Che cos’è il terrorismo di estrema destra (e perché è pericoloso)

Prima di uscire di casa e prendere la macchina, aveva studiato nei minimi dettagli il suo piano, tanto da scegliere persino una canzone adatta al momento, ovvero un inno nazionalista serbo del 1995 che parlava dell’eliminazione dei musulmani. Infine, aveva attivato la videocamera del suo cellulare per riprendere l’attacco che stava per compiere. Nel giorno in cui uccise 49 persone nei pressi della moschea al Noor di Christchurch, in Nuova Zelanda, Brenton Tarrant aveva 28 anni e il suo è considerato uno degli attentati contemporanei compiuti da un terrorista di estrema destra più imponenti, sotto molti punti di vista. Prima di tutto perché il 15 marzo 2019, per qualche ora, le immagini di quell’attacco, durato circa 17 minuti, rimasero disponibili in rete e poi per le modalità d’azione.

L’attentatore, infatti, per prima cosa, aveva condiviso i suoi gesti tramite una diretta Facebook (in modo che tutti potessero vedere) e qualche ora dopo aveva pubblicato il suo manifesto su 8chan, un sito poco conosciuto alla moltitudine, ma molto popolare negli ambienti della destra estrema. Quando il 28enne si presentò in tribunale per il processo non disse nemmeno una parola, ma compì un gesto che gli esperti hanno attribuito al mondo dei suprematisti bianchi. L’attentatore di Christchrurch è soltanto uno dei tanti soggetti appartenenti all’universo del terrorismo di estrema destra, mondo di cui si conosce ancora meno rispetto alle cellule strutturate e più note del fondamentalismo islamico. E anche se i numeri sono diversi rispetto al jihadismo, le modalità d’azione, l’insistenza, la capacità di agire da soli e la “spettacolarità” delle loro azioni permettono agli studiosi di inserirli in categorie più precise, considerate molto pericolose.

Per definizione, il terrorismo di estrema destra si riferisce a chi ricorre all’uso della violenza per giustificare le posizioni più radicali di quell’area politica. Ne esistono diverse varianti, come il neonazismo (il più diffuso), il neofascismo, il revisionismo e le formazioni ultra-nazionaliste, tutti gruppi che cercano di cambiare l’intero sistema politico, sociale ed economico seguendo un proprio modello di riferimento. Quasi sempre, alla base di questi movimenti c’è il suprematismo, ovvero il concetto che la razza, la nazione e la cultura “bianca” siano superiori a tutte le altre. E proprio per questo motivo, chi appartiene a formazioni di questo genere sente di ricoprire una posizione “suprema” e che sia suo diritto naturale imporsi e dominare il resto della popolazione e della comunità. Atteggiamento tipico di questa frangia estremista e radicale è quello di alimentare una serie di stereotipi volti a screditare le diversità sociali e a osteggiare i diritti delle minoranze o delle donne. L’ideologia estremista di destra, però, non è uniforme e si nutre di diverse “sottocorrenti”, unite nel rifiuto della diversità e, soprattutto, nell’intolleranza verso gli stranieri e l’immigrazione. Di solito odiano musulmani ed ebrei e anche se non tutti i gruppi estremisti di destra ricorrono alla violenza, la loro narrazione contribuisce ad alimentare un clima di odio e di paura tra le persone. Perché la convinzione che la “razza bianca” debba prevalere e imporsi sulla comunità, a qualunque costo, è il principio su cui si fonda gran parte della loro dottrina.

L’eversione di estrema destra poggia infatti su tre pilastri: il nazionalismo culturale, il nazionalismo “bianco” o etnico e, infine, il suprematismo bianco. Il primo rappresenta la convinzione che la cultura occidentale sia costantemente minacciata dalla migrazione di massa in Europa e dalla mancanza di integrazione da parte di alcuni gruppi etnici. Il nazionalismo culturale tende a concentrarsi sul rifiuto di pratiche islamiche, come l’uso del velo integrale (burqa o niqab). Il secondo, invece, consiste nella convinzione che la migrazione di massa dal mondo “non bianco” rappresentino una concreta minaccia esistenziale alle popolazioni e alla cultura occidentale. Questo tipo di nazionalismo, infatti, sostiene la creazione di una “patria bianca“, attraverso la partizione di aree già esistenti e il rimpatrio (anche forzato) delle minoranze etniche. Infine, chi condivide l’ideologia legata al suprematismo bianco è convinto che sia diritto inalienabile dalla “razza bianca” imporsi sulle altre (per caratteristiche fisiche e mentali).

