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Sami-ul-Haq, il padre dei Talebani

I talebani degli anni Venti del Duemila, i talebani 2.0 di Hibatullah Akhundzada, stanno portando avanti un’ingegnosa ed accattivante opera di pulizia della propria immagine che, cominciata all’alba della cattura di Kabul, è stata formulata con l’obiettivo precipuo di persuadere la comunità internazionale ad accettare lo status quo post bellum una misura propedeutica ad un riconoscimento ufficiale della loro legittimità.

A meno di imprevisti, tra i quali figurano gli scenari della guerra civile e dell’insurgenza concentrata, la curiosa opera di personal branding dei talebani potrebbe e dovrebbe funzionare, conducendo il secondo Emirato dell’Afghanistan a conseguire una legittimazione limitata nel mondo  non si dimentichi che il primo Emirato, quello del mullah Omar, era stato riconosciuto da Pakistan, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti – e, dunque, a divenire una destinazione di investimenti internazionali ed una stazione centrale delle rotte commerciali che traversano la trepida Eurasia.

Che i talebani della contemporaneità siano più avvezzi all’utilizzo dei social, comunque, è irrilevante. Il loro non è che un camuffamento, una trasformazione apparente. Perché dietro ai tweet e ai salti in giostra, invero, si cela il medesimo scopo del passato: il dominio esclusivo dell’Afghanistan, una nazione al cui interno non tollereranno ingerenze esterne di nessun genere.

E per comprendere chi sono i talebani, di oggi come di ieri, sviscerare il loro sistema di credenze non è sufficiente. Quest’attualità che sa di ritorno al passato rende obbligate la riscoperta e la riesumazione di tutti quei personaggi storici dai quali gli studenti del Corano traggono ispirazione – come il leggendario emiro Dost Mohammad Khan –, che li hanno guidati – come il mullah Omar – e che li hanno plasmati, dandogli una forma, uno scopo e qualcosa in cui credere – come i due loro padri, il generale Akhtar e l’imam Sami-ul-Haq.

Sami ul Haq nasce il 18 dicembre 1937 ad Akora Khattak, che oggi è Pakistan ma che all’epoca era India britannica. Nato e cresciuto in una famiglia conservatrice e religiosa, Haq era un figlio d’arte. Suo padre, invero, era Moulana Abdul Haq, un imam piuttosto popolare tra i musulmani di Akora Khattak.

Haq padre era uno zelota dell’islam deobandita aveva studiato e ricevuto formazione presso la Darul Uloom Deobandil cuore pulsante della scuola deobandita – e aveva fondato un proprio istituto di formazione allo scopo di popolarizzarlo nella sua terra natale. Un istituto, ribattezzato Darul Uloom Haqqania, che avrebbe frequentato anche il piccolo Haq.

Il futuro padre dei talebani avrebbe appreso ogni cosa dal proprio carismatico genitore la lingua urdu, la lingua araba, la conoscenza mnemonica del Corano –, ereditandone anche il culto di quella patria in divenire che era il Pakistan. Un bagaglio, quello trasmessogli dal genitore, che lo avrebbe accompagnato per tutta la vita. E un istituto, il Darul Uloom Haqqania, che si sarebbe rivelato fondamentale durante l’invasione sovietica dell’Afghanistan.

Sami-ul-Haq, capitalizzando politicamente il proprio cognome, sarebbe divenuto uno dei personaggi più importanti del Pakistan indipendente. Fervente patriota, nonché deobandita indefesso, Haq avrebbe plasmato la società e la politica del Pakistan curando personalmente l’espansione della rete Darul Uloom Haqqania – di cui ne assunse il comando alla morte del padre – e ricoprendo un ruolo direttivo all’interno del Jamiat Ulema-e-Islam, uno dei partiti politici più sciovinisti della scena nazionale.

