Boko Haram: una storia di terrore lunga 10 anni

La setta jihadista nigeriana Boko Haram compie dieci anni. Era il 2009 quando in Nigeria il gruppo salafita diede inizio alla guerra del terrore che l’ha portato a essere considerato il gruppo islamista più efferato al mondo e che, ad oggi, ha provocato la morte di oltre 16mila civili, 2mila vittime tra militari e poliziotti e oltre due milioni di sfollati.

Per comprendere però la storia dei ribelli islamici nigeriani occorre partire almeno da una decade prima, dal 1999, quando Olegun Obasanjo divenne presidente del più popoloso Stato dell’Africa.

Ex generale, uomo del sud e cristiano, Obasanjo cercò di sovvertire quello che sino ad allora era stato l’ordine precostituito della Nigeria che, da quarant’anni, era in mano a giunte militari che rappresentavano gli interessi del nord del Paese, dirottando i proventi della vendita del petrolio del sud nelle mani delle lobby settentrionali. Obasanjo, già dal 1979, quando faceva parte di una delle numerose giunte militari che si sono succedute dopo l’indipendenza, si era battuto perché il potere venisse restituito ai cittadini e venissero rispettate le promesse di democrazia. Poi, dal 1999, una volta al governo, promosse indagini sulle violazioni dei diritti umani, pretese il rilascio di decine di persone che erano state incarcerate senza accuse, annullò licenze petrolifere e contratti discutibili e pretese la restituzione di milioni di dollari versati in conti segreti all’estero. E, ovviamente, mise un freno allo strapotere delle famiglie e dei clan del nord che per reazione utilizzarono la religione e soffiarono sul fuoco del radicalismo per tornare così ad avere potere contrattuale e peso nella politica nigeriana.

Nel 1999 dodici governatori del nord proclamarono l’introduzione della legge coranica: la sharia. Il governo di Obasanjo, in nome dell’unità nazionale e della secolarità del Paese si oppose ma immediati scoppiarono scontri nelle principali città settentrionali. Persecuzioni confessionali, lapidazioni di donne e il divieto di condurre campagne di vaccinazioni costrinsero il governo a scendere a patti con i leader degli stati del Nord. Venne rinforzato quindi l’accordo che prevedeva un’alternanza tra candidati presidenti del Nord e del Sud, alcune importanti cariche ritornarono a essere occupate da politici e militari del nord e venne concessa l’applicazione della sharia, tanto che ancor oggi esistono corti shariatiche autorizzate a prendere decisioni in tema di diritto privato per i cittadini di fede musulmana. Ma dietro la cortina dello scontro politico e di potere questa situazione aveva innestato il germe della guerra santa: fu in questi anni infatti che grazie a sovvenzioni di politici e affaristi prese vita la setta Boko Haram.

Era il 2002, quando nella città di Maiduguri, nello stato del Borno, dalle predicazioni dell’imam Mohamed Yusuf nacque il gruppo radicale che a partire dal 2009  si sarebbe convertito in una formazione armata. La traduzione in lingua hausa del nome Boko Haram letteralmente significa ”l’educazione occidentale è proibita” e questo già rivela l’identità della realtà islamista che, attraverso proseliti e sermoni, attirò sin dalla sua nascita centinaia di adepti affascinati dalla prepotenza delle predicazioni contro la corruzione e la dissolutezza dei costumi e soprattutto a favore di un’applicazione radicale della sharia.

Il nord della Nigeria era una polveriera, nascevano sette e gruppi radicali e fu in questo contesto che iniziò quindi ad affermarsi anche Boko Haram. La setta di Yusuf si fece largo approfittando di una situazione di miseria diffusa, disoccupazione, rancore generalizzato e riuscì così a incanalare la rabbia dei giovani, ad allargare sempre di più i propri ranghi e a ottenere anche finanziamenti da parte di figure politiche locali come Ibrahim Shekaru governatore di Kano e Isa Yuguda governatore dello stato del Bauchi. Yusuf, che a Maiduguri edificò una moschea e una madrassa per svolgere al meglio il suo lavoro di indottrinamento e proselitismo, era un ottimo oratore e un leader carismatico, influenzato da una delle figure più esponenti dell’estremismo islamico quale Ibn Tymiyya  (teologo del XI secolo che considerava il jihad un bellum iustum da applicare in tutte le nazioni islamiche), era amato dalle masse dei poveri e sosteneva di voler islamizzare la modernità . E la sua leadership accrebbe così tanto da non poter più essere controllata neppure da quegli uomini politici che gli avevano dato supporto e garantito lauti finanziamenti.

