Che cos’è Al Qaeda?

Al Qaeda nasce ufficialmente l’11 agosto del 1988. Si tratta di un’organizzazione terroristica di stampo sunnita. Il nome può essere tradotto con “la base“. È nota soprattutto per essere stata la responsabile degli attacchi dell’11 settembre condotti contro gli Stati Uniti che costarono la vita a quasi 3mila persone. Per anni il suo nome è stato legato a quello di Osama Bin Laden che la guidò fino alla sua morte nel 2011. Oggi il network di sigle che la compone è sotto la supervisione di Ayman al-Zawahiri.

Al Qaeda è nata nel caos della guerra tra Unione sovietica e Afghanistan che scoppiò verso la fine degli anni Settanta. In particolare a partire dei cosiddetti “afghani d’Arabia” un gruppo di combattenti internazionali, che oggi definiremo foreign fighter. Questi miliziani, principalmente arabi ed egiziani, confluirono verso l’Afganistan per correre in aiuto dei mujaheddin impegnati nella guerra di guerriglia contro i sovietici.

Tra questi combattenti stranieri c’era un facoltoso cittadino saudita, Osama Bin Laden. Figlio di una ricca famiglia di costruttori edili, Bin Laden entrò in Afghanistan nel 1984 dopo aver fondato in Pakistan il cosiddetto Ufficio servizi (Maktab al-Khidamat) con Abdullah Yusuf Azzam. Una struttura di supporto per i giovani che confluivano nella regione per partecipare al conflitto.

Tra i fondatori di Al Qaeda figurano anche molti combattenti dell’islamismo radicale egiziano capitanati da un medico, Ayman al Zawahiri. Lui e Bin Laden probabilmente entrarono in contatto a Gedda, la città saudita che era diventato uno degli hub per andare a combattere in Afghanistan. Nel corso degli anni Al Zawahiri divenne medico personale di Bin Laden e contribuì a plasmare la nascente organizzazione attraverso uomini fidati che avevano partecipato con lui alla jihad egiziana contro i vari regimi che si erano succeduti al Cairo. Non è un caso infatti che alla famosa riunione che fondò il gruppo oltre a Bin Laden e Abdallah Azzam abbiano partecipato diversi membri egiziani, come Abu Ubayda e Abu Hafs (che negli anni furono i capi militari di Al Qaeda).

Nel corso degli anni l’ideologia che ha mosso l’organizzazione di Bin Laden è andata via via modificandosi. Ma si può certamente dire che abbia attinto da tutti quei movimenti fondamentalisti e radicali che attraversavano il mondo arabo. La componente egiziana del gruppo portò con se l’esperienza di Sayyid Qutb, scrittore e docente, che, semplificando molto, teorizzò la necessità per gli Stati Arabi di tornare alle origini. Qutb era convinto che le società arabe fossero state contaminate dall’Occidente e che fosse necessario tornare a una sorta di “vero islam” in cui fosse applicata rigidamente la sharia. Il suo pensiero influenzò proprio Al Zawahiri che entrò in contatto con lui tramite lo zio materno.

Al Qaeda è stata anche portatrice della cosiddetta ideologia del takfir. Ovvero che era lecito giustiziare tutti coloro che erano contrari all’islam. È in questo modo che venne giustificato l’assassinio del presidente egiziano Al Sadat da parte di una costola di Al Jihad. Sadat non applicava la sharia e quindi era un apostata, un traditore e per questo andava ucciso. A quel punto tutto divenne un pretesto per le aggressioni, anche solo iscriversi alle liste elettorali poteva costare la vita. Negli anni a questo si aggiunsero anche i giovani cresciuti nelle moschee occidentali e indottrinati all’ideologia salafita e wahabita. Al Qaeda prese la via della guerra all’America e dell’omicidio di innocenti, quando Bin Laden affidò a Abu Hajer, un combattente con scarsa conoscenza teologica, il comitato fatwa: con complesse e forzate interpretazioni Abu Hajer avallò l’attacco contro gli americani e l’uccisione indiscriminata degli innocenti.

