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Vitaly Shlykov, il genio (sconosciuto) che ha plasmato l’era-Putin

Quando si scrive e si parla di strateghi, diplomatici ed eminenze grigie che hanno contribuito alla rinascita della Federazione russa nel dopo-Eltsin, spesso e volentieri, perlomeno in Occidente, viene fatto (quasi) esclusivamente un nome: Sergej Lavrov.

Lavrov, il gigante della diplomazia che dirige la politica estera del Cremlino sin dal 2004, ha senz’altro rivestito un ruolo-chiave nel ritorno della Russia nell’arena delle grandi potenze. Ma l’elenco dei Padri fondatori della nuova Russia, postsovietica e neoimperiale, è molto piĂą lungo, ricco ed eterogeneo. Ed è un elenco composto da personaggi diversissimi tra loro, per ruolo e funzione, all’interno del quale risaltano per importanza Vladislav Surkov – il teorico della cosiddetta “democrazia sovrana” –, Alexei Kudrin – il padre del miracolo economico dei primi anni Duemila –, capi militari come Sergej Shoigu e Valerij Gerasimov, Richelieu ortodossi come i metropoliti Hilarion e Tikhon e potenti consiglieri, tanto analitici quanto visionari, come Dmitrij Kozak, Igor Panarin, Nikolai Patrushev e Vitaly Shlykov.

Vitaly Shlykov nacque in quel di Kursk il 4 febbraio 1934. Testimone oculare della Seconda guerra mondiale, di cui un capitolo importante fu scritto proprio a Kursk nel 1943, Shlykov, una volta adulto, decise che avrebbe aiutato l’Unione Sovietica a non ripetere quegli stessi errori che avevano permesso l’arrivo dei nazisti fino a Stalingrado.

Logico, analitico, e dotato di eccezionali capacitĂ  nella previsione strategica e nell’elaborazione di scenari, Shlykov sarebbe entrato a far parte del Direttorato principale per l’informazione (Gru) nel 1958, poco dopo aver conseguito una laurea presso il rinomato Istituto statale di Mosca per le relazioni internazionali, e qui sarebbe divenuto una delle migliori spie al servizio del Cremlino.

Per piĂą di vent’anni, utilizzando passaporti americani fasulli, Shlykov si sarebbe recato in Europa occidentale per raccogliere informazioni sui programmi militari e sulle industrie della difesa dei nemici dell’Impero sovietico. Ma non era una spia qualsiasi: era un factotum. Le altre spie raccoglievano informazioni, carpivano segreti, che poi passavano direttamente ai superiori. Shlykov, invece, raccoglieva, analizzava ed elaborava.

Tratto in arresto dalle autoritĂ  svizzere nel 1983 nell’ambito del caso Dieter Gerhardt – un ufficiale della Marina sudafricana corrotto dai sovietici, che, redento, aiutò la Cia a fare luce sulla rete spionistica del Cremlino in Europa occidentale –, Shlykov fu condannato a tre anni di carcere.

Nel 1986, una volta libero, Shlykov avrebbe fatto immediatamente ritorno in patria, accolto come un eroe, decidendo di dedicarsi a tempo pieno alla sua prima e principale passione: gli studi di previsione.

Di ritorno dalla Svizzera, ormai “bruciato” e dunque impossibilitato a servire ulteriormente come spia, Shlykov avrebbe dato vita ad un think tank destinato a scuotere le fondamenta dell’Unione Sovietica: il Consiglio per la politica estera e la difesa.

Shlykov aveva trascorso la vita facendo su e giĂą dall’estero, carpendo segreti, ma, in quanto indagatore per natura, aveva anche, e sempre, profittato del tempo nel Primo mondo per compararlo con il suo, il Secondo, quello comunista e sovietico. Il sunto di quegli anni avrebbe assunto la forma di un severo monito al Cremlino: la nave stava per affondare.

La sentenza di Shlykov era laconica, inappellabile: Michail GorbaÄŤĂ«v non sarebbe riuscito ad evitare l’inabissamento. Era troppo tardi. Ed erano troppe le riforme, profonde e strutturali, da implementare: il superamento del modello staliniano della pianificazione economica – ormai anacronistico –, la revisione dell’intera macchina bellica – perchĂ© l’epoca delle guerre totali era finita nel 1945 – e il potenziamento dell’economia civile – vero motore di crescita e arricchimento.

La profezia sarebbe costata a Shlykov il prestigio, le relazioni con il Politburo e il posto nelle forze armate. Ma quel momento di emarginazione, comunque, non sarebbe durato a lungo: il 1989 era alle porte. Inoltre, qualcuno di importante, destinato ad assumere la guida del Cremlino nel dopo-inabissamento, si sarebbe premurato di traghettarlo nella nuova era: Boris Eltsin.

Negli anni Novanta, complice il rapporto di fiducia e stima costruito con Eltsin, il Consiglio per la politica estera e la difesa sarebbe divenuto il think tank del Cremlino. Shlykov, ad ogni modo, non avrebbe potuto fare a meno di notare (e di criticare) il modus operandi di Eltsin in patria e all’estero, restandone deluso.

Dei (tanti) suggerimenti forniti da Shlykov, dalle riforma delle forze armate alla questione cecena, Eltsin avrebbe acconsentito soltanto a trasporne in realtĂ  uno: la transizione verso l’economia di mercato. Transizione, però, portata avanti in totale autonomia dall’anziano analista, che, a quel punto, si sarebbe allontanato dalla presidenza per dedicarsi interamente alla crescita del think tank.

Il vero momento della rivalsa per l’analista dallo sguardo piĂą aquilino di tutte le Russie sarebbe giunto soltanto nel dopo-Eltsin, ovvero con l’inizio dell’era Putin. Shlykov, improvvisamente ma non sorprendentemente, cominciò a venire invitato ai tavoli di discussione, mentre le analisi del think tank iniziarono a essere prese in considerazione.

Putin, cresciuto durante la Guerra fredda e cosciente delle enormi colpe dell’Unione Sovietica, aveva intravisto in Shlykov l’uomo giusto al momento giusto: un super-calcolatore da utilizzare per la ricostruzione di una nazione distrutta, uscita ridimensionata economicamente, militarmente e geograficamente dal confronto del Novecento e bisognosa di nuove idee.

La Russia non avrebbe dovuto ripetere gli errori dell’Unione Sovietica, che a sua volta ereditò la maledizione del gigante dai piedi d’argilla dall’Impero zarista, perciò Putin fece di Shlykov il proprio consigliere informale per un decennio, traslandone in realtĂ  la visione sulle forze armate – riformate nel 2008 –, sull’evoluzione della guerra – privata e irregolare; da qui la fondazione del Gruppo Wagner e l’elevazione della guerra ibrida a dogma –, sulla globalizzazione – ingresso nell’OMC posticipato fino al 2012 – e sull’estero vicino – da “ricatturare” a mezzo di una “militarizzazione permanente”.

Muore a Mosca il 19 novembre 2011, per un attacco cardiaco, lasciando un legato inestimabile a contemporanei e posteri. Perché Shlykov, parimenti al più celebre Valerij Gerasimov – lo stratega che ha rivoluzionato il modo di fare e concepire le guerre ibride –, è stato uno degli architetti della rinascita della Russia.

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