Non era la prima volta che in Nigeria fiorivano formazioni di stampo islamico radicale, nel 1978 infatti Sheikh Ismaila Idris aveva dato vita a Izala, un movimento wahabita salafita che proponeva l’applicazione radicale della legge islamica. Nel nord del paese era stato molto attivo e duraturo anche il movimento dei Maitatsine ”coloro che maledicono” che si opponeva a tutto ciò che richiamasse l’occidente, ma rispetto al passato Boko Haram riuscì a sopravvivere agli interventi di polizia, esercito e forze speciali tanto da passare alla clandestinità e mutare dall’essere una setta islamica radicale a un gruppo terrorista efferato, militarmente organizzato, inserito nella galassia dell’internazionalismo jihadista e capace di sferrare attacchi militari complessi e prendere controllo di parte del territorio nigeriano.

Il cambiamento di Boko Haram avvenne esattamente nel luglio di dieci anni fa dopo che una sollevazione degli studenti di Yusuf venne repressa nel sangue dalle forze dell’ordine, lo stesso leader venne assassinato e la guida del gruppo venne presa da Abubakar Shekau; da quel momento il gruppo jihadista divenne la formazione terroristica che oggi noi tutti conosciamo.

Del passato di Abubakar Shekau non si hanno molte notizie. Nato probabilmente nel povero Stato di Yobe intorno al 1965, a metà degli anni Novanta si trasferì a Maiduguri dove frequentò il Borno State College of Legal and Islamic Studies ed entrò in contatto con Mohamed Yusuf divenendone ben presto uno dei più fidati collaboratori. Shekau non era solo ma ad affiancarlo c’erano altre figure di spicco del jihadismo africano come Mamman Nur, Khalid al-Barnawi e Adam Kambar che iniziarono a tessere rapporti con gli Al Shabaab somali e i gruppi jihadisti del Sahel. In brevissimo tempo quindi la formazione nigeriana compì la sua metamorfosi divenendo un esercito irregolare pronto a colpire e inondare di morte e terrore il Paese più popoloso d’Africa. La prima azione che testimonia questo cambiamento fu la clamorosa evasione dal carcere di Bauchi nel settembre del 2010. Un gruppo di miliziani di Shekau armati di Ak-47 assaltò il penitenziario e fece fuggire 732 dei 760 detenuti. Poi a dicembre dello stesso anno ci furono gli attentati di Natale alle chiese di Maiduguri e Jos e da quel momento un’inarrestabile serie di azioni terroristiche iniziò a destabilizzare e ad atterrire la Nigeria. Chiese, luoghi di aggregazione, omicidi mirati, sino ad arrivare all’attentato contro il quartiere generale dell’Onu ad Abuja del 26 agosto 2011.

La formazione terroristica perfezionò di anno in anno la sua capacità militare, nel 2012 nel mirino dei terroristi finì la città di Kano, gli attentati si moltiplicarono, Shekau ipnotizzò lo stato lanciando messaggi dai contenuti esecrabili: ”Mi piace uccidere chiunque Allah mi ordini di uccidere. Mi piace uccidere i nemici del mio Dio come mi piace uccidere i polli e i montoni” e obiettivo degli irregolari non furono più soltanto gli ”infedeli” ma anche tutti i musulmani che si opponevano o non aderivano al fanatismo di Boko Haram. La deriva estremamente violenta portò a una scissione all’interno del gruppo. Nel gennaio del 2012 nacque infatti Ansaru, una formazione jihadista capeggiata inizialmente da Abubakr Adam Kambar e poi, alla morte di questi, da Khalid al Barnawi che criticò aspramente il modus operandi di Shekau affermando che le azioni di Boko Haram:

Sono disumane per la comunità islamica. Noi non uccidiamo per motivi religiosi, ma solo per autodifesa. Il peccato di uccidere un musulmano è secondo solo al peccato di accettare leggi diverse dalla sharia

Nonostante il cambiamento del linguaggio e delle parole d’ordine, nei fatti la politica della nuova formazione islamista però fu ugualmente contraddistinta da un uso indiscriminato della violenza, come testimonia il rapimento e l’uccisione di 7 lavoratori stranieri il 17 febbraio 2013 tra i quali l’ingegnere italiano Silvano Trevisan. La storia di Ansaru ebbe vita breve e si concluse nel 2016 con l’arresto del suo leader. Boko Haram invece non vide mai un antagonista nella nuova congerie islamista, anzi nello stesso periodo di tempo che questa si affermò sulla scena nigeriana, la formazione di Shekau rafforzò ulteriormente la struttura militare e perfezionò la strategia d’attacco arrivando a compiere non più soltanto una guerra asimmetrica attraverso attentati ed esplosioni ma una vera e propria avanzata per il controllo di parte del territorio del nord est della Nigeria.

Anche le strategie di finanziamento si sofisticarono e Boko Haram iniziò ad attuare sequestri di stranieri, come avvenne con il rapimento di una famiglia francese nel nord del Camerun che portò nelle casse dell’organizzazione oltre 3 milioni di dollari, e della moglie del primo ministro camerunense che fruttò un milione di dollari. La setta islamista cominciò ad effettuare rapine in modo sempre più costante ed è stato accertato inoltre il coinvolgimento del gruppo in traffici illeciti. Inoltre, con l’ingresso della formazione nigeriana nella rete dello jihadismo internazionale prese vita un flusso di denaro, combattenti e armi dal Medio Oriente al Sahel. Infine in molti analisti ipotizzano anche che il gruppo jihadista abbia ottenuto aiuti dalle monarchie del Golfo che più volte è stato dimostrato essere i sostenitori di realtà jihadiste dall’Afghanistan alla Somalia.

 

Era l’aprile del 2013 quando, nell’estremo nord est del Paese, avvenne la prima battaglia campale tra Boko Haram e le forze nigeriane. Gli uomini di Shekau, che intanto avevano fatto della foresta di Sambisa il loro quartier generale, attaccarono la città di Baga, un centro abitato di 10mila persone alla frontiera con il Ciad. Per 48 ore infuriò una feroce battaglia tra i due schieramenti. In quell’occasione i soldati islamisti non riuscirono a prendere il controllo del centro abitato ma il bilancio finale degli scontri fu pesantissimo: oltre 200 i morti, sopratutto tra i civili, e poi la consapevolezza che quel giorno avrebbe dato inizio a una nuova era per Boko Haram: quella dell’ offensiva per creare uno Stato islamico in Africa. Il governo dell’allora presidente Goodluck Johnatan proclamò lo stato di emergenza e lanciò un’offensiva condotta da una Joint Task Force costituita da esercito, polizia, uomini dell’ intelligence e vennero impiegati reparti speciali, mezzi pesanti, artiglieria e aerei. Intanto comunicati stampa del governo annunciavano a più riprese la morte del leader Shekau che prontamente però appariva in video smentendo la propaganda di Abuja e facendosi così beffa dell’esecutivo di Johnatan.

Con il dispiegamento di truppe nel nordest del Paese la guerra tra Boko Haram e la Joint Task Force dilagò, la popolazione si trovò stretta tra la violenza del conflitto e un’impietosa crisi alimentare e intanto anche il numero degli sfollati aumentò drasticamente arrivando a raggiungere il numero di due milioni di rifugiati interni.

