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Nicolae Ceausescu, il figliol prodigo della Grande Romania

La dura legge delle dittature è sempiterna e universale: terminano frequentemente in un bagno di sangue e producono sempre un legato di divisione nazionale e frammentazione sociale. Quel lascito può comportare e significare il perdurare di sentimenti ambivalenti di amore-odio nella società nei confronti del passato dittatoriale, nonché l’emergere progressivo di peculiari forme di nostalgia in occasione di crisi economiche, turbolenze politiche ed epidemie di panico sociale.

La nostalgia per le dittature è un fenomeno comune a diverse realtà dello spazio postcomunista e postsovietico – dalla Russia che va sperimentando la curiosa riabilitazione dal basso di Stalin alla Serbia che guarda con crescente risentimento alla disgregazione della Iugoslavia, passando per l’Ostalgie degli abitanti della fu Germania Est – e che da diversi anni ha attratto l’attenzione di politologi e sociologi interessati alla comprensione delle dinamiche nel defunto Secondo Mondo.

Tra i Paesi maggiormente interessati dal fenomeno della nostalgia dell’era comunista va annoverata la Terra dei Santi (Țară sfinților), ovvero la Romania. Perché qui, culla di condottieri del calibro di Decebalo, Dracula, Ștefan cel Mare e Alexandru Ioan Cuza, negli anni recenti è andato aumentando il revisionismo popolare nei confronti della rivoluzione del 1989, culminata con la fucilazione del dittatore Nicolae Ceaușescu e della sua consorte Elena. Capire chi è stato il Conducător e perché i rumeni ne rimpiangano a gran voce la dipartita prematura – l’ultimo sondaggio, datato 2018, parla di due persone su tre con un’opinione positiva su di lui – può risultare utile a saziare la fame di conoscenza degli indagatori più curiosi della psicologia delle masse.

Nicolae Ceaușescu nasce nel piccolo villaggio di Scornicești il 26 gennaio 1918 e viene ricordato come il simbolo della Romania rurale, della Romania profonda. Perché Ceaușescu era, invero, il membro di una famiglia numerosa – era il terzo di nove figli – e di origini più che umili – i genitori erano dei contadini –, indi un uomo del popolo.

Nicolae Ceaușescu

Insofferente verso l’ordine costituito sin dalla gioventù, Ceaușescu avrebbe abbracciato la causa comunista nel periodo interguerra e pagato con la privazione della libertà la partecipazione a marce di protesta, scioperi e comizi illegali. Nemico giurato di aristocratici e fascisti, il futuro dittatore trascorre la Seconda guerra mondiale tra carceri e campi di concentramento, come conseguenza della militanza politica, riuscendo a superare indenne la dura detenzione.

Terminata la guerra e divenuta la Romania un satellite dell’Unione Sovietica, l’agitatore di piazze, nominato segretario dell’organizzazione giovanile del Partito Comunista nell’immediato post-scarcerazione, viene dapprima messo a capo del ministero dell’Agricoltura e dipoi alla vicedirezione del ministero delle Forze Armate. Dei ruoli di rilievo, che Ceaușescu avrebbe ricoperto nonostante l’inesperienza, perché entrato nelle grazie dell’allora segretario del Partito Comunista, Gheorghe Gheorghiu-Dej, conosciuto nel lager di Târgu-Jiu.

Nicolai Ceausescu
XII Congresso del partito comunista rumeno Nicolae Ceausescu

Nel 1965, alla morte dell’amico e compagno Gheorghiu-Dej, Ceaușescu viene eletto primo segretario del Partito Comunista. La Romania, di lì a poco, sarebbe divenuta ufficialmente una repubblica socialista e Ceaușescu il suo Conducător. Le cose, però, non sarebbero andate come preventivato dal Cremlino. Perché il contadino divenuto capo di Stato, pur essendo un comunista della prima ora, nonché uno zelota con il culto di Carlo Marx avente in odio Cristianità e Capitalismo, era e restava soprattutto un figlio della Muntenia, nato e cresciuto con il mito della România mare (let. Grande Romania).

Nicolae Ceaucescu tra i contadini del villaggio di Ciochina
Nicolae Ceausescu tra i contadini del villaggio di Ciochina nel distretto di Lalomitza

L’Unione Sovietica avrebbe compreso rapidamente il pericolo rappresentato dal fenomeno Ceaușescu, cominciando a temere per una Iugoslavia due e a lavorare occultamente per un cambio ai vertici della piramide comunista rumena. Contrario alla dottrina della sovranità limitata, il capo di Stato della Romania avrebbe rifiutato di partecipare all’operazione Cecoslovacchia e cessato di prendere parte agli incontri del patto di Varsavia, allargando progressivamente i margini di quell’autonomia strategica apparentemente concessa dal Cremlino.

