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Shiro Ishii, il padre della guerra biologica

Il futuro della guerra è nella biologia, nella chimica, nella genetica e nella psicologia. La biologia e la genetica per intossicare le vene del nemico. La chimica per otturarne le vie respiratorie e ustionarne la cute. E la psicologia per manipolarne la mente.

Come si possa utilizzare la psicologia per produrre delle neuro-armi, ovvero degli strumenti in grado di manipolare la mente del rivale, lo hanno (di)mostrato ampiamente Edward Bernays, il padre della propaganda, e Charles Douglas Jackson, lo psico-stratega della Casa Bianca. E di come si possa militarizzare la biologia, invece, ne ha dato prova Shiro Ishii, il bio-guerriero dell’imperatore Hirohito che nel secondo dopoguerra avrebbe aiutato gli Stati Uniti ad avviare il loro primo programma bio-militare.

Shirō Ishii nacque a Shibayama, nella prefettura di Chiba, il 25 giugno 1892. Quarto figlio di Katsuya Ishii, il più importante proprietario terriero della comunità locale, Shiro nacque con un dono: era un bambino prodigio, cioè cognitivamente plusdotato. Quel dono lo avrebbe reso il migliore del suo corso – in ogni corso –, conducendolo a studiare medicina all’Università imperiale di Kyoto.

Nel 1921, terminati gli studi, Ishii fu reclutato dall’Armata imperiale in qualità medico militare di stanza a Tokyo. Un anno dopo, impressionati dalle sue abilità e dalle sue idee in materia di batteriologia militare, i superiori lo avrebbero rimandato a Kyoto, dandogli l’opportunità di mettere in pratica quelle teorie pionieristiche.

Il potenziale di Ishii fu notato immediatamente a Kyoto, dove gli fu data carta bianca dai professori e gli fu permesso finanche di effettuare gli esperimenti al di fuori dei modi e degli orari ordinari, ovvero in completa solitudine e in piena notte, in maniera tale da andare incontro ai suoi problemi di socializzazione. Problemi tipici e caratteristici degli individui plusdotati, le cui straordinarie abilità intellettive sono spesso accompagnate da difficoltà nel relazionamento.

Nel 1925, al termine della sessione studi di perfezionamento, il giovane Ishii fu promosso al grado di medico capitano di prima classe.

Forte del titolo acquisito, nonché della fiducia in lui riposta dai superiori, Ishii nel 1927 propose di dotare il Giappone di armi biologiche. Armi che lui stesso avrebbe costruito e che, a detta sua, avrebbero aiutato considerevolmente la causa della grandezza nazionale per via della funzione deterrente svolta.

Il piano di Ishii fu accolto entusiasticamente. E nel 1928, per due anni, il giovane biologo si trasferì in Europa per studiare le armi chimiche e biologiche impiegate dai vari eserciti nel corso della Grande Guerra. Il tour in stile missione Iwakura, patrocinato dal Ministero della guerra, si sarebbe rivelato un successo: Ishii, una volta in patria, cominciò ad assemblare un programma primordiale all’interno dell’Unità 731, della quale avrebbe assunto il comando nel 1937.

All’interno dell’Unità 731, il distaccamento dell’Armata adibito allo sviluppo di armi chimiche e biologiche, Ishii avrebbe cominciato a fare ricerche in una pluralità di campi, utilizzando cavie animali e umane per testare la validità delle proprie idee e verificare il progresso dei propri esperimenti. Ishii, forse perché privato di empatia ed emozioni da quel dono che era anche una condanna, all’interno dei laboratori dell’Unità 731 studiò di tutto, senza mai porsi alcun limite etico-morale, dall’utilizzo dei ratti per diffondere la peste bubbonica allo sviluppo di sostanze capaci di provocare aborti.

Il passaggio dal laboratorio alla realtà fu breve. Il primo teatro che vide l’esercito giapponese collaudare le bio-armi di Ishii fu la Cina continentale, che a partire dal 1940 diventò vittima di una serie di attacchi batteriologici a base di peste e colera. Diversi furono i siti colpiti, da Ningbo a Changde, e decine di migliaia le vittime.

Allo scoppio della guerra con gli Stati Uniti, nel dopo-Pearl Harbour, Ishii, che nel frattempo era divenuto maggior generale e aveva collaudato l’efficacia delle bio-armi sulla pelle della popolazione cinese, avrebbe cominciato a dedicarsi ad un solo obiettivo: la formulazione di un piano per la risoluzione definitiva della “questione America”.

Il piano diabolico di Ishii, studiato meticolosamente per tre anni, fu ribattezzato Operazione Fiori di ciliegio nella notte (Yozakura Sakusen) e avrebbe dovuto essere trasposto in realtà il 22 settembre 1945. Lo scienziato pazzo aveva pianificato di infettare l’intera costa occidentale grazie all’aiuto dell’aviazione, i cui aerei avrebbero dovuto sganciare “bombe di peste” nei principali centri cittadini, da San Diego a Los Angeles, mettendo in conto la possibilità di una fine in stile kamikaze.

