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Talleyrand-Périgord, lo stregone della diplomazia

L’Ottocento è stato il secolo di Napoleone, Metternich e Bismarck, i tre uomini universali – perché furono tutto: condottieri, strateghi, soldati e diplomatici – alla cui fervida immaginativa si deve l’attuale conformazione dell’Europa e, in parte, del mondo. L’Ottocento è stato anche il secolo della grande svolta che ha preludiato all’ingresso del mondo nel turbolento Novecento, essendo stato il tempo delle ultime guerre d’indipendenza dei popoli europei, della decadenza dell’impero ottomano, dell’estinzione dello Stato pontificio e della progressiva diffusione degli ideali rivoluzionari di Marx ed Engels.

L’Ottocento, questo secolo che è stato tutto e il contrario di tutto, non sarebbe stato lo stesso se dal grembo fertile della Francia, madre di re cristianissimi e di illuministi votati alla distruzione del Cattolicesimo, non fosse nato Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord, lo Stregone della diplomazia sopravvissuto alla ghigliottina degli illuministi, alle manie distruttive di Napoleone e ai cambi di regia della Restaurazione.

Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord nasce a Parigi il 2 febbraio 1754 da una famiglia altolocata. Il padre, Charles-Daniel, era un cavaliere appartenente all’ordine di San Michele, nonché uno dei luogotenenti del re di Francia e conte di Périgord. Suo zio paterno, invece, era Alexandre-Angélique de Talleyrand-Périgord, un carismatico chierico che, prima di morire, sarebbe divenuto cardinale arcivescovo di Parigi.

A causa di una forma di invalidità manifestata dalla nascita – era zoppo, forse perché affetto dalla sindrome di Marfan o perché vittima di un incidente durante i primi mesi di vita –, sarebbe stato ribattezzato “il diavolo zoppo” nell’adultità e maltrattato dai genitori fin dall’infanzia perché ritenuto antieconomico e una ferita all’onorevolezza della dinastia Talleyrand – per muoversi aveva bisogno di una protesi metallica.

Privato del diritto di maggiorasco – il diritto del primogenito all’eredità familiare –, che i genitori girarono a suo fratello Archambaud, il piccolo zoppo fu prima “consegnato” alle cure della bisnonna, Marie-Françoise de Rochechouart, e dopo iniziato alla carriera ecclesiastica. L’obiettivo dei genitori, in ambedue i casi, era il medesimo: allontanare il piccolo Talleyrand dalla quotidianità domestica.

Nel 1769, a soli quindici anni e dopo averne trascorsi sette presso il collegio d’Harcourt, si iscrive al seminario di Saint-Sulpice. Avrebbe ottenuto i voti minori sei anni più tardi, nel 1775, venendo dirottato alla cattedrale di Reims – all’epoca amministrata dallo zio Alexandre-Angélique.

Diventerà sacerdote effettivo soltanto nel 1779, investito del titolo ad una cerimonia di ordinazione alla quale non avrebbe presenziato nessun Talleyrand. Pur essendo stato assegnato all’abbazia di Saint-Remi, inquadrata nella diocesi di Reims, il don zoppo sceglie di stabilirsi nella capitale, Parigi, perché guidato da obiettivi di rivalsa nei confronti di tutti coloro che lo hanno ripudiato e trattato alla stregua di un reietto appestato. Gli eventi successivi gli avrebbero dato ragione: aiutato dallo zio Alexandre-Angélique, unico membro della famiglia che lo ha sempre sostenuto, riesce a farsi rapidamente strada nel clero che conta, avvicinandosi successivamente alla massoneria e alla diplomazia.

Il 1780 è l’anno della svolta per Talleyrand. Dopo aver mediato (con successo) la controversia tra casa reale e Chiesa cattolica concernente l’autonomia dei beni ecclesiastici – proponendo uno scambio: un contributo libero (ma ingente) alle casse statali da parte del clero in cambio dell’intoccabilità del patrimonio immobiliare –, viene nominato agente generale per il clero dall’Assemblea della Chiesa gallicana. È nel contesto delle controversie tra clero e Stato che Talleyrand scopre la sua vera vocazione: la diplomazia.