L’influenza culturale di Haq, ben conosciuta nelle alte sfere della politica pakistana, si sarebbe rivelata estremamente utile negli anni dell’invasione sovietica dell’Afghanistan. Contattato dal generale Akhtar nell’ambito dell’operazione Ciclone, Haq sarebbe divenuto la guida spirituale dei mujaheddin e il Darul Uloom Haqqania la loro alma mater, cioè la loro nave-scuola.

Haq avrebbe introdotto i combattenti in arrivo da ognidove all’islam deobandita, arricchito per l’occasione di elementi politici – l’anticomunismo – e culturali – i valori senza tempo del pashtunwali –, seguendo il percorso formativo di una serie di personaggi che, di lì a breve, avrebbero costituito la prima generazione di talebani. Tra i tanti combattenti che avrebbero seguito le lezioni di Haq, invero, figurava anche Mohammed Omar, il futuro mullah degli studenti del Corano.

Omar, studente modello, sarebbe stato a lungo celebrato da Haq, in quanto da lui ritenuto il suo allievo migliore, e fra i due, al termine del ciclo di studi, sarebbe nata un’amicizia genuina, sincera e molto stretta. Perché se Omar era in debito con l’ex maestro per le conoscenze acquisite sull’Islam, sul nazionalismo pashtun e sulle relazioni internazionali, Haq avrebbe dovuto all’ex allievo la ritirata sovietica da Kabul, il successivo stabilimento di un Emirato islamico in loco e la trasformazione definitiva dell’Afghanistan nella prolungazione vitale del Pakistan.

Ribattezzato dal giornalismo pakistano il “padre dei talebani” per via del ruolo determinante giocato nell’indottrinamento dei mujaheddin ai tempi dell’invasione sovietica e della prima generazione di studenti del Corano, incluso il mullah Omar, Haq sarebbe stato ricompensato egregiamente per i servigi resi a Islamabad e avrebbe continuato a fare proselitismo attraverso il Darul Uloom Haqqania e i propri libri.

Scrittore prolifico – autore di più di venti libri, tra i quali si ricordano “Islām aur ʻaṣr-i ḥāz̤ir” (Sull’islam e il mondo moderno) e “Afghan Taliban War of Ideology: Struggle for Peace“, e redattore capo del mensile Al-Haq –, il dopoguerra del papà dei talebani sarebbe stato caratterizzato dall’entrata in Senato e dall’assunzione della direzione del potente Consiglio di Difesa del Pakistan (Difa-e-Pakistan Council). Quest’ultimo è l’organizzazione ombrello che rappresenta la lobby antiamericana del Paese e ha svolto una funzione-chiave nel complicato processo di allontanamento da Washington, accompagnato e seguito dall’avvicinamento a Pechino; perciò non sarebbe né errato né esagerato considerare Haq il “papà della svolta cinese” di Islamabad.

E forse, ma non è per forza detto, è nella scomodità di un personaggio come l’influente Haq che va ricercato il movente del suo assassinio, avvenuto il 2 novembre 2018. Assassinio inizialmente ricondotto a questioni private per via delle modalità che lo hanno contraddistinto – accoltellamento in casa –, ma che nel tempo si è trasformato in una matassa inestricabile per gli investigatori, incapaci di trovare sia un movente sia un colpevole.

Soltanto un mese prima, in ottobre, Haq si era incontrato con l’allora presidente afghano Ashraf Ghani. I due avevano discusso dello stallo afghano ed è noto che Haq avesse avanzato una proposta indecente al capo di Stato: avviare un tavolo negoziale con i talebani, renderli partecipi del processo di pace e considerarli quali possibili co-costruttori della nazione, pena il proseguimento della guerra suscettibile di culminare in una loro possibile vittoria.

Forse è proprio lì, in quel luogo che ha ospitato la Haq-Ghani, che gli inquirenti avrebbero dovuto (e dovrebbero) concentrare la ricerca del movente. Perché forse qualcuno, eliminando Haq, confidava di allontanare lo spettro di un accordo tra Ghani e i talebani. E che sia andata così o meno, in effetti, importa poco: la storia ha dato ragione a Haq, i cui figli, il 15 agosto 2021, sono entrati (di nuovo) a Kabul.