Securitate, il moloch della sorveglianza di massa

Quando si scrive e si parla di totalitarismo, il grande incubo del Novecento, la mente va rapidamente (e quasi esclusivamente) a due casi studio: la Germania nazista e l’Unione Sovietica. Due casi differenti, eppure così simili, che ancora oggi vengono analizzati dagli studiosi delle ideologie, della sociologia delle masse e dei totalitarismi.

Per motivi differenti, questi gemelli dizigoti che furono il nazismo e il comunismo sovietico, avrebbero impiegato dei mezzi spaventevolmente simili. Perché sia il nazismo sia il comunismo sovietico, guidati dal miraggio di un uomo nuovo in un ordine nuovo, avrebbero fatto ampio ricorso alle polizie segrete, alla propaganda, alla censura e alla promozione della delazione, dando vita ad una nuova forma di Stato, totalitario e totalizzante, lo schmittiano Totalstaat.

Il soffiare del venefico vento sovietico sull’Europa, come è noto, avrebbe persuaso il celebre scrittore George Orwell a denunciare sotto forma di libro, o meglio di libri, quella cacotopia rispondente al nome di Unione Sovietica, la terra della rivoluzione divenuta tirannide, dell’individuo diventato gregge e della schiavitù venduta come forma di libertà.

Fu dall’Unione Sovietica dell’era staliniana che Orwell avrebbe tratto l’ispirazione necessaria a realizzare quei capolavori senza tempo che sono La Fattoria degli animali e 1984. Due capolavori che parlano di tanti argomenti, in particolare di rivoluzioni tradite, lavaggio del cervello, riscrittura della storia e sorveglianza di massa. Due capolavori che, sebbene concepiti pensando all’Unione Sovietica di Stalin, descrivono perfettamente anche quella che fu la quotidianità di un altro grande Totalstaat del Novecento: la Romania di Nicolae Ceaușescu e della Securitate, la temibile genitrice di uno stato poliziesco e di una società del controllo permanente con pochi eguali nella storia.

Securitate, abbreviazione popolare di Direcția Generală a Poliției de Siguranță, in lingua rumena ha un significato preciso: sicurezza. E la Securitate, in effetti, avrebbe lavorato alacremente per adempiere alla sacra ed imperitura legge del nomen omen, trasformando la Romania nella “Romanomalia”, ovverosia in uno stato poliziesco con nulla da invidiare alla Germania Est della Stasi o all’Unione Sovietica del Kgb, perché tra i più securizzati, sorvegliati e militarizzati dell’intero pianeta.

L’agenzia nasce nel 1948, agli albori dell’epoca comunista, con il supporto dell’unità di controspionaggio del NKVD sovietico. La prima generazione di ufficiali della Securitate viene condizionata in maniera determinante dallo stalinismo – la scuola di pensiero dominante in quel periodo nello spazio comunista –, introdotto in quel di Bucarest dal quadrumvirato multietnico dei moldavi Vladimir Mazuru e Boris Grünberg, dell’ucraino Pantelei Bondarenko e del magiaro Wilhelm Einhorn.

Bondarenko, ribattezzato Anusha Pantiuşa, della Securitate sarebbe stato il primo direttore. Sanguinario, ma soprattutto fedele al Cremlino, Pantiuşa avrebbe ricevuto l’ordine di stabilizzare il neonato regime politico con ogni mezzo possibile: dalle deportazioni agli internamenti, passando per gli omicidi. E la stabilizzazione sarebbe stata pagata a caro prezzo dai rumeni: fra il 1948 e il 1963, infatti, Pantiuşa sarebbe stato il giudice severo di almeno 400mila concittadini.

