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Nixon in Cina: il viaggio che ha cambiato la storia del mondo

Il 21 febbraio del 1972 l’Air Force One di Richard Nixon atterra all’aeroporto di Pechino. È la prima volta nella storia che un presidente statunitense in carica visita la Cina. Lo scenario non è tuttavia dei migliori, visto che da 22 anni i rapporti diplomatici tra Stati Uniti e Repubblica Popolare Cinese sono pressoché inesistenti, separati da ideologie contrapposte, avvelenati dalla Guerra del Vietnam, dalla questione taiwanese e dalla Guerra di Corea. Il viaggio di Nixon oltre la Muraglia ha tuttavia permesso ai due Paesi di iniziare a normalizzare le loro relazioni.

In seguito al viaggio di Nixon, la Cina si smarcherà definitivamente dall’Unione Sovietica per imboccare la strada che la porterà a diventare, nel corso dei decenni successivi, una potenza globale. Nella “settimana che ha cambiato il mondo”, come ebbe a definirla il presidente Nixon, gli equilibri diplomatici assunsero una nuova forma, con Washington e Pechino da una parte e Mosca, sempre più isolata, dall’altra.

Se all’epoca gli Stati Uniti erano soddisfatti di aver coinvolto i cinesi nelle dinamiche occidentali, soprattutto in chiave anti sovietica, nessuno poteva immaginare che cosa sarebbe successo in un futuro non troppo lontano. Già, perché il disgelo dei rapporti sino-americani ha permesso alla Cina di gettare le basi per diventare il colosso che conosciamo oggi, con tutti i dissidi geopolitici venuti alla luce nel XXI secolo. Un aspetto, questo, all’epoca non preventivato da Nixon e soci.

Preparare la storica trasferta di Nixon in Cina non fu certo un’impresa semplice. Gran parte del merito va attribuita a Henry Kissinger, consigliere per la sicurezza nazionale che organizzò tutto fin nei minimi dettagli. Fu infatti proprio Kissinger a sondare il terreno compiendo, nel luglio 1971, la leggendaria Operazione Marco Polo.

L’allora braccio destro di Nixon, proprio nell’estate del 1971, era impegnato in un tour asiatico estenuante, che lo portò a toccare Saigon, Bangkok, Nuova Delhi e, infine, Islamabad. Non c’era la Cina nell’agenda dell’alto funzionario della Casa Bianca, che invece riuscì a visitarla in gran segreto con una mossa da film. Henry Kissinger si trovava in Pakistan, all’interno del palazzo presidenziale dove era stato accolto dal presidente pakistano Yahya Khan. La notte dell’8 luglio, durante la cena, l’ospite statunitense accusò un malore, probabilmente per via del cibo esotico, della stanchezza o del caldo asfissiante.

Le autorità locali si attivarono immediatamente per trasportare Kissinger in una villa situata a 2.400 metri di altitudine per rimetterlo in sesto, ma l’auto che lo avrebbe dovuto trasferire nella nuova residenza rimase vuota. Nessuno si accorse di niente. Kissinger, in realtà, non aveva alcun malore. Al contrario, assieme al vice, Winston Lord, due agenti segreti e un assistente, fu portato in gran segreto presso un aeroporto militare dove ad attenderlo c’erano quattro diplomatici cinesi.

All’alba, Kissinger – mascherato per non farsi riconoscere – salì su un aereo diretto a Pechino. Qui, in 48 ore, prese parte a sei intense riunioni con il premier cinese Zhou Enlai. Due giorni dopo, l’11 luglio, Kissinger riapparve nella villa pakistana sostenendo di essere guarito. Come detto, nessuno si accorse della sua assenza. Appena possibile, il consigliere telegrafò al presidente Nixon una parola emblematica: “Eureka“. La visita di Nixon in Cina era stata finalmente ottimizzata, e le sorti della Guerra Fredda sarebbero cambiate per sempre.

L’Operazione Marco Polo rappresenta la punta dell’iceberg di un’intensa attività diplomatica durata circa tre anni. L’obiettivo di Nixon era quello di realizzare “l’incontro con la storia”, ovvero incontrare Mao Zedong. Nel 1972, ad accogliere il presidente degli Stati Uniti, in una Pechino ben diversa dalla capitale ultramoderna odierna, c’erano i massimi dirigenti del Partito Comunista Cinese capitanati dal premier Zhou Enlai.

