Chi è Hibatullah Akhundzada, il leader dei talebani

Il suo nome, in arabo, significa “dono di Allah” e anche se solitamente viene dato alle bambine, nel 1961, i suoi familiari scelsero comunque di chiamarlo in questo modo. È un nome carico di accezioni simboliche e religiose quello che, da sempre, accompagna l’esistenza di Hibatullah Akhundzada, leader dei talebani dal 2016, cioè dal momento della morte dell’allora capo del movimento fondamentalista religioso afghano, Akhtar Mohammad Mansour (di cui era vice), ucciso in un raid americano il 21 maggio dello stesso anno.

Ritenuto, da sempre, una figura di spicco nel movimento talebano, ha mantenuto stretti legami con la Quetta Shura, l’organizzazione militante composta dai leader talebani afghani e che si ritiene abbia sede, almeno dal 2001, nella città di Quetta, nella provincia del Belucistan, in Pakistan. Elemento, quest’ultimo, che gli ha permesso di conoscere molto bene le dinamiche interne al movimento ed entrambi i territori asiatici.

Del volto del giovane religioso combattente, per anni ai vertici della gerarchia talebana e oggi alla sua direzione, in rete, resta soltanto qualche immagine ufficiale sfocata. E il suo copricapo bianco, quello che indossano i leader religiosi come lui: i mullah.

Akhundzada nacque nel 1961 nel distretto di Panjwayi, nella provincia di Kandahar, nel sud dell’Afghanistan, esattamente come i suoi predecessori, il mullah Omar e Mansour. La sua famiglia appartiene al gruppo tribale pashtun dei Noorzai e si dice che il padre fosse l’imam della sua comunità, il quale contribuì a educarlo secondo i dettami della dottrina islamica. Dopo l’invasione sovietica, la famiglia decise di emigrare a Quetta e Akhundzada proseguì la sua istruzione religiosa spostandosi. Le notizie sul suo passato appaiono contraddittorie, ma secondo quanto spiegato in un articolo de Il Manifesto, in base ad alcune fonti si mise a combattere i sovietici nelle file dell’Hezb-e-Islami Khalis. In ogni caso, ufficialmente scelse di unirsi ai talebani dopo la nascita del gruppo, negli anni Novanta, in seguito al ritiro delle truppe sovietiche dal territorio. Ma nonostante i numerosi spostamenti, secondo molti analisti come Gharzai Khwakhogi, un commentatore politico che ha lavorato nell’intelligence sotto i talebani, Akhundzada ha vissuto buona parte della sua vita in Afghanistan e, forse per questo motivo, è riuscito a mantenere ben saldi i rapporti con chi, negli anni, nel Paese, ha saputo conservare un importante ruolo di potere.

Negli anni Ottanta, Akhundzada venne coinvolto nella resistenza islamista contro la campagna militare sovietica del suo Paese. Anche se la sua figura, nel tempo, è stata accostata più a quella di un leader religioso piuttosto che a quella di un vero e proprio comandante militare, ufficialmente decise di unirsi ai talebani dopo la loro nascita ufficiale. Sotto il regime islamista instaurato nel 1996 a Kabul, Akhundzada svolse funzioni di giudice di alto grado, incaricato dei più delicati tra gli affari giudiziari talebani.Compito di spicco che mantenne per anni. Si ritiene, infatti, come riportato da al Jazeera, che a lungo abbia emesso fatwe (cioè dei responsi giuridici su questioni riguardanti il diritto islamico o le pratiche di culto) a sostegno delle punizioni religiose, come le esecuzioni pubbliche di assassini e di adulteri condannati e amputazioni ai danni di chi veniva giudicato colpevole anche soltanto di furto. E secondo alcune ricostruzioni, sia il mullah Omar, sia Mansour lo avrebbero interpellato per questioni legislative legate ai precetti islamici. Si dice che, sul finire degli anni Novanta, Akhundzada venne nominato maestro all’interno della Madrasa per il jihad, una sorta di seminario a cui parteciparono circa 100mila studenti, che il mullah Omar curò personalmente. Akhundzada, infatti, è uno sheikh ul-hadith, una figura religiosa molto autorevole, specialista nell’esegesi dei testi del profeta Maometto.