Crescentemente vicino al reame, aiutato a mezzo di preziosi suggerimenti in materia di economia e finanze, il Diavolo zoppo degli anni Ottanta del Settecento è un carrierista in ascesa che avrebbe scalato gradatamente i vertici della piramide del potere anche senza l’aiuto del potente zio.

Eloquente, carismatico e in possesso di un bagaglio di conoscenze e competenze in una grande varietà di settori, dal diritto canonico all’economia, Talleyrand viene nominato vescovo di Autun alla vigilia della Rivoluzione francese. Proveniente da una famiglia di cavalieri, chierico e sostenitore dell’Ancien Régime, il fato di Talleyrand sembrava già scritto: ghigliottina. Sorprendentemente, invece, il Diavolo zoppo sarebbe uscito indenne dagli spasmi anticattolici della Rivoluzione. Come? Facendo proprie le doglianze dei fedeli, in sede di Assemblea degli Stati generali, e reinventandosi voce del Terzo Stato.

Colta l’inevitabilità del cambio d’epoca, Talleyrand vuole assicurarsi di salire sul carro giusto – quello dei vincitori –, perciò propone agli Stati generali di adempiere ad ognuna delle richieste dei dimostranti: dal superamento della monarchia all’abolizione dei privilegi dei feudatari e del clero. Convinto di aver fatto la scelta giusta, nonostante l’opinione contraria di una maggioranza soverchiante ed armata, Tallyerand si unisce ai membri dell’Assemblea nazionale costituente. La storia gli avrebbe dato rapidamente ragione: poco tempo dopo, dinanzi agli occhi increduli di reame e clero, la Francia verrà sconvolta dall’inizio della Rivoluzione.

Noto ai membri dell’Assemblea nazionale costituente per le sue qualità diplomatiche, Talleyrand diventa nottetempo il formulatore dell’agenda degli aspiranti rivoluzionari. È lui che propone di confiscare i beni immobili alla ricca Chiesa di Francia – prendendo parte al saccheggio a scopo di autoarricchimento. È lui che propone di privare il cattolicesimo del titolo di religione di Stato, nonché di estendere la cittadinanza ad ebrei e avignonesi. È lui che scrive la maggior parte degli articoli della Dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino. Ed è sempre lui che mette la firma sulla Costituzione civile del clero, divenendo uno dei primi a prestarvi giuramento e a subirne gli effetti – la perdita della guida della diocesi di Autun e la scomunica da parte di Pio VI.

Non avrebbe agito in tal modo perché realmente convinto della e dalla Rivoluzione, ma perché obbligato dalla necessità, perché spinto da ragioni di sopravvivenza. Nel dietro le quinte della partecipazione ai lavori dell’Assemblea, invero, avrebbe continuato a supportare il re nella speranza-aspettativa di ribaltare le sorti degli eventi. Un supporto che sarebbe durato fino a quando, vistosi rifiutare un piano per decapitare l’intera Assemblea e porre fine ai moti, comprese che il re aveva inconsciamente accettato il proprio destino e che i Rivoluzionari sarebbero stati i soli e totali vincitori del conflitto.

Nel 1792, mentre l’ordine rivoluzionario va ottenendo crescente istituzionalizzazione e riconoscimento tra le masse, Talleyrand viene inviato in Inghilterra con l’obiettivo di rassicurarne la famiglia reale: la Rivoluzione francese non rappresenta una minaccia per il resto d’Europa. Al di là di ogni pronostico, Talleyrand rincasa con la promessa di neutralità da parte britannica, ma il momento trionfale dura poco: qualcuno scopre e invia alla stampa le lettere segrete fra il diplomatico e il re, oramai prossimo alla ghigliottina, determinando la formulazione di un mandato di cattura nei suoi confronti.

