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Otto Skorzeny, il nazista che visse pericolosamente

Quello che il teologo della supremazia ariana Alfred Rosenberg aveva ribattezzato il Mito del ventesimo secolo è nato e morto con Adolf Hitler, ma alcuni dei suoi seguaci, come è noto, sarebbero riusciti a scappare dalle grinfie degli Alleati, di Norimberga e dei cacciatori di teste di Simon Wiesenthal e del Mossad.

Il novero dei nazisti che, sopravvissuti alla caduta del Terzo Reich, riuscirono a rifarsi una vita altrove nel secondo dopoguerra, chi preferendo entrare nell’anonimato e chi prestando i propri servizi al miglior offerente, è lungo, lunghissimo. Si consideri, a titolo esemplificativo, che nella sola America Latina avrebbero trovato riparo 9-12mila seguaci del Führer, tra i quali ex gerarchi del calibro di Martin Bormann, Josef Mengele e Adolf Eichmann. Altri, come Johann von Leers, trovarono rifugio nel Medio Oriente. E altri ancora, invece, come Otto Skorzeny, scelsero di correre il rischio maggiore: non nascondersi affatto.

Otto Skorzeny nacque in quel di Vienna il 12 giugno 1908. Di origini polacche – il cognome Skorzeny non era che un’armonizzazione di Skorzęcin, il villaggio da cui provenivano gli avi dei genitori –, Otto era il figlio di due membri della classe media con alle spalle una lunga tradizione di servizio militare.

Cresciuto in un ambiente austero – perché il padre non voleva che l’agio lo corrompesse –, Skorzeny avrebbe ricevuto un’educazione aristocratica basata sullo studio delle lingue straniere (inglese e francese) e sugli sport di combattimento (scherma). Nel corso di un duello, avvenuto negli anni universitari, sarebbe stato sfregiato all’altezza della guancia sinistra. Una cicatrice che lo avrebbe accompagnato tutta la vita.

Sul finire degli anni Venti, oramai adulto, Skorzeny sarebbe divenuto un sostenitore accanito della causa nazionalsocialista. Una causa patrocinata dapprima entrando a far parte del Partito Nazionalsocialista Austriaco e dipoi cominciando a militare nel distaccamento viennese delle SS.

Skorzeny, coerentemente con il credo nazista professato, avrebbe accolto con entusiasmo l’unificazione tra le due Germanie, l’Anschluss, e lavorato ardentemente affinché gli alti comandi si accorgessero di lui. Dopo aver tentato di servire come volontario nella Luftwaffe all’alba della Seconda guerra mondiale – fu scartato per l’età e l’altezza –, riuscì ad arruolarsi nella 1ª Divisione Panzer SS “Leibstandarte SS Adolf Hitler” (1. SS-Panzer-Division “Leibstandarte SS Adolf Hitler”), distinguendosi per il valore mostrato nei campi di battaglia del fronte orientale.

Partecipò all’Operazione Barbarossa venendo incaricato, nel corso della battaglia di Mosca, di catturare le sedi del Partito Comunista e il quartier generale del NKVD. Colpito alla nuca nel corso dei combattimenti, fu costretto a tornare in patria per le cure. E qui, a riconoscimento dei suoi servigi, fu insignito della prestigiosa Croce di Ferro.

Il periodo di riposo forzato lo avrebbe aiutato a riflettere. Da casa, o meglio dal letto, Skorzeny avrebbe cominciato a scrivere di guerra non convenzionale, asimmetrica e urbana, convinto che il Terzo Reich avrebbe potuto capovolgere le sorti del conflitto soltanto revisionando profondamente il proprio modus belli gerendi. Le sue idee, evidentemente, colpirono i vertici della piramide nazista, dato che fu investito dell’onere-onore di addestrare alcune divisioni delle SS alle tattiche e alle tecniche della guerra non convenzionale.

