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Odessa, sognando il Quarto Reich

Adolf Eichmann, Josef Mengele, Walter Rauff, Franz Stangl, Josef Schwammberger, Erich Priebke e Johann von Leers vengono ricordati come i fuggiaschi più celebri del Terzo Reich. Biografie simili, destini diversi – chi morto in libertà, di vecchiaia, e chi morto per impiccagione o in una cella di prigione –, due elementi in comune: prima l’adesione a quello che Alfred Rosenberg aveva ribattezzato il Mito del ventesimo secolo, ovverosia il nazismo, e dopo la fuga in America Latina nel secondo dopoguerra.

I nazisti ad aver trovato rifugio nel cortile di casa degli Stati Uniti, però, non furono soltanto quei temibili sette: furono molti di più – migliaia –, dai 9mila ai 12mila. Un piccolo esercito, materializzatosi nottetempo dall’Europa all’America meridionale, la cui fuga dalle maglie della giustizia internazionale, nonché dai pugnaci cacciatori di nazisti israeliani, è oggetto di dibattito tra gli storici.

Quel (poco) che è noto, a proposito della trasmigrazione nazista in America Latina, proviene da testimonianze dirette, documenti desecretati e indagini successive, e punta il dito contro due attori: l’internazionale cattolica ruotante attorno al Vaticano – perché uno dei più importanti salvatori di nazisti fu il vescovo austriaco Alois Hudal – ed una rete occulta e quasi leggendaria, perché ancora oggi avvolta nel mistero, rispondente al nome di Odessa.

Odessa, acronimo di Organisation der ehemaligen SS-Angehörigen (let. Organizzazione degli ex membri delle SS), è il nome dato da alcuni studiosi al presunto leviatano che avrebbe orchestrato la fuga en masse dei nazisti dall’Europa nell’immediato dopoguerra. Un leviatano che, a seconda delle versioni, avrebbe operato di concerto con Alois Hudal o agito in totale autonomia. Un leviatano che, secondo altri, sarebbe stato ben al di sopra di Hudal, comandandolo e dirigendolo. Ed un leviatano che, secondo altri ancora, non sarebbe mai esistito.

Quando si scrive e si parla di Odessa il condizionale è d’obbligo: perché (quasi) tutto ciò che sappiamo di questa entità è frutto di speculazioni, ipotesi ed illazioni. Il suo stesso nome, del resto, è mutuato da un fortunato romanzo di genere thriller di Frederick Forsyth del 1972 (Dossier Odessa).

Eppure, secondo il più famoso cacciatore di nazisti di tutti i tempi, Simon Wiesenthal, Odessa sarebbe esistita davvero e avrebbe orchestrato la messa in salvo di migliaia di nazisti tra America Latina, Africa settentrionale e Medio Oriente. E Hudal, all’interno di questo contesto, non sarebbe stato un burattinaio, ma un semplice burattino. Come lui, invero – e questa è storia –, molti altri personaggi si dedicarono con senso di abnegazione alla costruzione di “linee dei ratti” (ratline), cioè di vie di fuga attraversabili dai nazisti.

Quando al centro della discussione vi sono i numeri della grande trasmigrazione nazista al di fuori del Vecchio Continente, è irrilevante che sia esistita un’Odessa, o che sia esistita una costellazione di piccole Odessa. Perché i numeri di quella fuga epocale, che tanto ha stuzzicato la fantasia di scrittori e sceneggiatori, parlano di un piccolo esercito fuggito principalmente nelle terre sudamericane e secondariamente tra Africa e Medio Oriente.

Se le informazioni per quanto concerne la fuga nazista verso Africa e Medio Oriente sono scarne, quelle relative al capitolo sudamericano sono estremamente dettagliate. Perché è nell’estremità meridionale delle Americhe che si sono tradizionalmente concentrate le attività di indagine del duo Cia-Mossad. E numeri e fatti hanno dato ragione a quella focalizzazione investigativa:

  • Fra i 9mila e i 12mila nazisti avrebbero trovato riparo nel cono sud dell’America.
  • Più di mille gli agenti operativi del Terzo Reich scoperti in America Latina dallo Special Intelligence Service della Fbi fra il 1940 e il 1946.
  • La metà dei nazisti scappati dall’Europa avrebbe trovato rifugio nell’Argentina di Juan Domingo Peron cioè almeno 5mila su circa 9-10mila.
  • Il Brasile sarebbe stato la seconda meta preferita dei fuggitivi nazisti, avendone ospitati fra i 1.500 e i 2mila.
  • In terza posizione per numero di fuggiaschi accolti, dopo Argentina e Brasile, si sarebbe trovato il Cile. Nella nazione andina, invero, avrebbero trovato una seconda casa fra i 500 e i 1000 seguaci del defunto Führer. Alcuni di essi, negli anni del pinochetismo, avrebbero servito la dittatura militare costruendo la tristemente nota Colonia Dignidad – a metà tra il centro di rieducazione e il campo di concentramento – capitalizzando le conoscenze pregresse in materia.
  • Alcuni dei più importanti latitanti della Germania nazista e dei suoi alleati – dove per importanza si intendono la caratura posseduta e il ruolo giocato durante la guerra –, avendo la possibilità di scegliere tra Africa, Medio Oriente e America Latina, hanno optato per quest’ultima. Tra di loro si ricordano Adolf Eichmann, Klaus Barbie, Herberts Cukurs, Aarne Kauhanen, Sandor Kepiro, Ante Pavelic, Josef Mengele, Erich Priebke, Walter Rauff, Eduard Roschmann, Hans-Ulrich Rudel, Dinko Sakic, Boris Smylovsky, Franz Stangl e Gustav Wagner.

La storiografia ufficiale non ha mai trovato prove a supporto della tesi di Wiesenthal e ritiene che Odessa vada considerata un mito, un argomento accattivante utile a chi lo sbandiera per vendere libri. L’elenco degli scettici è piuttosto lungo e contiene, tra i tanti, Uki Goñi (autore de Operazione Odessa), Guy Walters (autore de Hunting Evil), Gitta Sereny (autrice de Into That Darkness), Daniel Stahl e Heinz Schneppen.

Una cosa, però, va precisata: gli storici di cui sopra negano l’esistenza di un cervello unico, di un grande burattinaio al di sopra di Hudal e degli altri costruttori di linee dei ratti, ma concordano sul fatto che sia esistita una “internazionale di salva-nazisti” di natura destrutturata, reticolare e agerchica, composta da innumerevoli organizzazioni, tra loro sconnesse o legate da sporadiche forme di dialogo. Organizzazioni come le piccole e semisconosciute Konsul, LeibwacheLustige Brüder, Sechsgestirn Scharnhorst, come la più celebre Die Spinne di Otto Skorzeny e come le anonime di Charles Lescat, Antonio Caggiano, Alarich Bross e Krunoslav Draganovic.

Il vero punto di attrito tra i due fronti, quello di Odessa come realtà e quello di Odessa come mito, è quindi legato al loro modus interpretandi:

  • I primi ritengono che quell’internazionale fosse il risultato di una volontà unica, mirante, forse, alla futura costruzione del Quarto Reich – questa era l’ambizione, invero, della Die Spinne di Skorzeny.
  • I secondi, invece, credono che Hudal, Skorzeny e soci abbiano operato separatamente, in autonomia l’uno dall’altro, privi di qualsivoglia guida superiore e senza un orizzonte temporale di lungo termine.

Soltanto il tempo potrà chiudere definitivamente il dibattito sull’esistenza di Odessa, dando ragione incontrovertibile agli uni o agli altri. E sebbene i primi, cioè i sostenitori dell’Odessa come realtà, siano stati relegati da tempo ai margini del dibattito dalla storiografia ufficiale, dalla quale vengono tacciati di cospirazionismo, alcuni eventi, fatti e circostanze sembrano smentire la ricostruzione predominante.

Perché se è vero che la beffa più grande che il Diavolo abbia mai fatto è stato convincere il mondo della sua inesistenza, questo, in termini di applicazione pratica, significa rileggere, riscoprire e valorizzare le ricerche di Wiesenthal, che nell’esistenza di Odessa ha creduto davvero. E come lui ci hanno creduto Hanna Arendt, secondo la quale Eichmann sarebbe giunto in Argentina grazie a Odessa, e Paul Manning, tra coloro che contribuirono alla riapertura delle indagini su Martin Bormann.

E in Odessa, non meno importante, hanno creduto anche i coniugi Klarsfeld, la più famosa coppia di caccia-nazisti di Francia (e del mondo), che il 9 luglio 1979 scamparono ad un attentato potenzialmente mortale. Quel giorno, invero, la loro automobile esplose a causa della detonazione di una bomba occultata da ignoti al suo interno. Ignoti senza volto e temerari, che si sarebbero autoidentificati come membri della mitologica Odessa, l’organizzazione che non esiste.