Con l’approssimarsi della data, verso la fine dell’inverno, i militari iniziarono a condurre delle prove di avvicinamento al territorio statunitense, mentre le cantine dell’Unità 731 andarono riempiendosi di pile di fiori di ciliegio avvelenati. Il 26 marzo, ad ogni modo, dall’allora comandante in capo delle forze armate, Yoshijirō Umezu, giunse l’ordine inaspettato di annullare l’operazione.

Umezu credeva che i posteri avrebbero giudicato severamente il Giappone per aver sperimentato una bio-arma dall’elevato potenziale mortifero su dei civili, Ishii era invece dell’idea che gli Stati Uniti, spaventati dall’idea di un nemico amorale e capace di portare la guerra nel loro territorio, avrebbero siglato un armistizio quello stesso 22 settembre.

Le pressioni di Ishii e di una parte dello stesso esercito, comunque, furono vane: Umezu non cambiò idea e mise la firma sulla cancellazione del piano. Pochi mesi più tardi, fra il 6 e il 9 agosto, gli Stati Uniti fecero ciò che Umezu non volle: testare un’arma di distruzione di massa sperimentale su una popolazione civile, anteponendo l’interesse di catalizzare la fine della guerra alle questioni di moralità e coscienza.

Ishii fu rintracciato dai servizi segreti degli Stati Uniti ai primordi dell’occupazione del Giappone: era stato il Pentagono ad esigerne la cattura in tempi record, nella consapevolezza che anche il Cremlino fosse sulle sue tracce. Posto in stato di detenzione domiciliare, Ishii avrebbe cominciato a ricevere visite da parte di intervistatori statunitensi interessati ai suoi segreti.

Complici le concomitanti pressioni del Cremlino, che instillarono nel Pentagono il timore che lo scienziato pazzo potesse essere prelevato segretamente dal Kgb e trasferito nottetempo in Unione Sovietica, gli intervistatori furono sostituiti dai negoziatori. E a Ishii, nel 1946, fu avanzata un’offerta irrefutabile: totale collaborazione con gli Stati Uniti in cambio dell’immunità, piena e imperitura, dalle attività del Tribunale di Tokyo – l’equivalente nipponico di Norimberga.

Erano gli anni dell’operazione Paperclip, che avrebbe portato nei laboratori militari a stelle e strisce migliaia di cervelli nazisti, e Ishii non poteva essere assolutamente lasciato né ai giapponesi né ai sovietici. Vistosi scagionato ai Processi di Tokyo, proprio come gli era stato promesso, Ishii accettò la proposta e fu trasferito negli Stati Uniti.

Nulla è noto della seconda vita di Ishii. Non si sa quando fu portato al di là del Pacifico – presumibilmente tra il 1947 e il 1948. E non si sa quanti anni spese nei laboratori statunitensi né in quali servì – lo storico Richard Drayton trovò indizi a supporto della sua presenza nel Maryland. Quel poco che è noto, che è trapelato, è che Ishii aiutò l’ex nemico ad avviare un proprio programma bio-militare, proseguendo con i nuovi colleghi le sperimentazioni applicative di una misteriosa teoria da lui stesso concepita e denominata ABEDO.

Fece ritorno in patria ad un certo punto degli anni Cinquanta, presentandosi nelle vesti di un uomo radicalmente differente, perché più socievole, empatico e presente come padre – aveva una figlia di nome Harumi.

La scoperta di un cancro alla laringe in stadio avanzato, incurabile, avrebbe smosso ulteriormente l’animo già in subbuglio dell’ex scienziato pazzo, traghettandolo verso la meta più impensabile: la fede. Una scelta impensabile perché Ishii, per tutta la vita, era stato uno scientista, privo di scrupoli come di morale, ragion per cui si era sempre rifiutato di credere negli insegnamenti cosmici della religione dei figli del Sole, lo shintoismo, e nella guerra non si era mai posto limiti.

Il cancro, l’autoriflessione sui crimini commessi prima e durante la Seconda guerra mondiale e la ricerca di redenzione lo trasformarono in un lettore accanito dei tasti sacri di varie religioni. Quel percorso di maturazione lo avrebbe condotto a trovare conforto nel messaggio di speranza e salvazione contenuto nel Vangelo. Messaggio al quale scelse di credere poco prima di morire, facendosi battezzare nella religione cattolica e assumendo un nuovo nome: Joseph.

Morì il 9 ottobre 1959, dopo essersi rappacificato con la figlia e, soprattutto, con se stesso. Ancora oggi, per via di quella genialità mista a diabolicità, Ishii viene ricordato come il Josef Mengele dell’Estremo Oriente.

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