Il viaggio di Nixon in Cina fu un evento mediatico senza precedenti, e questo per molteplici ragioni. Innanzitutto, per la prima volta in venti anni, il popolo americano riuscì a gustare foto e filmati provenienti dall’allora impenetrabile Repubblica Popolare. Poi dobbiamo mettere in conto gli enormi risvolti politici di un evento del genere, e non solo per il disgelo diplomatico tra i due Paesi. Nixon aveva infatti una reputazione di politico conservatore, molto anti comunista e molto spostato a destra; il fatto che visitasse la Cina, epicentro del comunismo assieme all’Unione Sovietica, e che incontrasse Mao, lo rese un politico abile e pragmatico agli occhi del mondo intero.

Il viaggio di Nixon in Cina durò sette giorni, dal 21 al 28 febbraio 1972, e toccò tre città: Pechino, Hangzhou e Shanghai, con tappa all’ombra della Grande Muraglia. Assieme al presidente, che incontrò subito Mao Zedong, erano presenti anche la First Lady, Pat Nixon, l’artefice della trasferta, Henry Kissinger, il vice di Kissinger, Winston Lord, e un manipolo di funzionari e giornalisti. Mentre Nixon incontrava personalità politiche e diplomatici vari sua moglie visitava fabbriche, scuole e ospedali.

Ma la parte più interessante della trasferta cinese di Nixon coincide – come è facile immaginare – con il faccia a faccia con Mao Zedong. Si dice che il Grande Timoniere chiese di vedere l’illustre ospite non appena questo mise piede in Cina. Il dialogo, al quale parteciparono anche Kissinger e Lord, durò circa un’ora. In seguito, Lord scrisse che Mao non fu di molte parole. Il leader cinese utilizzava frasi rapide e secche, e passava da un argomento all’altro apparentemente senza un filo conduttore. “Soltanto dopo abbiamo capito che ci stava delineando la politica cinese del futuro”, aggiunse Lord.

Se ci fu un solo incontro con Mao, il premier cinese Zhou Enlai partecipò invece a varie riunioni. Questi incontri dettero vita al Comunicato di Shanghai, firmato da Nixon nell’omonima città cinese. Si trattò del primo testo rilasciato congiuntamente dai due governi, cinese e americano, nonché del primo tassello della normalizzazione diplomatica tra Stati Uniti e Cina.

Il comunicato includeva, tra gli altri punti, il riconoscimento statunitense del principio di una sola Cina, ovvero l’esistenza di un unico Stato cinese, con Taiwan parte integrante della Repubblica Popolare; dall’altro lato, nessuno dei due Paesi avrebbe dovuto cercare l’egemonia nel Pacifico, impegnandosi a contrastare l’eventuale espansione nell’area di una terza potenza desiderosa di dominare la regione.

Dulcis in fundo, il documento prevedeva la graduale normalizzazione dei rapporti economico-commerciali tra Stati Uniti e Cina. Il Comunicato di Shanghai, dunque, può essere considerato il passaggio chiave del disgelo diplomatico sino-americano, ed è un documento teoricamente valido ancora oggi.

I leader del presente dovrebbero approfondire la rilevanza di questo episodio storico, nonché i suoi profondi significati. La lezione più importante è che l’arte della diplomazia, ma soprattutto il saper tendere la mano all’avversario nel momento giusto – più che mettere sul tavolo minacce di guerra – provoca sempre trasformazioni storiche profonde (e spesso pure durevoli).

Attenzione però, perché i processi innescati devono essere governati e non lasciati a se stessi. Pena: effetti indesiderati. Come accaduto, del resto, con la Cina odierna che, arrivata a mettere in discussione il ruolo internazionale del “maestro” statunitense, dal punto di vista di Washington è tornata ad essere considerata una minaccia geopolitica.

In ogni caso, il viaggio di Nixon a Pechino contribuì ad allargare la spaccatura esistente tra Unione Sovietica e Cina, spingendo Mosca a rivedere le proprie ambizioni nel continente asiatico. La Cina, inoltre, iniziò a cambiare pelle, aprendosi prima all’economia occidentale e poi attuando riforme economiche senza precedenti.

Di lì a poco, Deng Xiaoping avrebbe aperto le porte della Repubblica Popolare agli investimenti stranieri, mentre negli anni ’90 Pechino prese confidenza con le privatizzazioni, salvo aderire alla WTO (2001). Era ormai sbocciato il cosiddetto Socialismo con caratteristiche cinesi, lo stesso che, implementato, aggiornato e adattato al presente, continua ad essere imbracciato dal presidente cinese Xi Jinping. Lo stesso socialismo che, tra il 1978 (anno delle riforme di Deng) e il 2013, ha consentito all’economia cinese di crescere a un ritmo del 9,5% all’anno.

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