Nel corso degli anni gli obiettivi del gruppo sono cambiati spesso. Alle origini si occupava soprattutto di addestrare nuovi combattenti da rimandare poi in scenari di guerra come l’Afghanistan, la Bosnia o la Cecenia, ma in un secondo momento, per volontà dello stesso Bin Laden l’obiettivo diventò l’America. A formalizzare gli scopi dell’organizzazione fu un altro egiziano, Muhammad Ibrahim Makkawi, noto anche con nome di Sayf al-Adel, che per un periodo venne definito il numero tre di Al Qaeda e che ancora oggi è latitante con una taglia da 10 milioni di dollari sulla testa. Al-Adel nel documento “Al Qaeda’s Strategy to the Year 2020” individua cinque passaggi chiave:

Provocare gli Usa con degli attentati per costringerli a invadere un Paese musulmanoIncitare i residenti locali a impugnare le armi contro gli invasoriEstendere il conflitto nei Paesi viciniSpargere l’ideologia di Al Qaeda nel territorio lasciando germogliare i semiFar crollare l’economia americana sotto il peso di una lunga guerra di logoramento entro il 2020

Ad oggi più di qualche esperto sottolinea che la strategia del gruppo è mutata. Da quando Al Zawahiri ha preso il controllo dell’organizzazione è stato premuto l’acceleratore sulla decentralizzazione e il controllo del territorio attraverso un rapporto più stretto con le popolazioni locali, come avvenuto in Siria e Yemen.

Ufficialmente Al Qaeda è rimasta silente per molti anni dopo la sua nascita. Tanto che il primo vero colpo arriva nel 1998 con un doppio attacco all’ambasciate americane in Kenya e Tanzania. Il bilancio finale sarà molto grave con la morte di 224 persone. In realtà molti analisti sono convinti che il primo vero colpo organizzazione risalisse al 1992 con un doppio attentato dinamitardo ad Aden, in Yemen. Ma in quegli anni era difficile distinguere l’attività di Bin Laden con quella del gruppo anche perché gli Stati Uniti aprirono un fascicolo su Al Qaeda solo nel 1996.

Il salto di qualità arrivò quattro anni dopo nel 2000 con l’attacco alla nave da guerra americana Uss Cole sempre ad Aden. Nell’esplosione morirono 17 marinai mentre il vascello venne gravemente danneggiato. Ma il colpo più grande arrivò l’11 settembre del 2001. Quando un attacco simultaneo con quattro aerei di linea dirottati colpì al cuore l’America. Due aerei si schiantarono contro le Torri gemelle, uno contro il Pentagono mentre un quarto si schiantò in Pennsylvania dopo una sommossa dei passeggeri.

Dopo l’11 settembre il terrore di Al Qaeda si spostò anche in Europa. L’11 giugno del 2004 una serie di ordigni esplosero su alcuni treni regionali a Madrid provocando la morte di quasi 200 persone. Ufficialmente l’attacco venne condotto dalla cosiddetta Brigata Abu Hafs al-Masri, una formazione che prendeva il nome da uno dei capi di Al Qaeda. La stessa brigata (ma di fatto Al Qaeda) colpì un anno dopo, il 7 luglio, a Londra con una serie di kamikaze in azione su tre treni della metropolitana. Il bilancio finale fu di 56 morti compresi i quattro attentatori. La violenza si spostò anche in altre parti del mondo con l’attentato di Sharm el-Sheikh il 23 luglio 2005 e quello di Amman, in Giordania.

Subito dopo gli attacchi contro il World Trade Center gli Stati Uniti si prepararono per la rappresaglia. A differenza di quanto venne fatto dopo gli attacchi del 1998 (quando Bill Clinton si limitò ad autorizzare dei bombardamenti in Sudan e Afghanistan che non ebbero particolare efficacia), l’amministrazione Bush lanciò il suo ultimatum ai talebani: consegnate Bin Laden. La trattativa ovviamente non andò in porto e molto presto Washington predispose le operazioni per l’attacco.

Tra il 2001 e 2002 l’America iniziò la sua offensiva, spingendo soprattutto quello che restava dell’Alleanza del Nord, l’ultimo gruppo che si opponeva ai Talebani. Allo stesso tempo venne portata avanti una selettiva campagna di bombardamenti che portò alla distruzione di molti campi di addestramento di Al Qaeda e anche alla morte di alcuni leader come Mohammed Atef, noto anche come Abu Hasf, che rimase ucciso in un bombardamento americano a Kabul.

