of The Merciful in the Jihad of the Afghan” e “Lovers of the Paradise Maidens”. Gli ultimi tre hanno come oggetto l’esperienza diretta della guerra in Afganistan, e sono stati scritti per promuovere l’operato di mujaheddin e attrarre nuove reclute a mezzo di racconti sulle imprese belliche e sui presunti miracoli che sarebbero avvenuti.

La magnum opus di Azzam è, però, Join the Caravan, il testo fondante del jihadismo contemporaneo. Attingendo in maniera estesa dal Corano, dai detti del profeta Maometto e dalla giurisprudenza islamica, Azzam tenta di presentare la causa dei mujaheddin come un bellum iustum, una guerra giusta, motivato teologicamente e dottrinalmente.

Join the Caravan, pubblicato originariamente nel 1987, è, a tutti gli effetti, il testo sacro di ogni jihadista: viene presentato un elenco di passi coranici e fonti giurisprudenziali al quale fare riferimento, viene teorizzato il concetto di jihad globale, vengono illustrate le tecniche e le tattiche da utilizzare nella guerra contro i miscredenti e, soprattutto, viene invitata la posterità a considerare l’Afganistan non una fermata e capolinea insieme, ma il trampolino di lancio verso una guerra santa planetaria da muovere contro l’Occidente e Israele.

In simultanea all’organizzazione e al finanziamento delle operazioni antisovietiche in Afganistan, Azzam trasferì denaro e offrì supporto in vario modo agli emergenti movimenti filopalestinesi di stampo religioso, in primis Hamas, non dimentico della sua prima e principale causa: la Palestina.

Terminata l’occupazione sovietica dell’Afganistan, Azzam e bin Laden decisero di mantenere in piedi Maktab al-Khidamat, il cui posizionamento centrale nell’internazionale jihadista sarebbe stato fondamentale al fine dell’esportazione del jihad globale nelle terre occidentali e israeliane attraverso un nuovo e micidiale parto: Al-Qāʿida.

Azzam, ad ogni modo, non avrebbe visto crescere la sua creatura del terrore. Nel 1989 fu vittima di due tentativi di assassinio, il primo fallito – una bomba non detonata all’interno del pulpito della moschea –, e il secondo andato a segno – il 24 novembre la sua autovettura fu travolta da una tremenda esplosione nei pressi di una benzineria.

Nessuno ha mai rivendicato lo spettacolare attentato – un’onda d’urto di cinquanta metri –, perciò negli anni sono state elaborate numerose congetture e speculazioni, a volte puntanti il dito contro bin Laden e al-Zawahiri e altre volte accusatorie nei confronti di CIA o Mossad (o entrambi).

Quel (poco) che è dato sapere è che, al momento dell’uccisione, il carismatico Azzam era entrato nel mirino dei servizi segreti statunitensi e israeliani per via della sua crescente esposizione nell’insurgenza palestinese e che, inoltre, stava polemizzando aspramente con bin Laden e al-Zahawiri circa la conduzione del jihad globale e il futuro dell’Afganistan.

Azzam è divenuto oggetto di una venerazione post-mortem che lo ha trasformato nel patriota musulmano per antonomasia: conoscitore del Corano, fedele zelota, sostenitore della causa palestinese e pronto a combattere (e morire) per la protezione e la difesa dei musulmani.

I suoi libri sono diventati dei casi editoriali negli anni successivi alla morte, in particolare Join the Caravan, e numerose realtà terroristiche hanno omaggiato la sua figura a mezzo di citazioni nei loro testi, pubblicazione delle sue opere e brigate recanti il suo nome.

Qutb fu il teorico dell’islam politico, ma Azzam fu colui che lo mise in pratica e che, attraverso un lavoro costante e senza interruzioni di evangelizzazione e reclutamento su scala mondiale, rese possibile l’impensabile: la trasformazione dell’Afganistan nel Vietnam dei sovietici.