Gli jihadisti, dopo aver collezionato vittorie in tutta la regione, passarono proprio a una guerra transfrontaliera esportando il jihad anche nei paesi confinanti: Camerun, Ciad e Niger. E mentre si intensificavano i combattimenti nel nord, le bombe ritornarono a esplodere anche ad Abuja, la capitale, che da tre anni non veniva toccata dalla violenza islamista. La Nigeria era in scacco degli islamisti che ad agosto riuscirono a conquistare la città di Gwoza, una città di 250mila abitanti poco più a sud di Maiduguri e la presa del centro abitato venne celebrata da Abubakar Shekau con un video di 52 minuti attraverso il quale proclamò la nascita del Califfato d’Africa. ”Grazie ad Allah che ha dato la vittoria ai nostri fratelli a Gwoza e l’ha resa parte del Califfato islamico!”. E fu sempre ne 2014, ad aprile, che il gruppo jihadista rapì 276 studentesse del collegio di Chibok salendo alla ribalta delle cronache mondiali . A fine dell’anno Boko Haram si rivelò la formazione islamista più sanguinaria al mondo. Secondo il Global Terrorism Index, nel 2014 le vittime del gruppo di Shekau erano aumentate del 317% raggiungendo quota 6644, a fronte delle 6073 dello Stato islamico.

A inizio 2015 si verificò una recrudescenza delle azioni di Boko Haram. I terroristi attaccarono di nuovo la città di Baga perpetrando uno dei più efferati massacri della storia compiuto da un gruppo terrorista. La città venne cinta d’assedio per tre giorni e quattro notti e l’obiettivo dei miliziani di Shekau fu quello di sterminare sistematicamente tutta la popolazione rea, stando a quanto dichiarato dalla guida del gruppo islamista, di essersi opposta all’ingresso delle forze irregolari. Il bilancio finale della carneficina fu, secondo alcune fonti locali, di oltre 2mila morti e le dimensioni del massacro furono tali che anche dalle foto satellitari fu possibile vedere i segni della tragedia. E il 2015 fu l’anno dell’orrore perchè, dopo il massacro di Baga, il gruppo incominciò a servirsi dei bambini come kamikaze. A Maiduguri e a Potiskum bambine di 8,9,10 anni, imbottite di esplosivo vennero obbligate a farsi esplodere nei mercati. Il totalitarismo del dolore si era impossessato del nord della Nigeria e quando il 7 marzo 2015 Shekau dichiarò l’adesione al Califfato di Al Baghdadi dando così vita alla ”Provincia Occidentale dello Stato Islamico”, il pensiero comune fu che nel nord est del Paese si era ormai instaurato un fortilizio del terrore quasi impossibile da espugnare.

Un evento però di primaria importanza avvenne in Nigeria nel marzo del 2015: le elezioni presidenziali che portarono alla vittoria del candidato del nord Muhammadu Buhari. Il presidente neo eletto dichiarò sin da subito che obiettivo primario del suo mandato era sconfiggere il gruppo islamista e così diede vita una nuova unità operativa la Mnjtf (Multinational Joint Task Force) comprendente truppe della Nigeria, del Ciad, del Camerun e del Benin. Questa volta il dispiegamento del contingente sortì l’effetto sperato e le forze di Shekau persero gran parte delle città e delle aree che controllavano. Come si è visto un’abilità della formazione islamista nigeriana è sempre stata quella di sapersi adattare alle nuove situazioni e cambiare strategia rapidamente. I guerriglieri, anche in questo, si rivelarono un gruppo di professionisti della resurrezione e mentre i media internazionali dichiaravano il gruppo allo sbando e ormai destinato a soccombere all’avanzata delle forze africane, ecco che i miliziani nigerini incominciarono a colpire attraverso attentati su larga scala il centro, il nord del Paese e anche le nazioni limitrofe spostando il baricentro della guerra santa dalla foresta di Sambisa al bacino del Lago Ciad. Stragi a Jos, ad Abuja, a Kano e pure a N’djamena, la capitale del Ciad, il Niger fu travolto da un periodo di terrore e così fu anche per il Camerun. Buhari a fine anno si spinse a dichiarare: ”Tecnicamente abbiamo vinto la guerra contro Boko Haram. Il gruppo non è più in grado di compiere azioni convenzionali contro le forze di sicurezza e i centri abitati. La loro operatività è stata limitata e molti sfollati stanno tornando alle loro case”. Fu una dichiarazione erronea e precipitosa, Boko Haram non era stato affatto sconfitto anzi stava per dare vita, come già aveva fatto in passato, a una nuova era di sangue e terrore.