Da quel momento iniziò una grande diaspora dei combattenti e quelli che non vennero uccisi nei combattimenti vennero catturati. Esattamente un anno dopo gli attacchi, finì in manette Ramzi bin al-Shibh, un membro della cellula di Amburgo di cui facevano parte tre dirottatori, che si occupava dei finanziamenti. A stretto giro venne catturato anche Abd al-Rahim al-Nashiri, il coordinatore dell’attacco contro la Uss Cole. Nel marzo del 2003 a Raqalpindi, in Pakistan, venne invece individuato Khalid Sheikh Mohammed l’ideatore degli attacchi dell’11 settembre. Ma ancora mancava il pesce grosso.

Ci vollero quasi dieci perché gli Usa riuscissero a mettere le mani su Bin Laden. Il primo maggio del 2011 il presidente americano Barack Obama annunciò alla nazione che un gruppo di Navy Seals aveva fatto irruzione in un compound di Abbottabad, in Pakistan, e ucciso dopo uno scontro a fuoco il capo di Al Qaeda. Dopo l’11 settembre Bin Laden si era mosso senza particolari resistenze lungo la frontiera orientale dell’Afghanistan per poi entrare in Pakistan nel 2002, da lì si era poi mosso in alcune località limitrofe fino a stabilirsi definitivamente ad Abbottabad dal 2005. Alla sua morte il potere passò nelle mani del numero due Ayman al-Zawahiri.

Gli anni successivi alla scomparsa del leader furono i più difficili. Molti capi erano finiti in manette e in parte avevano confessato, spesso sotto tortura, importanti dettagli sull’organizzazione. Prima della sua morte, Bin Laden era però riuscito a mettere a segno un’ultima beffa: spingere gli Usa a dichiarare guerra all’Iraq di Saddam Hussein. Al Qaeda si affiliò al gruppo Jama’at al-Tawhid wal-Jihad del terrorista giordano Abu Musab al-Zarqawi, che aveva stretto contatti con Ayman al-Zawahiri nel 1999, di fatto creando Aqi, Al Qaeda in Iraq. A quel punto l’insorgenza sunnita si sparse per tutto il Paese insanguinandolo e costando agli americani migliaia di vite.

Ma ben presto al-Zawahiri iniziò ad agire in autonomia dando il via a un processo che nei successivi anni portò alla nascita dell’Isis. Gli anni a cavallo del 2011 furono i più complessi per al-Zarqawi e i suoi. Lo Stato islamico, proclamato nel 2014, aveva fagocitato non solo l’attenzione mediatica di mezzo mondo, ma anche fondi e combattenti. Nel frattempo però il progetto di decentralizzazione del gruppo è andato avanti. Nel corso degli anni, anche grazie alla fusione con gruppi locali, il network si era allargato. Nel 2009 era nata Aqap, Al Qaeda nella penisola arabica, mentre col tempo era cresciuto anche il ramo africano, Aqim, Al Qaeda in Maghreb. L’ultima in ordine di tempo a nascere è stata Aqis, Al Qaeda nel subcontinente indiano. In questo momento il gruppo più forte e più competitivo è sicuramente Aqap che nel 2015 salì agli onori delle cronache per l’attacco al giornale satirico francese di Chalie Hebdo.

Ma al-Zawahiri è stato abile anche in un’altra mutazione: il controllo del territorio. Il successo di Aqap si spiega non solo con il caos della guerra civile in Yemen, ma anche con la capacità dei gruppi locali di creare consenso e partecipazione delle popolazioni locali, come ha dimostrato un’inchiesta recente dell’Ap. Non solo. Pur con nomi e rebrending continui Al Qaeda ha costruito una suo personale emirato in terra siriana, nella provincia di Idlib, dove molto presto inizierà l’offensiva del governo di Damasco. I vari passaggi da Al Nusra a Fateh Al Sham e la finale confluenza nel calderone di Hayat Tahrir Al Sham, noto anche come Tahrir Al Sham, sono la dimostrazione di una nuova capacità del gruppo di adattarsi e ridefinirsi. E quindi di sopravvivere.