Afghanistan, i numeri della violenza dello Stato islamico e dei talebani

L’Afghanistan è uno di quei Paesi che, da oltre trent’anni, non riesce a conoscere la stabilità. Nel 2001, con la caduta del  regime talebano,  sembrava che la stabilizzazione fosse ormai prossima. L’idea dell’amministrazione Bush di punire il regime dei mujaheddin per non aver consegnato l’autore dell’11 settembre, Osama Bin Laden, e di portare un cambio democratico ha però dimostrato tutti i suoi limiti. I governi che si sono succeduti non hanno mai conquistato la fiducia della popolazione, ma soprattutto non sono riusciti a contenere l’insorgenza, che, anzi, è diventata più forte, al punto che gli americani sono stati costretti a rimanere.

La strategia di Washington si è protratta praticamente all’infinito. Secondo le ultime stime, al momento nel Paese dovrebbero essere schierati circa 14mila soldati americani. Un contingente in aumento se si considerano gli 8.400 schierati nel 2016, anche se si tratta di un numero ben lontano da quello del periodo 2009 e 2011 quando le truppe erano più di 100mila. Rispetto però agli anni in cui sembrava che qualcosa fosse cambiato, oggi la situazione sembra quasi senza speranza e, a certificarlo, sono stati gli stessi americani. Il Sigar, l’autorità del governo federale preposta alla ricostruzione del Paese, ha messo nero su bianco che i 5 miliardi dollari spesi nel corso di una campagna durata 15 anni, non sono serviti a niente. Non solo. Quel documento ha anche messo in luce come gli Usa abbiano avuto aspettative irrealistiche sulla possibile stabilizzazione del Paese, ma anche come l’amministrazione Obama non abbia investito a sufficienza per cercare una soluzione e che ogni tentativo di sostenere il governo afghano si sia rivelato vano.

A complicare uno scenario già compromesso è arrivato anche lo Stato islamico. Nel 2014 infatti anche in Afghanistan hanno fatto la loro comparsa le bandiere nere. Nel corso degli anni le file di questo movimento, un po’ estraneo al contesto del Paese, si sono ingrossate e, secondo alcune stime, potrebbe contare su circa 3mila combattenti, con uno zoccolo duro formato da uomini pakistani e uzbeki. Una delle roccaforti di questo gruppo è la provincia di Nangarhar, nel nord-est del Paese. Secondo l’Onu nel 2017 lo Stato islamico è stato responsabile di almeno 400 morti e oltre 600 feriti, il 10% di tutti quelli avvenuti nel corso dell’anno in tutto il Paese, un dato in aumento rispetto al 2016 quando i morti furono 209.

È facile intuire che, da quando gli americani hanno deciso di intervenire, il controllo del territorio non è mai stato stabile, anzi vari attori si sono contesi brandelli di territorio con violenti scontri. Secondo quando riportato dallo stesso Sigar, dei 229 distretti in cui è diviso l’Afghanistan lo Stato centrale ne controlla circa il 56%. 59, circa il 14,5% del totale, sono invece nelle mani di forze ribelli, mentre i rimanenti 119 (il 30% del territorio) sono aree contestate che non sono sotto il controllo né di Kabul né di talebani o islamisti. Quello che è certo è che ormai molti distretti sono nelle mani degli eredi del  Mullah Omar e che non sarà semplice liberarli. Kabul e il governo di Ashraf Ghani stanno cercando in tutti i modi di affrontare la questione per via diplomatica ma senza un apparente successo. I talebani hanno rigettato la proposta di un cessate il fuoco dicendosi pronti a continuare i combattimenti dopo la tregua di primavera.

È un momento difficile
STIAMO INSIEME