Uno dei principali elementi che delinea il terrorismo di estrema destra è la convinzione che i bianchi siano nettamente superiori a chiunque altro e che gli atti violenti siano necessari per istigare la cosiddetta “guerra di razza“. Per gli appartenenti a questi gruppi, la battaglia è ritenuta inevitabile per un motivo ben preciso: fermare la cosiddetta cospirazione del sistema, che vorrebbe “sostituire” le popolazioni bianche (e i loro discendenti) attraverso l’immigrazione di massa. Negli ultimi anni, infatti, molte frange dell’estremismo di destra sono state inglobate nel più ampio quadro della cosiddetta teoria del “grande rimpiazzo“, espressa nel libro “Le grand remplacement”, scritto dal francese Renaud Camus, nel 2011. Esponenti particolarmente violenti delle cellule estremiste, spesso, hanno motivato e giustificato le loro azioni riferendosi a questa ideologia, che accuserebbe una presunta élite globale (spesso percepita come dominata dagli ebrei) di sostituire le popolazioni europee e occidentali. E anche se apparentemente lontano, in questo rientra anche una forte avversione per le ideologie femministe: all’interno del testo di Camus, infatti, si afferma che il femminismo sia stato inventato per distrarre le donne dal loro ruolo “naturale” di madri ed è quindi accusato della riduzione dei tassi di natalità nei Paesi occidentali. Per interrompere il complotto, per i membri di queste cellule, è necessario prendere parte a una forma di “resistenza senza leader”, molto efficace, che rende ancora più precisi gli attacchi, perché affidati a lupi solitari senza scrupoli, in grado di portare a compimento azioni brutali, senza dover rispondere a ordini impartiti da un vertice (che non sempre esiste).

Nell’attentato di Christchurch, uno degli eventi più incisivi in termini di propaganda, Tarrant agiva come il protagonista di una finzione cinematografica o di un videogioco, caratteristica ricorrente nel mondo dell’eversione dell’estrema destra. Il 28enne, infatti, aveva varcato l’ingresso e il corridoio della moschea e aveva aperto il fuoco su persone inermi. Con disinvoltura. Nel suo lungo manifesto, che il 28enne aveva impostato come se fosse un lungo questionario con domande e risposte, aveva parlato di se stesso, aveva esposto teorie xenofobe e razziste, aveva fatto riferimento all’alt-right e aveva elencato armi e caricatori utilizzati per la sparatoria. Ma non solo: prima di tutto aveva nominato le persone che lo avevano in qualche modo “ispirato”, compiendo gesti simili prima di lui.

Brenton Tarrant, l’autore del massacro alla moschea al Noor di Christchurch, in Nuova Zelanda (foto LaPresse)

Soltanto nel 2019, per esempio, gli atti violenti compiuti dall’estrema destra nel mondo sono stati diversi: oltre a quello in Nuova Zelanda, se ne contano due negli Stati Uniti (a El Paso e a Poway), uno in Norvegia (a Baerum) e uno in Germania (ad Halle). Gli autori facevano tutti parte di comunità virtuali transnazionali molto simili tra loro ed è stato accertato che tutti abbiano preso ispirazione l’uno dall’altro.

Agendo più di frequente da soli, i terroristi di estrema destra fanno ricorso generalmente ad armi da fuoco come fucili o pistole. Nell’ultimo report di Europol, che fa riferimento al 2019 e che analizza il terrorismo e i suoi fenomeni in Europa, è emerso però un uso sempre più frequente di materiale esplosivo. Secondo quanto segnalato dal documento, nell’ottobre del 2019, per esempio, ad Halle, in Germania, il 27enne tedesco che ha assaltato la sinagoga, avrebbe dimostrato una discreta capacità nel produrre diversi ordigni esplosivi (chiaramente improvvisati). Il triacetone triperossido (TATP) è rimasto il detonante “fatto in casa” preferito dagli attentatori (compresi i fondamentalisti islamici), anche se non si è fermata la tendenza all’utilizzo di altre miscele. Come per l’emulazione, anche nel caso della fabbricazione delle armi, internet gioca un ruolo determinante, visto che proprio online gli attentatori (o aspiranti tali) trovano documentazione, strumenti, tutorial o istruzioni per la costruzione di ordigni esplosivi. Solo in Europa, nel 2019, la quantità di materiale online di questo tipo ha avuto un incremento considerevole.