Da studioso religioso di Kandahar, luogo simbolo della tradizione talebana, Akhundzada, nel maggio del 2016, si è ritrovato a guidare il movimento dei talebani in un momento cruciale della sua storia. Da una parte, una resistenza contro gli “invasori americani” che ha mutato la sua forma rispetto ai primi anni Duemila. E, dall’altra, la ferma opposizione e la lotta contro lo Stato islamico di Abu Bakr al-Baghdadi per il controllo dell’Afghanistan. Una delle principali preoccupazioni del movimento fondamentalista, infatti, dopo l’avvento di Daesh è stata proprio  la diffusione, grazie alla propaganda, di una nuova forma di radicalizzazione, che ha sedotto numerosi giovani militanti anche in Afghanistan. L’attuale leader non è mai stato considerato controverso come il suo predecessore, che aveva guidato il movimento per due anni, prima che emergessero notizie ufficiali sulla morte del mullah Omar.

L’ascesa di Mansour, infatti, creò una vera e propria frattura tra i talebani, perché la sua nomina fu fortemente contestata da una parte del gruppo fondamentalista. Così, i membri riuniti nella Shura (ovvero il consiglio supremo) in Pakistan elessero Akhundzada all’unanimità, perché considerato “una figura in grado di ricucire gli strappi nel movimento”, che subì emorragie importante con l’imporsi di Daesh. Akhundzada, uno dei due vice di Mansour, insieme a Sirajuddin Haqqani (figlio di Jalaluddin, ucciso nel 2014, gli stessi Haqqani che guidano una rete di miliziani legata ai talebani, responsabile di numerosi attentati a Kabul), comandante delle operazioni militari e uomo forte della formazione, è un leader religioso che, da sempre, ha saputo sfruttare la sua spiritualità (intrecciata alla dottrina politica) per giustificare le azioni dei talebani.

In base a quanto riportato anche da Internazionale, Mansour lo avrebbe designato come suo ipotetico successore ben prima della sua morte. Per molti, Akhundzada rappresenta lo status quo e non cambierà la posizione del suo predecessore. Secondo l’analista Amir Rana, la sua nomina è dovuta al grado di anzianità, alla sua esperienza e al fatto che non potrà mai fare niente senza il consenso della Shura, che è ancora l’organo direttivo più importante (e decisivo) del movimento fondamentalista. La Rahbari Shura è un’istituzione composta da 18 persone responsabili della strategia, della politica e, complessivamente, delle decisioni da prendere. Composto da ex ministri talebani, diplomatici, governatori, comandanti militari e religiosi appartenenti all’apparato.

A differenza dei suoi due predecessori, che ricevettero un’educazione in Pakistan e che si credeva si fossero spostati in modo permanente verso l’oriente, attraverso la linea Durand, dopo l’invasione americana del 2001 e la guerra che ne conseguì, molti analisti sono convinti che Akhundzada abbia vissuto in Afghanistan durante il periodo che va dal 2001 al 2016 e per gran parte della sua vita (nonostante i suoi numerosi spostamenti). Una volta scelto, i talebani avevano diffuso un comunicato in cui precisavano che “il nuovo emiro” era stato scelto all’unanimità e che tutti i componenti del Consiglio gli avevano giurato fedeltà. Nel 2016, il nuovo leader confermò i suoi numeri due. Non due nomi qualunque, ma Sirajuddin Haqqadi e il mullah Yaqub, figlio del mullah Ohmar.

In base a quanto riportato dal New York Times, qualche anno fa, Akhundzada fu il bersaglio di un attentato contro la sua persona. Secondo quanto raccontato da uno dei presenti, durante una delle sue lezioni, a Quetta, un uomo (probabilmente nascosto tra i suoi studenti) si avvicinò a lui puntandogli una, ma l’arma si inceppò e il colpo non partì. Nell’agosto del 2019, invece, già da leader dei talebani, secondo quanto ricostruito dal Telegraph una bomba è stata fatta esplodere sotto la sedia dell’imam all’interno della moschea di Kuchlak, uno dei luoghi frequentati da Akhundzada, non lontano da Quetta. Anche in quella circostanza, probabilmente, il tentativo era quello di ucciderlo. In base a quanto riferito da alcune fonti talebane, in quell’attentato hanno perso la vita il fratello, il mullah Hamdullah e suo padre, mullah Mohammad Khan, mentre suo figlio Ahmadullah sarebbe rimasto ferito.


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