Amerithrax, storia di un mistero infinito

Nel settembre 2001, all’indomani dei sanguinosi attentati alle Torri gemelle condotti da Al-Qāʿida, uno sciame di misteriosi attacchi bioterroristici gettò la popolazione americana, già terrorizzata e traumatizzata, nel panico più totale.

Lo sciame di attacchi, a base di antrace, sarebbe durato all’incirca un mese, lasciando a terra cinque morti e diciassette feriti. Un numero di vittime di gran lunga inferiore a quello appena mietuto dai dirottatori di Osama bin Laden, ma elevato abbastanza da scatenare un’ondata di isteria collettiva. L’America era sotto attacco. Da ogni lato. Ed era giustamente impaurita, vittima di un asfissiante senso di accerchiamento, perché non sapeva dove si trovassero e chi fossero i suoi carnefici.

Ci sarebbero voluti dieci anni per rendere giustizia alle vittime dell’11/9. Ma sulla sequela di attacchi all’antrace, nonostante le risorse dispiegate, non è mai stata fatta pienamente luce. Questa è la storia di uno dei casi più misteriosi degli Stati Uniti: il caso Amerithrax.

È il 18 settembre 2001, una settimana è passata dagli attentati dell’11/9, e gli Stati Uniti stanno per ripiombare nel terrore. Quel giorno, mentre il Paese è ancora sotto choc, un anonimo invia delle lettere con spore di antrace al centro di smistamento postale di Trenton, New Jersey, che da lì verranno indirizzate alle redazioni di ABC News, CBS News, National Enquirer, NBC News e New York Post.

Ci vorrà del tempo prima che le lettere facciano effetto e che la paura si propaghi tra la popolazione. Ma il giorno, infine, arriva: il 5 ottobre, dopo quattro giorni di ricovero – e diagnosi (inizialmente) sconosciuta –, il fotogiornalista Robert Stevens muore. La lettera che lo ha ucciso, curiosamente, non verrà mai ritrovata.

Il 9 ottobre è il turno di altre due lettere. Smistate anch’esse a Trenton, sono indirizzate a due senatori democratici: Tom Daschle del Dakota del Sud e Patrick Leahy del Vermont. La lettera di Daschle verrà aperta da un suo aiutante, Grant Leslie. La lettera di Leahy, invece, finirà nelle mani di un malcapitato, David Hose, perché inviata al recapito sbagliato.

Dopo il 9 ottobre, forse per il clamore suscitato o forse per altre ragioni, l’entrata dell’attentatore (o degli attentatori) nel silenzio e l’inizio un mistero fitto e infinito che la stampa a stelle e strisce ribattezzerà Amerithrax. Un mistero intricato, che potrebbe aver coinvolto il terrorismo islamista – dati i messaggi antiamericani e antisionisti contenuti nel primo ciclo di lettere – oppure degli emuli di Unabomber. Un mistero di sangue, giacché l’esposizione alle lettere incriminate farà cinque morti e diciassette feriti.

Ottobre 2001. Negli Stati Uniti è isteria collettiva. Negli uffici nevadani di Microsoft viene inviata una lettera, che, ad un primo esame, risulta essere infettata con spore di antrace – soltanto dopo, però, si scoprirà che trattasi di un falso positivo. Nella redazione del New York Times, nel frattempo, giunge una missiva contenente dell’innocua polvere bianca. A fare da sfondo, lontano dai riflettori, una soffiata informa le autorità che un microbiologo dell’EPA, tal Ayaad Assaad, sarebbe “un potenziale bio-terrorista”.

Fine 2001. L’enigmatico emulo di Unabomber è scomparso, ma le indagini procedono a passo spedito. Gli inquirenti scoprono che le lettere non sono state bagnate in maniera uniforme: alcune hanno provocato antrace cutaneo nelle vittime, altre gli hanno causato antrace polmonare. E si scopre anche che il ceppo di antrace utilizzato per impregnare i documenti è identico: è il ceppo di Ames, che, isolato nel 1981, all’epoca era nelle disponibilità di soltanto diciannove laboratori di ricerca biologica in tutto il mondo, sedici dei quali siti negli Stati Uniti.

Giugno 2002. Il Lawrence Livermore National Laboratory del dipartimento dell’Energia ha concluso, dopo un esame di datazione radiometrica a base di carbonio-14, che l’antrace impiegato nelle lettere sarebbe stato coltivato non più di due anni prima del loro invio, cioè non prima del 1999. Ora c’è la datazione, ma manca tutto il resto. E continuerà a mancare per sempre, perché FBI e CDC, curiosamente, hanno ordinato la distruzione dei più importanti archivi sull’antrace degli Stati Uniti, appartenenti all’università dello Iowa, tra il 10 e l’11 ottobre 2001.

A fine 2002, tra errori madornali e lentezza dei lavori – le interviste a 9.000 persone da sbobinare, 6.000 testimonianze da vagliare –, le autorità brancolano nel buio. La presidenza Bush vorrebbe rassicurare l’opinione pubblica e darle in pasto il presunto colpevole, ritenuto con elevata probabilità Bin Laden, ma gli agenti FBI non sono dello stesso parere: non ci sono né prove né indizi a supporto della pista qaedista.