Anche se sembra paradossale, fondamentalismo islamico e terrorismo di estrema destra presentano più di un tratto comune. Sia la propaganda jihadista, sia quella dell’eversione bianca incitano gli individui a perpetrare atti di violenza in modo del tutto autonomo. Il motivo è legato all’efficacia delle azioni: i lupi solitari che agiscono in modo indipendente hanno, infatti, più possibilità di portare a termine gli attacchi. Inoltre, sono sicuramente più pericolosi perché non dipendendo da nessuno risultano meno prevedibili. Jihadisti ed estremisti di destra, quando si muovono in clandestinità sono più bravi e più motivati degli altri. Come riportato dal report di Europol, l’Unione europea valuta sia il fondamentalismo islamico, sia l’eversione di estrema destra come una delle più imponenti minacce provenienti dagli attori solitari. Entrambi i gruppi, poi, attribuiscono un ruolo decisivo alle forme di radicalizzazione in rete e all’imitazione, lodando le azioni degli attentatori. Tarrant, per esempio, poco prima di dare inizio al suo attacco, aveva elogiato Anders Breivik, l’attentatore norvegese che nell’estate del 2011 compì la sanguinosa strage di Utoya e di Oslo, dove morirono quasi 80 persone. Ma non solo: nel suo manifesto aveva inneggiato ad altri estremisti, esattamente come accade tra jihadisti, che definiscono “martiri” ed eroi i miliziani delle proprie cellule. E se il terrorismo di destra può risultare più elusivo e ambiguo almeno nelle modalità rispetto al fondamentalismo islamico, gli schemi d’azione e i meccanismi risultano molto simili. Inoltre la necessità di una “guerra di razza” è un concetto molto simile a quello di “guerra santa“: in entrambi i casi, infatti, la lotta violenta è giustificata dal fine alla base della dottrina. Esattamente come le fazioni jihadiste, i terroristi di estrema destra sono consapevoli e per quanto riguarda la propaganda (anche online) si lasciano ispirare dalla tattica utilizzata dai fondamentalisti islamici, per cui diffondere materiale ed esaltare gli autori degli attacchi diventa una pratica consueta.

Come confermato da diversi studi, gli estremisti di estrema destra sono perfettamente integrati in ampie comunità virtuali, che veicolano messaggi di odio e di disumanizzazione del “nemico”, aumentando (e di molto) il livello di violenza. È stato accertato che i componenti delle cellule eversive di destra utilizzino anche forum online di discussione e siti di notizie false per diffondere la loro ideologia. Così, nonostante gli sforzi della autorità per rilevare ed eliminare le fake news e i contenuti dei suprematisti bianchi, per esempio, le principali piattaforme social internazionali rimangono i vettori principali per la circolazione di questi messaggi (spesso pericolosi). Tra gli strumenti più utilizzati, per esempio, c’è anche WhatsApp, dove contenuti e materiale xenofobo viene costantemente scambiato e diffuso da molte cellule sparse in tutto il mondo (in particolare in Europa). Le discussioni online dell’estrema destra si avvalgono poi dell’uso di “troll“, cioè utenti solitamente anonimi, che intralciano il normale svolgimento di un’argomentazione virtuale, inviando messaggi provocatori, irritanti o fuori tema. Questo elemento serve per manipolare i messaggi dei cosiddetti oppositori politici ed evitare la responsabilità personale per i contenuti violenti delle proprie affermazioni. Forum e siti legati all’estrema destra spingono gli utenti a conversare con persone loro affini e radicalizzate, alimentando una bolla d’odio che può diventare molto pericolosa. Il terrorismo “bianco” e l’estremismo di destra sfruttano la commistione dei mezzi, online e offline, per diffondere le loro teorie. In rete, quindi, si concretizzano più frequentemente attacchi verbali e incitamento all’odio (il che rende internet uno dei principali vettori dell’eversione di destra). Al di fuori, invece, attraggono ancora le manifestazioni pubbliche, i concerti, le scritte sui muri, i codici d’abbigliamento e le profanazioni dei siti religiosi. I nuovi media, poi, sono spesso utilizzati per reclutare nuovi adepti. Terroristi ed estremisti appartenenti a quest’area, da tempo, occupano gli spazi virtuali (vecchi e nuovi) e sono in grado di formare quello che gli esperti definiscono un vero e proprio “ecosistema”, adatto a funzioni e pubblici diversi (celebri i siti Stormfront e Daily Stormer, così come diversi forum di discussione). Oggi, nonostante la maggior parte delle piattaforme social respinga questa ideologia, l’estremismo di destra ha continuato, nel 2019, a godere di maggior libertà di azione (in rete) rispetto, per esempio, alle cellule jihadiste.