Talleyrand riesce ad evitare l’arresto, e la probabile condanna a morte, perché al momento dello scandalo si trova in Inghilterra. Qui aveva fatto ritorno poco dopo aver siglato il patto di neutralità, perché preoccupato dal regime del Terrore instauratosi in Francia. Un’intuizione che gli avrebbe salvato la vita. Da Londra si imbarca alla volta di Filadelfia, nell’attesa che si calmino le acque – o meglio, che i suoi gregari in loco le calmassero –, e qui avrebbe avuto l’onore di conoscere uno dei padri fondatori degli Stati Uniti, Alexander Hamilton.

Nel 1796, morti sia il re sia Robespierre, Talleyrand può rientrare in Europa. Accolto freddamente e con diffidenza dal Direttorio, memore dei suoi trascorsi con il defunto sovrano, riesce a riottenerne la fiducia completa sventando un colpo di Stato orchestrato da nostalgici realisti in combutta con alcuni membri dello stesso Direttorio, tra i quali l’arcinemico Lazare Carnot. Eliminata ogni forma di concorrenza, Talleyrand può ricominciare l’ascesa ai vertici della Francia: nel 1797, invero, gli viene affidata la guida del ministero degli Esteri.

La prima (ostica) missione che deve affrontare il diavolo zoppo riguarda gli Stati Uniti, una nazione che ebbe modo di conoscere durante la breve fuga dalla Francia. Il governo francese vorrebbe siglare un trattato commerciale con questa potenza in ascesa ricalcante quello angloamericano, ma gli sforzi negoziali non avevano prodotto risultati. Talleyrand, allora, ha un’idea: massimizzare la tensione per poi ridurla mediante trattato, ovvero spirale bellica controllata. Richieste di tangenti e sequestri di mercantili da parte francese avrebbero dato vita alla cosiddetta “quasi-guerra” con gli Stati Uniti, che le rispettive diplomazie avrebbero risolto nel 1800 con il celebre trattato di Mortefontaine.

È nel contesto della quasi-guerra che Talleyrand ha un’intuizione simile a quella del pre-Rivoluzione: il Direttorio è agli sgoccioli. La prognosi del diplomatico chiaroveggente è infausta: geopoliticamente miope, strategicamente morta, nonché crescentemente scollata dalla realtà, l’entità rivoluzionaria viene ritenuta in stato di morte cerebrale. E come profittare del cambio di paradigma, considerato inevitabile, Talleyrand lo capisce dopo aver fatto la conoscenza del giovane Napoleone, all’indomani della campagna d’Italia.

Le ambizioni golpiste di Talleyrand, in qualche modo comprese dal Direttorio, gli valgono l’allontanamento dal ministero degli Esteri nel luglio 1799. Il Direttorio, ad ogni modo, più che impedire la propria fine, l’avrebbe soltanto ritardata. Il 9 novembre dello stesso anno, invero, Napoleone consuma un colpo di Stato e pone fine all’esperienza repubblicana. Colpo di Stato che sarebbe stato impossibile senza il supporto dell’astuto Talleyrand, il cui uomo nel governo, il potente ministro della Polizia Joseph Fouché, ordinò alle autorità di sicurezza pubblica di non intervenire nella faccenda, permettendo a Napoleone, de facto, di assumere il potere senza colpo ferire.

Napoleone non avrebbe mai dimenticato l’aiuto prezioso ricevuto da Talleyrand, colui che ne facilitò e rese possibile l’ascesa al trono. Nell’immediato post-Direttorio, Napoleone lo ristabilisce a capo del ministero degli Esteri e lo trasforma nella propria ombra, facendolo consigliere.

Le manie di grandezza dell’imperatore, però, che lo spingono ad interferire pesantemente in quasi tutti i processi negoziali, impediscono a Talleyrand di esercitare il ruolo ministeriale come vorrebbe, potrebbe e dovrebbe. Compreso il carattere totalizzante del nuovo sovrano, il Diavolo zoppo opterà per una massimizzazione del profitto orientata al lunghissimo termine, ovvero profitterà degli innumerevoli viaggi all’estero per tessere amicizie internazionali che si riveleranno fondamentali al termine dell’epoca napoleonica.