La trasformazione da agenzia di intelligence a moloch della sorveglianza di massa avvenne quasi istantaneamente. Perché nella Romania comunista non sarebbe esistita la competizione tra servizi segreti, dato che la Securitate si occupava di tutto attraverso i suoi innumerevoli dipartimenti. Le principali sezioni erano le seguenti:

  • Il Direttorato generale per le operazioni tecniche era deputato al monitoraggio dei movimenti e all’intercettazione delle conversazioni di tutti i cittadini rumeni, spiati a mezzo di un numero inquantificabile di cimici installate dalle città alle campane, negli edifici pubblici come nei privati e nelle stanze come all’interno di apparecchi.
  • Il Direttorato per il controspionaggio aveva l’onere di sorvegliare tutti gli stranieri residenti in Romania, in particolare i diplomatici, e sarebbe riuscito a permeabilizzare il territorio ricorrendo ad una pratica semplice ma efficace: la sorveglianza loro e dei cittadini ad essi collegati. I primi venivano seguiti dal giorno uno in terra rumena, i secondi, invece, venivano coartati a fare rapporto di ogni incontro avuto coi primi.
  • Il Direttorato per l’intelligence straniera aveva l’obiettivo di effettuare azioni di spionaggio all’estero, soprattutto nell’Europa occidentale e principalmente in ambito industriale. Tra le missioni più celebri di tale sezione si ricorda l’infiltrazione nel settore nucleare francese, terminata, però, in unadébâcle a causa della defezione dell’uomo in loco, Matei Pavel Haiducu.
  • Il Direttorato per la sicurezza interna era secondo, per poteri ed estensione, soltanto al Direttorato per l’intelligence straniera. Si occupava primariamente di elaborare rapporti sulla situazione domestica ad uso e consumo del Partito Comunista. A partire dal 1978, anno della defezione di Ion Mihai Pacepa, capo del Direttorato per l’intelligence straniera, questo dipartimento sarebbe stato trasformato da Ceaușescu nella “Securitate della Securitate”, cioè in una forza adibita al controllo delle direzioni e dei loro membri.
  • Il Direttorato per i penitenziari gestiva i campi di internamento e le prigioni, nonché le infermerie ivi presenti, ricorrendo, non di rado, all’utilizzo del personale medico per somministrare overdosi letali di farmaci ai detenuti più scomodi.
  • La Commissione nazionale per i visti e i passaporti aveva la missione di controllare i rumeni in entrata e uscita dal Paese. Negli anni dell’avvicinamento all’Occidente, avvenuto durante la seconda parte dell’era Ceaușescu, questo dipartimento avrebbe portato avanti una diplomazia dei passaporti funzionale al miglioramento delle relazioni bilaterali con Germania Ovest e Israele. Nello specifico, la Commissione avrebbe consentito ad ebrei e tedeschi di espatriare – un diritto negato al resto della popolazione –, e ricostruire la loro vita all’estero, ottenendo in cambio favori di vario tipo per il regime comunista da parte dei governi tedesco ed israeliano.
  • Il Direttorato per le Truppe di sicurezza amministrava un esercito ombra, composto da circa ventimila soldati, istituito allo scopo di proteggere le infrastrutture critiche da possibili sabotaggi, i politici comunisti da possibili attentati e l’ordine costituito in caso di sedizioni e colpi di Stato. Nel 1989, cioè quando avrebbe dovuto salvare Ceaușescu, avrebbe optato per un eloquente non intervento; segno, questo, della complicità della Securitate nella rivoluzione rumena.
  • Il Direttorato per la Milizia controllava l’integrità, la coesione e la fedeltà delle forze dell’ordine ordinarie.

Responsabile di spionaggio all’estero come di gestione delle carceri, e di controllo della popolazione come di protezione delle infrastrutture critiche, la Securitate era una deità mefistofelica dotata di una moltitudine di poteri, i più importanti dei quali erano sicuramente l’onniscienza e l’ubiquità.

La vastità dei poteri che la Securitate poté esercitare nell’arco di un quarantennio può essere compresa soltanto in un modo: i numeri. E i numeri, che sono i seguenti, parlano della Securitate come della psicopolizia di 1984 divenuta realtà:

  • All’apice dell’espansione, corrispondente al 1985, la Securitate era il servizio segreto più grande del Blocco orientale. Possedeva, infatti, circa 14mila agenti e 400-700mila informatori per sorvegliare un Paese di soli ventidue milioni di abitanti. La Stasi, per fare un raffronto, all’alba della caduta del muro di Berlino non arrivava ai 300mila, tra agenti e informatori.
  • I numeri di cui sopra, illustrati altrimenti, possono essere letti in questo modo: un rumeno su 43 lavorava per la Securitate.
  • Gli informatori erano rappresentativi dell’intera società rumena, essendo presenti, secondo gli archivi desecretati, in ogni sottobosco politico – nazisti, monarchici, liberali –, fascia anagrafica – dai preadolescenti agli anziani – e ambito professionale – dalle forze armate alle fabbriche.
  • Nel 1989, all’alba della Rivoluzione, negli archivi della Securitate erano contenuti quasi due milioni di fascicoli aperti; poco più di un milione dei quali incentrati su persone sorvegliate e la restante parte dedicata a informatori e operazioni segrete.

Nel 1989, cioè quando l’onnipresente ed onnisciente Securitate avrebbe dovuto salvare Ceaușescu, avvisandolo dell’imminente rovesciamento e procedendo a reprimere preventivamente il movimento di dissidenza, non accadde nulla. O meglio, accadde qualcosa, ma non quello che avrebbe immaginato il dittatore rumeno: proteste infiltrate da agenti provocatori, infrastrutture critiche abbandonate nottetempo e ondate di diserzioni tra forze dell’ordine ed esercito.

L’intero sistema comunista, mantenuto in piedi da uno stato poliziesco con pochi eguali nel mondo, sarebbe crollato nell’arco di dieci giorni. E la Securitate, eloquentemente, non avrebbe fatto niente per impedirlo. Forse perché, in quanto preveggente, sapeva che l’ordine futuro non le avrebbe fatto del male, che l’avrebbe risparmiata, accontentandosi di mandare al patibolo soltanto i coniugi Ceaușescu. E forse perché fu complice della fine di quell’ordine anacronistico, destinato a cadere prima o dopo con il collasso dell’Impero sovietico.

Della Securitate, oggi, sebbene siano passati più di trent’anni dalla fine dell’era Ceaușescu, si continua a sapere poco, anche perché gran parte degli archivi è andata distrutta, oppure è stata sigillata a tempo indefinito, e solamente una porzione ristretta è stata aperta al pubblico. Quasi tutto ciò che sappiamo di questo traspositore di 1984 in realtà, in sintesi, lo dobbiamo al famigerato Ion Mihai Pacepa.

Pacepa, il più alto ufficiale in grado ad aver disertato dal Secondo Mondo, avrebbe trovato riparo negli Stati Uniti – dove è morto il 14 febbraio 2021 dopo aver contratto il Covid19 – e da qui cominciato a denunciare i crimini della dittatura rumena. Autore prolifico, avrebbe passato buona parte della nuova vita sotto protezione per via delle taglie sul suo capo poste da Ceaușescu, Yasser Arafat e Muammar Gheddafi, e grazie a lui, oggi, sappiamo che:

  • L’agenzia avrebbe sviluppato un’avanguardistica arma radiologica, ribattezzata Radu, presumibilmente in grado di provocare insorgenze tumorali nei bersagli. Quest’arma sarebbe stata impiegata per la prima volta (e con successo) nella Valle del Jiu nel 1977, quando la dirigenza di un neonato movimento di protesta fu decimata da una misteriosa morìa.
  • L’agenzia aveva assunto il pieno controllo della Chiesa ortodossa di Romania, occupandosi della formazione dei chierici – più ideologica che teologica – ed utilizzandoli come spie sia in patria – carpire segreti nei confessionali – sia all’estero. Una situazione che esplica perché i religiosi dissidenti venissero stanati con estrema rapidità e facilità e che è alla base, tutt’oggi, dei sentimenti negativi della popolazione verso l’istituzione-chiesa.

Conoscere la storia della Securitate, in definitiva, è più che importante – è indispensabile –, oggi più che mai, e non soltanto per questioni di consapevolezza storica e ricerca sui totalitarismi. Conoscere la storia della Securitate è fondamentale perché mostra i livelli di distopia che i regimi possono raggiungere per ragioni di autoconservazione e perché dimostra quanto sia facile instaurare degli stati di polizia e creare delle società basate sul controllo permanente.