L’orbita dell’estremismo di destra, nonostante presenti alcuni tratti comuni, risulta estremamente eterogenea, sia dal punto di vista strutturale, sia da quello ideologico. Le principali organizzazioni sono note principalmente per la loro afferenza allo spettro neonazista. Tra i gruppi più conosciuti (anche alle forze dell’ordine) c’è Blood & Honor, formazione nata nel Regno Unito nel 1987, che tra i suoi obiettivi pone quello di formare dei politici “soldati” per scatenare la “guerra di razza” per salvare quella bianca. La formazione, bandita in Germania, Spagna e Russia, è composta da nazionalisti suprematisti bianchi e ha adepti in Portogallo e in Belgio. Il nome deriva da un motto ispirato a quello della gioventù hitleriana, “Blut und Ehre” (che significa “sangue e onore”), e dal nazismo ha mutuato anche diversi simboli, come il teschio delle SS, per esempio. Ma Blood & Honor non è l’unico movimento pericoloso: alcuni Paesi membri dell’Ue hanno denunciato altri gruppi, coinvolti in attività violente. In Irlanda, per esempio, operano gruppi anti-immigrazione, che sono ritenuti responsabili di attacchi incendiari nei confronti di cittadini stranieri e le loro strutture abitative. In Danimarca cresce il sentimento antisionista e nel novembre del 2019, alcuni estremisti di destra danesi sono stati accusati di aver compiuto gravi atti di vandalismo (e profanazione) all’interno dei cimiteri ebraici. Lo stesso accade in Lussemburgo, dove gli episodi di incitamento all’odio sono in crescita. In Belgio, poi, un piccolo gruppo estremista avrebbe organizzato contro-manifestazioni mirate a colpire la cittadinanza musulmana, i migranti o i movimenti di estrema sinistra. Lo scopo? Intimidire, fomentare, interrompere l’ordine pubblico e innescare fenomeni violenti (anche contro gli agenti di polizia). A gennaio 2020, la Germania ha identificato e arrestato, in otto Stati federali, 28 persone sospettate di essere membri del gruppo National Socialist Knights del Ku Klux Klan tedesco. Il loro obiettivo? Promuovere la segregazione razziale, proteggere la propria specie e armare gli adepti (durante le ricerche della polizia, sono stati trovati diversi tipi di armi come pistole, dispositivi ad aria compressa, spade, machete, coltelli e manganelli). Come spesso accade, anche gli affiliati a questa formazione si scambiavano messaggi e materiale che glorificava il nazionalsocialismo e la violenza, su WhatsApp. In Finlandia e Svezia, il Nordic Resistance Movement (in lingua Nordiska motståndsrörelsen) ha rappresentato nel 2019 (e non solo) l’organizzazione neonazista dominante. Il Nmr è principalmente coinvolto nella propaganda, ma presenta anche caratteristiche paramilitari e, in base a quanto riporta il documento pubblicato da Europol, i vertici equipaggiano, istruiscono e addestrano i propri membri in caso di una necessità futura. In Svezia, Nmr ha partecipato alle elezioni ma, finora, non ha mai vinto. In Belgio e Svezia, esiste anche la Right Wing resistance, una piccola organizzazione estremista che ha diversi collegamenti internazionali. In Ungheria, le formazioni contano pochi membri per ogni nucleo (tra le cinque e le dieci persone) e, rispetto a quanto accade in altri Paesi,i gruppi lì si concentrano più sull’organizzazione di raduni e marce, utili a ricordare gli anniversari di particolari eventi storici. In occasione di queste manifestazioni, i gruppi denigrano le minoranze religiose o etniche. Come segnala Europol, è stato riferito che i neonazisti provenienti da diverse parti d’Europa si riuniscono, ogni febbraio, a Budapest per celebrare ciò che viene chiamato “il Giorno dell’onore”.