Napoleone è abile e carismatico, ma la sua scontentezza quasi-cronica lo acceca (geo)politicamente, perciò il diplomatico-indovino ha una nuova intuizione: l’epopea imperiale è destinata a naufragare, soccombendo al peso delle pressioni economiche e delle perdite umane provocato dalle campagne militari infinite. Neanche la vittoria di Austerlitz convincerà il pessimista Talleyrand, che, contrariamente all’imperatore, non crede nella possibilità di egemonizzare singolarmente e direttamente l’Europa, credendo, invece, nella possibilità di controllarla in maniera morbida, ossia informale, attraverso schemi di alleanze e meccanismi di dialogo e cooperazione basati sull’equilibrio.

Guidato da questa visione di lungo termine, all’interno della quale si possono intravedere i semi del futuro Concerto, e consapevole che i contemporanei lo avrebbero ringraziato a tempo debito e in sede opportuna, Talleyrand apporterà alcune modifiche al celebre trattato di Presburgo, rendendo le condizioni di pace meno dure per l’Austria, e trascorrerà gli anni successivi a persuadere l’imperatore della necessità di non infliggere misure eccessivamente punitive ai vinti – perché sorgenti di pericolosi risentimenti –, sullo sfondo di rumoreggiati carteggi con i colleghi moscoviti, prussiani e viennesi.

Lo scoppio dei moti antifrancesi in Spagna è rivelatorio per Talleyrand, nel frattempo espulso dal ministero degli Esteri per via dei dissapori con l’imperatore. L’episodio, considerato per ciò che è realmente – un presagio della prossima fine –, incoraggia il diplomatico a fare la mossa più azzardata: scrivere una lettera a Klemens von Metternich, titolare degli esteri austriaco, suggerendogli di attaccare la Francia. La missiva viene scoperta dallo spionaggio napoleonico, ma a Talleyrand, sorprendentemente, al posto del patibolo, verrà proposto di tornare agli Esteri – offerta che rifiuterà, accettando, però, di riassumere il ruolo di consigliere.

Il ritrovato idillio tra Napoleone e Talleyrand, però, avrà vita breve. Poco dopo aver sposato Maria Luisa d’Asburgo-Lorena – un matrimonio reso possibile dalla mediazione di Talleyrand con Metternich –, Napoleone deciderà di dichiarare guerra alla Russia, nonostante la contrarietà del proprio consigliere.

Nel 1814, dopo aver rifiutato per l’ennesima volta di assumere la guida degli Esteri, Talleyrand avvia un processo di pace parallelo con lo zar Alessandro e con Metternich, illuminandoli su come prendere Parigi nella maniera meno cruenta e più veloce. Il sovrano russo, eloquentemente, dopo aver catturato la capitale francese, risiederà presso gli alloggi di Talleyrand.

Non dimentichi del supporto ricevuto dallo scaltro diplomatico, i sovrani europei acconsentono alla nascita di un governo Talleyrand, funzionale, necessario e propedeutico ad una transizione pacifica verso il post-napoleonismo. I lavori dell’esecutivo condurranno all’ascesa al trono di Luigi XVIII, che, a sua volta, affiderà a Talleyrand la guida degli Esteri e la gestione dell’intero processo di pace con le potenze vincitrici.

Il Diavolo zoppo, facendo leva sul rapporto amichevole instaurato con gli omologhi di tutto il continente negli anni napoleonici, ottiene un trattamento più che equo: nessuno smembramento della Francia, ma una semplice e celere restituzione dei territori conquistati dal 1792 in avanti. Lo stesso anno, poi, parteciperà ai lavori del Congresso di Vienna in qualità di protagonista, contribuendo in maniera determinante a ridisegnare i confini dell’Europa nel nome dell’equilibrio e del concerto.

Napoleone sarebbe morto solo ed esiliato, pochi anni più tardi, dopo un ultimo e disperato tentativo di riconquista del potere. Talleyrand, invece, sarebbe deceduto nel 1835, quasi ottantenne, non prima di aver coronato il suo ultimo sogno: riottenere la reinvestura episcopale, morendo in pace e in comunione con la Chiesa cattolica.