La mini-rivoluzione bellica di Skorzeny arrivò in ritardo, non riuscendo ad evolvere in un fattore inversivo determinante, ma quel biennio di operazioni all’insegna dell’imprevedibilità strategica sarebbe bastato a trasformarlo in una sorta di anti-eroe nel secondo dopoguerra. Una nomea, quella di anti-eroe votato a dei folli ma lucidi salti nel buio, di cui si possono comprendere le origini e le ragioni soltanto attraverso un breve riepilogo di alcune delle missioni esperite o pensate dalla squadra di Skorzeny:

  • Operazione François. Un tentativo infruttuoso di sabotare l’invasione anglo-sovietica dell’Iran facendo leva sul malcontento del popolo Qashqai.
  • Operazione Salto Lungo. Un piano per l’assassinio di Stalin, Winston Churchill e Franklin Delano Roosevelt alla Conferenza di Teheran del 1943. Fu scoperto dai servizi segreti dell’Unione Sovietica quando ancora nelle fasi della pianificazione, e dunque abortito.
  • Operazione Rösselsprung. Un tentativo inane di rapire Tito.
  • Operazione Panzerfaust. Nome con il quale si fa riferimento al rapimento del figlio dell’ammiraglio Miklos Horthy per convincere quest’ultimo a cedere il governo del regno d’Ungheria al filonazista Ferenc Szalasi.

La missione più significatiiva e memorabile della squadra speciale di Skorzeny, ad ogni modo, fu l’operazione Quercia. Un nome che risulterà sconosciuto ai più, perché in Italia noto con il nome di raid del Gran Sasso, e che indica l’incursione con cui, la notte tra il 23 e il 25 luglio 1943, i nazisti liberarono Benito Mussolini.

Negli ultimi mesi del conflitto, lungi dall’arrendersi, avrebbe radunato un gruppo di soldati fluenti in inglese allo scopo di infiltrarsi nelle linee nemiche – con tanto di uniformi farlocche – e spargere i semi della confusione negli attimi più concitati dell’avanzata sulla Germania. Scoperti poco alla volta, i sabotatori di Skorzeny sarebbero andati incontro all’esecuzione, in accordo con le leggi di guerra allora vigenti, mentre sul gerarca sarebbe stata messa una taglia.

Catturato nelle fasi finali della guerra, Skorzeny fu trasferito immediatamente in un campo di internamento in attesa di processo. Accusato di aver violato le leggi di guerra durante l’offensiva delle Ardenne – quando infiltrò le file americane con dei finti soldati statunitensi –, Skorzeny fu uno dei protagonisti del processo di Dachau.

All’alba della sentenza, il 27 luglio 1948, Skorzeny si fece beffa dei carcerieri evadendo in una maniera che mise in grave imbarazzo gli Stati Uniti. A processo per aver spaesato le truppe della Casa Bianca a mezzo di tedeschi camuffati da loro connazionali, il gerarca nazista fu prelevato da tre ex colleghi, con indosso delle uniformi a stelle e strisce, che convinsero le autorità carcerarie a liberarlo perché richiesto a Norimberga per un’udienza.

A partire da quella fuga cinematografica, che ne consolidò l’immagine di anti-eroe sfrontato e irriverente, Skorzeny avrebbe trascorso i due anni successivi tra Germania e Francia, protetto dagli ex colleghi del Terzo Reich. Nel 1950, ad ogni modo, dovette riparare nella Spagna franchista dopo essere stato riconosciuto da ignoti in un caffé parigino nei pressi dei Campi Elisi. A tradirlo, nonostante il nuovo aspetto, quel tratto inalterabile nel volto: la cicatrice sulla guancia sinistra.

Memore del breve ma intenso biennio della “guerra alla Skorzeny”, l’ex generale Reinhard Gehlen, che nel secondo dopoguerra era finito sul libropaga della Central Intelligence Agency, prese contatti con il fuggitivo per proporgli l’affare della vita: collaborazione con la nebulosa Organizzazione Gehlen – una delle tante facce di quell’Idra rispondente al nome di Odessa – in cambio di serenità, di fine della caccia all’uomo dei servizi segreti di tutto l’Occidente.