Nel 2016 si aprì un nuovo corso storico per Boko Haram. Il gruppo terroristico si scisse in due e questa volta la divisione non fu dovuta alla scelta di una fronda minoritaria e dissidente come era stato per Ansaru. A voler una nuova leadership e a nominare una nuova guida fu lo stesso Califfo di Raqqa Abu Bakr Al Baghdadi. Il leader dello Stato Islamico fece sapere nel 2016, attraverso Al Nab’a, una delle riviste di Daesh, che la nuova guida della costola africana di Isis da quel momento in poi sarebbe stata Abu Musab Al Barnawi, il figlio dello stesso fondatore del gruppo Mohamed Yusuf che, come abbiamo visto fu ucciso nel 2009 dalle forze nigeriane. Una disputa legata al potere spezzò quindi Boko Haram in due fazioni. Un gruppo legato allo storico leader Shekau che, dalla sua roccaforte nella foresta di Sambisa, dichiarò di essere l’unico e solo leader di Boko Haram e accusò il suo ex delfino Al Barnawi di essere un ”infedele propinatore di false credenze”. E l’altro, con alla testa proprio Al Barnawi, che assunse il nome di Iswap (Islamic State Western African Province) e si organizzò nella regione del Lago Ciad tra Ciad, Niger, Camerun e Nigeria. Se queste divisioni di solito sono il preludio di una sconfitta non fu così in questo caso e a conferma di ciò è il fatto che nel 2017 le azioni e gli attacchi di Boko Haram aumentarono rispetto all’anno precedente e sia nella regione nigeriana che in quella lacustre i ribelli riportarono considerevoli successi come dimostra l’attacco alla base della Mnjtf di Baga. Un’azione magistralmente orchestrata dagli uomini di Shekau che riuscirono a mettere in fuga più di 500 soldati del contingente internazionale.

Ad oggi la situazione vede quindi due fronti aperti e molto caldi. Dal lato nigeriano ci sono gli uomini di Shekau che continuano a compiere incursioni nei villaggi, a razziare, mutilare, uccidere come dimostrano le azioni di fine luglio contro le postazioni dell’esercito nello stato federale del Borno che hanno provocato la morte di oltre 40 militari regolari. E inoltre si teme che siano stati gli uomini di Shekau a rapire 50 donne e bambini nel villaggio di Wurma a fine agosto. Nella regione del Lago Ciad invece c’è il gruppo dell’Iswap che ha avuto un cambio al vertice, oggi la guida è nelle mani di Abu Abdullah Ibn Umar al-Barnawi (anche questa nomina è stata voluta direttamente dai vertici di Daesh), e che sta dando vita a un vero e proprio stato islamico nella regione saheliana. Al momento l’Iswap dispone di circa 5mila soldati e oltre all’aspetto militare si starebbe impegnando a creare anche scuole coraniche, ospedali, tribunali, un sistema così organizzato ed efficiente che, stando a quanto riportato dal settimanale Jeune Afrique, nel nord della Nigeria un numero consistente di persone avrebbe dichiarato che è possibile vivere e lavorare nelle zone occupate dall’Iswap. Le cause che hanno portato a questa situazione sono molteplici: la miseria assoluta, la desertificazione del Lago, l’ignoranza e anche l’assenza di una concreta presenza statuale dal momento che i governi della regione, nelle aree dove imperversa la guerriglia jihadista, si sono limitati troppo spesso a interventi militari omettendo l’aspetto educativo ed umanitario.

La situazione è oggi quanto mai critica, le trattative per una possibile amnistia per i combattenti islamisti sono naufragate, la potenza militare dei gruppi ribelli è accresciuta così come la loro penetrazione tra la popolazione; e sebbene Buhari, ora al suo secondo mandato, continui a parlare di un’imminente sconfitta del gruppo, in realtà stando ad analisi di esperti e giornalisti internazionali, l’incubo di Boko Haram rischia di popolare il Sahel ancora per anni, forse, addirittura per decenni.