Rispetto a quanto accade per il jihadsimo, in cui l’addestramento ricopre un ruolo decisivo ma declinato in modo diverso, i circoli di estrema destra presentano uno spiccato interesse per la formazione paramilitare, soprattutto negli ultimi anni. Si tratta di raduni, in veri e propri campi di addestramento, dove si “insegna” la sopravvivenza. Esattamente come accade ai militari. L’Ungheria, per esempio, ha osservato che questo tipo di campi militari sono considerati un requisito fondamentale entro una porzione considerevole dei gruppi di estrema destra, così come lo sviluppo di competenze nell’uso e nella gestione di armi da fuoco o le arti marziali. Di solito, questo tipo di attività, pubblicizzate principalmente in rete, vengono svolte in spazi privati (come fattorie, per esempio) o in campi militari ormai abbandonati.

Se è vero che non tutti gli estremisti di destra compiono atti di terrorismo, è altrettanto vero il fatto che gli autori di attentati appartenenti a quell’area politica si definiscono legati all’eversione di estrema destra. Questo tipo di spettro estremista è composto da una commistione di pregiudizi e ideologie, ognuna delle quali, in misura sicuramente diversa, rappresenta una minaccia concreta per la sicurezza. Perché i concetti che stanno alla base di queste dottrine non sono uniformi nei loro esiti. All’interno di queste formazioni coesistono gruppi violenti che agiscono, cellule silenti, lupi solitari e formazioni che, anche se non colpevoli di azioni concrete, contribuiscono ad aizzare l’odio sociale. E quindi, oltre ai gruppi tipicamente razzisti, le forze dell’ordine presentano una particolare attenzione anche agli skinhead e ai teppisti comuni, che in più di un’occasione vengono inglobati in questi movimenti perché attratti da una forma di violenza inedita (così come accade con hooligans e ultrà).

Alcuni militanti del partito nazionalsocialista americano manifestano a Washington nel 1976 (Foto LaPresse)

L’estremismo di destra e il suo terrorismo si compongono anche di altre sub-culture, che respingono ogni concetto di diversità (etnica, religiosa o sessuale) e uno degli elementi che rende ancora più pericolose queste formazioni è l’idea di una “resistenza senza leader”, concetto mutuato da “Siege”, una raccolta di testi e notizie prodotta dal neonazista americano James Mason, nel 1980.  “Siege” sostiene un tipo di guerriglia condotta da piccole cellule autonome, contro ciò che viene definito comunemente “il sistema”. I gruppi che sostengono l’ideologia di Mason, attualmente, includono l’Atomwaffen Division, la Sonnenkrieg Division (che, come riportato dal Guardian, il Regno Unito ha bandito perché ritenuta una cellula terroristica) e la Feuerkrig Division.

L’ideologia legata al suprematismo bianco (noto anche come “potere bianco” o “white power”) ricopre un ruolo determinante all’interno della galassia eversiva di destra. Questa dottrina postula semplicemente la superiorità della “razza bianca” e, di frequente, viene utilizzata per giustificare le posizioni espresse dagli autori di manifesti (e atti) terroristici. Chi si sente parte di questo gruppo, impiega deliberatamente testi antisionisti, antimusulmani e apertamente razzisti per confermare le proprie tesi. Tra i suprematisti bianchi c’è chi sostiente l’autoisolamento e lo  scoppio della “guerra tra razze” (ovviamente tra popolazioni autoctone e immigrati). Non tutte le formazioni appartenenti a questa categoria compiono atti violenti, ma la maggioranza dei terroristi “bianchi” si è dichiarata vicina a questo gruppo. Il movimento non sposa soltanto le ideologie legate al razzismo, ma anche l’identitarismo, l’etnocentrismo, il razzialismo, la segregazione razziale, il nazionalismo bianco, ovviamente l’antisemitismo (visto che gli ebrei non vengono percepiti come veri bianchi), l’arianismo, il pregiudizio e varie forme di discriminazione.