Chi era Ahmed Yassin, il cieco che terrorizzò Israele

L’Iran è il nemico numero uno di Israele dal lontano 1979, anno della Rivoluzione islamica di Ruhollah Khomeini, ma è esistito un periodo, a cavallo tra gli anni Novanta e il primo Duemila, dove a mettere la sicurezza nazionale a repentaglio non furono né la guerriglia palestinese di stampo guerrafreddesco né i soldati dell’Ayatollah.

Quegli anni di terrore e instabilità rappresentano oramai un ricordo (quasi) sbiadito per Israele, sebbene l’insorgenza filopalestinese riemerga a cadenza periodica, e tornare su di essi è indispensabile ai fini della comprensione del presente. Perché quegli anni, bagnati dal sangue di un numero insolitamente alto di attentati e scontri interetnici, costituirono il regno di Ahmed Yassin, il co-fondatore di Hamas.

Ahmed Yassin nacque ai tempi del Mandato britannico di Palestina nell’oggi defunto villaggio di Al-Jura. Sebbene la sua carta d’identità riportasse quale data di nascita l’1 gennaio 1928, Yassin sostenne sempre di essere venuto al mondo l’1 gennaio 1937.

Orfano di padre dall’età di tre anni, Yassin crebbe con la madre, Sa’ada al-Habeel, che era una delle tre mogli del defunto genitore. In totale, complici i tre matrimoni del padre, Yassin crebbe con quattro fratelli e due sorelle. Tutti assieme, figli e mamme, furono testimoni della distruzione di Al-Jura nel corso della prima guerra arabo-israeliana, a causa della quale si spostarono a Gaza, trovando riparo nel fatiscente campo rifugiati di Shati.

Nel 1949, appena dodicenne, Yassin sarebbe diventato tetraplegico a causa di un grave trauma patito alla spina dorsale nel corso di un combattimento tra amici. Severa e irreversibile la diagnosi dei medici: quadruplegia incurabile, cioè sedia a rotelle a vita. Il possesso di una ferrea volontà, comunque, lo avrebbe aiutato a superare il trauma, a cavarsela del bene dal male, incoraggiandolo a leggere e studiare.

Tentò persino di laurearsi alla prestigiosa università di Al-Azhar, ma il dolore provato ad ogni spostamento da casa a lezione non glielo permise. Quel poco tempo trascorso all’università, comunque, sarebbe stato sufficiente a plasmarlo per sempre. Nel dopo-al Azhar, invero, Yassin avrebbe approfondito a casa, da autodidatta, tutte quelle materie alle quali era stato introdotto all’università: dagli studi sulla religione a quelli sulle relazioni internazionali, passando per sociologia ed economia.

Dotto e loquace, sebbene privo di una formazione ufficiale, Yassin riuscì ad ottenere un incarico di insegnamento presso una scuola elementare di Gaza. Nel 1960, poi, il matrimonio con una parente, che gli diede undici figli. L’ordinarietà e la lontananza dalla causa palestinese, ad ogni modo, avrebbero avuto fine di lì a breve.

Le vicende sanguinose degli anni Sessanta e Settanta avrebbero gradualmente condotto Yassin sulla strada della militanza politica e sociale. Tutto ebbe inizio nel 1973, con la fondazione da parte di Yassin dell’ente caritatevole Mujama al-Islamiya – ancora oggi operante –, e continuò con l’avvicinamento alla Fratellanza Musulmana e agli ambienti del radicalismo islamico.

Yassin fu scelto, o forse si propose, per traghettare i Fratelli Musulmani nelle Terre palestinesi. L’incarico era rischioso, soprattutto perché un individuo come Yassin era facilmente monitorabile – parzialmente cieco, oltre che tetraplegico –, e gli avrebbe aperto le porte del carcere molto presto. Nel 1984, infatti, Yassin fu arrestato per aver contrabbandato armi dall’Egitto alla Striscia di Gaza e condannato a tredici anni di carcere.

La permanenza in carcere non sarebbe durata tutto quel tempo, non sarebbe durata neanche due anni. Perché Yassin, invero, fu liberato già l’anno successivo, 1985, nel contesto di uno degli scambi di prigionieri più celebri della storia: l’accordo di Jibril. Insieme a Yassin, quell’anno, avrebbero respirato nuovamente l’aria della libertà circa 1.500 detenuti, tra i quali Kozo Okamoto dell’attentato all’aeroporto di Lod, in cambio del rilascio di tre ebrei israeliani.