Skorzeny, naturalmente, accettò la proposta dell’ex gerarca nazista. La prima missione svolta per conto dell’organizzazione Gehlen ebbe luogo in Egitto, all’indomani del rovesciamento della monarchia. Qui, infatti, Skorzeny fu inviato in qualità di consigliere militare, per istruire le truppe dei generali Nasser e Mohammed Naguib all’arte della guerra non convenzionale.

Consapevole del ruolo affidatogli, ma non dimentico del proprio passato – da lui mai rinnegato –, Skorzeny avrebbe profittato del soggiorno egiziano per svolgere degli incarichi extra. Incarichi come la pianificazione di scenari di guerra contro i britannici per il controllo del canale di Suez – che Nasser, poi, avrebbe preso effettivamente in considerazione nel 1956 – e l’addestramento di volontari provenienti dal Medio Oriente, più precisamente da Israele-Palestina, alla ricerca di maestri dai quali imparare a combattere degli eserciti regolari. Tra quei tanti volontari che si recarono in Egitto per essere temprati da quell’uomo sfregiato venuto dell’Europa, sebbene la storiografia non ne faccia quasi cenno, figurava anche un giovanissimo Yasser Arafat, il futuro capo del movimento di resistenza palestinese.

Terminato il “contratto” con l’Egitto nasseriano, i servigi di Skorzeny furono richiesti dall’Argentina di Juan Domingo Perón. Per conto dell’allora guida dell’anti-imperialismo sudamericano, l’ex uomo di punta del Führer svolse una pluralità di mansioni: consigliere politico, guardia del corpo di Evita e coordinatore della trasmigrazione di nazisti dall’Europa a Buenos Aires attraverso un proprio canale – Die Spinne (let. il ragno). Nell’ambito di quest’ultimo incarico, tra i più importanti dei tre, sembra che Skorzeny avesse proposto all’Organizzazione Gehlen di fare dell’Argentina la culla di un futuro Quarto Reich.

L’uomo delle fughe e dei paradossi, nei primi anni Sessanta, sarebbe stato raggiunto dal cliente più impensabile: il Mossad. In qualità di membro dell’Organizzazione Gehlen e di ex consigliere militare di Nasser, Skorzeny era ritenuto dagli israeliani l’uomo adatto al compimento dell’operazione Damocle – nome in codice di un piano per l’eliminazione degli scienziati (ex) nazisti impiegati nel programma missilistico egiziano. L’effettivo coinvolgimento di Skorzeny nell’operazione, tuttavia, per quanto ritenuto credibile dagli storici israeliani, continua ad essere oggetto di dibattito.

Grazie al danaro ricevuto dai vari governi e dai servizi segreti ai quali aveva offerto il proprio cervello per un ventennio, Skorzeny, alla morte, sopraggiunta per un cancro il 5 agosto 1975, sarebbe risultato il capo di un piccolo impero. L’uomo che visse pericolosamente, invero, era il proprietario di un terreno di 165 acri nella contea di Kildare (Irlanda), di una villa a Maiorca, di una compagnia militare privata (Paladin Group) e di una società per la diffusione del nazismo con sede a Barcellona (CEDADE).

Il 7 luglio, in occasione dei funerali, tenutisi a Madrid con rito cattolico, l’ultimo saluto al nazista che visse pericolosamente avrebbe attratto nella capitale spagnola una folla di ex fedelissimi del Terzo Reich. Musiche funebri fecero da sfondo ai canti nazisti per qualche ora. I madrileni erano sbigottiti, non capivano, forse perché non sapevano, ma era morto Skorzeny, colui che poté tutto senza mai rinnegare il proprio credo nazista, incluso farsi corteggiare dal Mossad.