Ecco come al-Shabaab si è imposto sulla Somalia

I gruppi jihadisti e la loro ascesa spesso hanno delle modalità di sviluppo molto simili. Conflitti molto aspri sono stati la fucina in cui sono state plasmate efferatissime organizzazioni. La guerra in Iraq del 2003 e il conflitto siriano hanno dato slancio alle bandiere nere dell’Isis. Allo stesso modo a migliaia di chilometri di distanza una guerra dimenticata è stato l’humus dal quale ha germogliato una potente organizzazione terroristica: al-Shabaab. Il gruppo, che letteralmente vuol dire “i giovani”, è nato a partire dalla sconfitta delle Corti islamiche nel sanguinoso conflitto che ha infiammato la Somalia. Una guerra che ha avuto fasi alterne ma che non si è mai del tutto esaurita. In particolare, dopo la fine della guerra civile, il governo internazionalmente riconosciuto ingaggiò un conflitto con quella che venne definita “Unione delle corti islamiche” e sulle quali riuscì a prevalere grazie all’aiuto dell’Etiopia. Dalle ceneri di quel conflitto nacque appunto al-Shabaab.

L’ingente sostegno della comunità internazionale e degli alleati ai governi di Mogadiscio hanno costretto i miliziani a rimodulare la loro azione diventando sempre di più un gruppo terroristico. Nel 2012 l’allora leader dell’organizzazione Moktar Ali Zubeyr giurò fedeltà ad al-Qaeda e ad Ayman al-Zawahiri. Ucciso da un raid americano nel 2014 Zubeyr venne rilevato da Ahmad Umar che è tuttora alla guida della formazione. Tra il 2011 e il giugno di quest’anno il gruppo ha attaccato almeno sette Paesi oltre la Somalia con un totale di 8.900 tra attentati, assalti e attacchi, provocando 22mila vittime. Rispetto ad altri contesti il numero di morti nel corso degli anni è stato quasi costante anche se gli anni più difficili sono stati il 2016 (4.337 vittime) e il 2017 (4.703).

Stando alle cifre in nostro possesso, a pagare il debito di sangue più alto per la furia delle ex-corti è stata soprattutto la Somalia con 21.303 morti. Ma l’appoggio al governo centrale è costato caro anche anche ai Paesi limitrofi. Basti pensare a quanto successo a Garissa, in Kenya. Il 2 aprile del 2015 il gruppo di Umar ha assaltato il campus universitario e preso in ostaggio per quasi un giorno centinaia di studenti fino alla risposta della polizia keniota. Il bilancio finale fu terribile, 150 morti e 79 feriti. Negli ultimi otto anni il Paese ha subito 389 attacchi di al-Shabaab e pagato un prezzo molto alto con 1.286 vittime. Negli ultimi tre anni però il gruppo, forte anche dei proventi provenienti dalle azioni di pirateria nell’Oceano indiano, ha allargato il suo raggio di azione anche in Uganda, Tanzania, Etiopia, Zimbabwe, Gibuti e Sud Sudan, con 19 attentati e una quindicina di vittime.

Come per tutte le formazioni jihadiste è difficile stabilire le dimensioni della milizia. Secondo le stime i combattenti dovrebbero essere tra i 3 e 6mila. Ma  un report del dipartimento di Stato Usa pubblicato 2017 ha mostrato che a partire dal biennio 2015-2016 il numero dei combattenti sarebbe in diminuzione,  grazie soprattutto alle campagne di raid mirati coi droni e ad alcune difficoltà nei pagamenti dei combattenti di basso livello. Nonostante il ridimensionamento del gruppo, non sarà semplice sradicare la forza islamista dalla Somalia. Al-Shabaab ora si muove in piccoli gruppi, evitando grandi assembramenti come in passando e adottando sempre di più tecniche di guerriglia, diventando quindi meno individuabile. Un passaggio simile a quello che anche altri attori stanno attuando, come lo Stato islamico in Siria e Boko Haram in Nigeria.

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