L’interesse politico, per un certo periodo, prende il sopravvento sulla ragione. Tra la fine del 2002 e l’inizio del 2003, cioè in preparazione dell’invasione dell’Iraq, politici e investigatori, in ottemperanza alle direttive provenienti dalla Casa Bianca, iniziano a popolarizzare la Saddam connection. L’antrace, si sosterrà – in assenza di prove –, sarebbe stato di origine iraqena. Fornito da Saddam Hussein a qualcuno, forse a degli agenti di Al-Qāʿida, per compiere degli attentati negli Stati Uniti. In prima fila nella diffusione della teoria, veicolata via stampa e televisione, l’allora senatore repubblicano John McCain.

Mentre la classe politica prova a cavalcare il caso Amerithrax per fornire ulteriori legittimazioni all’invasione dell’Iraq, da tempo accusato di possedere armi di distruzione di massa, tra gli addetti ai lavori si fa largo un’altra ipotesi: dietro lo sciame di attacchi si sarebbe potuto nascondere un emulo di Unabomber o un agente canaglia. È da fine 2001 che gli inquirenti FBI seguono briciole e raccolgono testimonianze che convergono verso la tesi dell’attentatore al di sopra di ogni sospetto, del professionista che ha lavorato (o lavora) per il governo e che segretamente odia il proprio paese, ma di concreto c’è poco e nulla.

Il primo indiziato, nel contesto della pista interna, sarà l’esperto di armi biologiche Steven Hatfill. Descritto come “persona di interesse”, pur in assenza di accuse formali, Hatfill viene sottoposto a intercettazioni ambientali, fatto oggetto di perquisizioni domiciliari a cadenza regolare e la sua vita privata data in pasto alla stampa. È ancora il 2002. Nel 2003, dopo un anno di indagini inconcludenti e di linciaggio mediatico, Hatfill decide di portare la polizia federale in tribunale. Nel 2008, per aver violato il Privacy Act e commesso altri reati, il Dipartimento di Giustizia accetterà di risarcire il patologo con quasi sei milioni di dollari.

Il secondo e più celebre indiziato del caso Amerithrax è stato ed è (ancora oggi) il microbiologo Bruce Ivins. Classe 1946, impiegato presso Fort Detrick, Ivins ha investigato fianco a fianco con gli agenti FBI sin dall’apertura delle indagini ed è descritto da chi lo conosce, dai colleghi agli amici, come una persona di cuore e devota al proprio lavoro. Ma qualcosa non torna.

I profilatori pensano che Ivins sia troppo attaccato al caso Amerithrax. E pensano anche dietro la misteriosa fuga di antrace avvenuta a Fort Detrick nel 2002, della quale il pubblico verrà messo a conoscenza soltanto tempo dopo, si nasconda la sua mano. I profilatori hanno pochi dubbi: Ivins, una sorta di Unabomber, corrisponde all’identikit dell’attentatore.

Nel 2003, scagionato Hatfill, Ivins diventa il principale sospettato degli attacchi. Il metodo è sempre lo stesso: perquisizioni domiciliari, intercettazioni, tranelli sul posto di lavoro, pressioni psicologiche. Il microbiologo mantiene il lavoro a Fort Detrick, ma viene demansionato e gli viene precluso l’accesso a determinate aree.

Nel 2004, constatando di essere nel mirino del FBI, Ivins entra in depressione. Contro di lui non è stato ancora trovato nulla, colleghi ed esperti esterni invitano la polizia federale a scagionarlo – perché, (suo) curriculum alla mano, non avrebbe avuto le abilità di militarizzare l’antrace –, ma la strategia della massima pressione prosegue. Nulla per quattro anni, fino al 29 luglio 2008, quando Ivins, stremato dal clima avvelenato e da quella che ritiene essere una persecuzione ingiustificata, si suicida ingerendo una dose eccessiva di Tylenol. Il mistero si infittisce.

Il 6 agosto 2008, a una settimana dal (presunto) suicidio, Ivins viene accusato post-mortem dal procuratore Jeffrey Taylor di essere stato l’autore degli attacchi all’antrace. Ivins, e nessun altro, sarebbe stato dietro gli attentati. Una scheda psicologica molto compromettente – anaffettività, ideazioni omicide, misantropia –, evidenze di sensi di colpa e il forte sospetto che avesse sottratto campioni di antrace da Fort Detrick avevano portato il FBI a credere alla colpevolezza di Ivins. Caso chiuso. O forse no.

Nonostante la polizia federale abbia dichiarato chiuso il caso, identificando in Ivins l’unico reo, in molti hanno espresso dubbi sulla conduzione dell’indagine e sugli elementi presentati contro di lui, un mix di prove circostanziali e sospetti infondati. Nessuna spora di antrace è stata mai ritrovata in casa e nella vettura dello scienziato. Nessun collegamento con il centro postale di Trenton è stato mai fatto. Duecento colleghi, incluso il supervisore di Ivins, impegnati a testimoniare a favore della condotta impeccabile dell’uomo. Rapporti indipendenti in contraddizione con le conclusioni del FBI: dall’origine dell’antrace alla sua lavorazione.

Nonostante le ripetute richieste di riapertura delle indagini, alcune provenienti dal mondo politico e altre dalla comunità scientifica, Amerithrax resta un caso chiuso. L’ultimo tentativo di riavviare la macchina investigativa è naufragato durante la prima presidenza Obama, nel 2010, anche se la polizia federale ha continuato negli anni, ufficialmente per contrastare lo scetticismo del pubblico attorno al caso, a lavorare informalmente al caso. Forse per trovare le prove a supporto della pista Ivins. O forse perché l’attentatore è ancora in libertà.