Yassin non perse tempo. Nel 1987, allo scoppio della Prima Intifada, insieme all’amico Abdel Aziz al-Rantissi diede vita a Hamas. Originariamente pensata per essere la costola paramilitare della Fratellanza Musulmana, quest’organizzazione avrebbe rapidamente protagonizzato lo scenario insurrezionalistico palestinese e obbligato Mossad e Shin Bet a rivedere i loro modi operandi a causa dell’impiego di uno strumento innovativo: gli attentati suicidi.

Catturato nel 1989 e condannato all’ergastolo, Yassin fu nuovamente scarcerato in anticipo, nel 1997, nell’ambito di uno scambio di prigionieri. Come già accaduto in passato, Yassin, per quanto intrinsecamente fragile, costantemente sorvegliato e praticamente immobile, avrebbe profittato della riavuta libertà per riassumere il controllo di Hamas.

Fortemente critico nei confronti dell’Autorità Nazionale Palestinese, sebbene al tempo stesso contrario ad una faida intestina, Yassin fu il capofila del movimento di opposizione alla Tabella di marcia per la pace del 30 aprile 2003. Un’opposizione che avrebbe manifestato con fragore poco più di un mese dopo, attraverso Hamas, con l’attentato al bus di piazza Davidka: 17 morti e oltre 100 feriti.

L’attentato al bus di piazza Davidka avrebbe cambiato le regole del gioco, privando Yassin di quell’immunità informale che gli era stata concessa in virtù di capo di Hamas – e dunque di negoziatore e interlocutore. Inserito nella lista nera dei servizi segreti israeliani, Yassin fu vittima di un primo tentativo di assassinio il 6 settembre 2003. Quel giorno, pur di ucciderlo, un F16 avrebbe demolito a colpi di missile un intero edificio nella Striscia di Gaza. Yassin, tuttavia, sarebbe incredibilmente sopravvissuto.

La rappresaglia per il tentativo di eliminazione subito non si fece attendere. Pochi mesi dopo, il 14 gennaio dell’anno nuovo, un attentatore suicida uccise quattro persone, ferendone dieci, al valico di Erez; era la vendetta di Yassin.

Il successivo tentativo di neutralizzazione sarebbe andato a buon fine. Il 22 marzo 2004, mentre veniva accompagnato dalle due guardie del corpo nella moschea del quartiere Sabra che soleva frequentare – era un abitudinario e neanche la consapevolezza di essere nel mirino di Israele lo persuase a rivalutare la propria quotidianità –, Yassin fu investito da una pioggia di missili Hellfire. L’attacco fu concepito per essere devastante: nessuno doveva sopravvivere. E nessuno sopravvisse: morirono Yassin, le due guardie del corpo e nove passanti, mentre altri dodici furono feriti.

La scelta di operare un bombardamento in luogo di un attacco mirato fu aspramente criticata dalla comunità internazionale. Dichiarazioni e azioni di biasimo giunsero dalle Nazioni Unite – dove la Commissione per i diritti umani approvò una risoluzione di condanna per via della morte di civili –, dalla Lega Araba e dall’Unione Africana.

I funerali di Yassin furono uno degli eventi più partecipati e sentiti della storia delle Terre palestinesi: duecentomila persone si riversarono per le strade di Gaza in segno di lutto, dando vita ad un raccoglimento collettivo. E la Seconda Intifada, la cui intensità era andata lentamente diminuendo nei mesi precedenti, nel dopo-Yassin si sarebbe aggravata al punto tale da spingere Israele ad avallare l’avvio di due maxi-operazioni di soppressione dura della sedizione: Arcobaleno e Giorni di penitenza.

Oggi, a distanza di anni da quel 22 marzo 2004, nonostante Israele sia riuscito a edificare il più grande ed efficiente stato di sorveglianza e controllo permamente del pianeta, lo spettro di quell’orbo che aveva profetizzato guerra eterna in Terra Santa continua a far paura. Lo spettro di una Terza Intifada, che gli israeliani hanno visto materializzarsi per qualche istante nel maggio 2021, continua a far paura.