Cecoslovacchia a parte, Ceaușescu si sarebbe distinto dal resto del Secondo Mondo per una serie di politiche estere coraggiose e controcorrente, tra le quali il mantenimento in essere di relazioni diplomatiche con Israele, la prosecuzione dei rapporti bilaterali con il Cile dopo l’ascesa di Augusto Pinochet, lo stabilimento di un partenariato con la Comunità Europea nel 1974 – una prima storica per una nazione comunista – e la partecipazione alle Olimpiadi di Los Angeles.

Nonostante il distanziamento dalla casa sovietica in materia di relazioni internazionali, Ceaușescu non avrebbe alterato nulla a livello di architettura interna del regime politico: lotta senza quartiere alla Chiesa ortodossa, censura dell’informazione, repressione delle libertà personali, consolidamento di uno stato poliziesco affidato alla temibile Securitate e nazionalizzazione delle masse. Perché l’obiettivo dell’incompreso Ceaușescu, lungi dall’essere l’occidentalizzazione della Romania, era la sua desatellizzazione dall’orbita sovietica in conformità con l’anelito di innalzarla al rango di potenza regionale totalmente autonoma da entrambi i blocchi.

Le contraddizioni dell’impossibile equilibrismo di Ceaușescu sarebbero emerse con forza nel corso degli anni Ottanta, ovvero con l’entrata del mondo comunista in una fase di stagnazione, da Mosca a Varsavia. E la piccola Bucarest, guidata da uno statista tanto ambizioso politicamente quanto impreparato economicamente, sarebbe uscita distrutta da quell’inverno di stasi suicida.

Nicolae Ceausescu con sua moglie Elena durante una visita a Bristol nel 1978

Costantemente impegnato ad amicarsi le élite politiche e i circoli intellettuali dell’opulenta Europa occidentale, in particolare di Francia e Regno Unito, Ceaușescu avrebbe gradualmente e fatalmente perduto il senso dell’orientamento e il contatto con la realtà, risultando completamente cieco dinanzi al depauperamento della popolazione causato dalla stagnazione economica e dal crescente scarseggiare dei beni.

Con in mano una nazione indebitata con gli istituti di credito occidentali per via della concessione di maxi-prestiti male utilizzati e delle opere faraoniche utili soltanto a saziare il suo ego smisurato – come la celeberrima Casa del Popolo (Casa Poporului) – e ad affrontare improbabili guerre – la zigzagante Transfăgărășan fu costruita perché il presidente rumeno era convinto che fosse alle porte un’invasione sovietica dalla Moldavia, ragion per cui lasciò in stato di sotto-infrastrutturalizzazione la Romania nordorientale –, il Conducător si sarebbe ritrovato ad affrontare una rivoluzione ai primordi del 1989.

Isolato dallo stesso Partito – evento spartiacque sarebbe stata la Lettera dei Sei, un vero e proprio ultimatum lanciato dai colleghi esasperati dalla sua patologica derealizzazione –, abbandonato da quell’Occidente al quale si era rivolto per emancipare Bucarest dal soggiogamento sovietico – le “radio della Cia”, cioè Voice of America e Radio Europa Libera, avrebbero giocato un ruolo fondamentale nell’aiutare i dimostranti ad aggirare la sorveglianza della Securitate – e divenuto il simbolo di una rivoluzione tradita agli occhi della popolazione, Ceaușescu avrebbe rapidamente perso il controllo della situazione.

Catturato nel corso di una rocambolesca fuga in compagnia della fedele moglie, il presidente rumeno fu condannato alla fucilazione da un tribunale militare improvvisato. L’esecuzione dei due coniugi sarebbe avvenuta simbolicamente il giorno di Natale, il 25 dicembre, consacrando l’entrata della Romania in una nuova era e consegnando Ceaușescu alla storia.

La storia sembra aver dato ragione a quei pochi scettici che quel lontano Natale del 1989 si opposero alla condanna a morte del presidente e di sua moglie, ritenendo che il processo fosse stato una farsa e che delle menti raffinatissime fossero dietro all’escalation di violenze, alle morti sospette e ai massacri indiscriminati dei dimostranti.

Quel 25 dicembre, si sussurravano tra loro i più diffidenti, non avrebbe avuto luogo una rivoluzione genuina, ma un colpo di Stato sotto copertura concepito dalla Securitate e dal Partito Comunista, entrambi in combutta con la decadente ma vendicativa Unione Sovietica. E i fatti successivi, di nuovo, sembrano avergli dato ragione:

  • Indagini ufficiali hanno confutato la teoria secondo cui l’allora ministro della difesa Vasile Minea, morto nei giorni febbrili della fuga dei Ceaușescu, sarebbe stato assassinato su ordine del dittatore. La sua dipartita prematura contribuì in maniera determinante in sede di processo, ma autopsie e testimonianze hanno smentito gli accusatori del defunto presidente: non fu omicidio, ma suicidio.
  • Con il tempo hanno trovato fondamento e riscontro i rapporti di tutti quegli addetti alla sicurezza che all’epoca della rivoluzione denunciarono la presenza di disturbatori ed agenti provocatori tra i manifestanti – si vedano, a questo proposito, le testimonianze dei colonnelli Filip Teodorescu e Dumitru Burlan.
  • I registi della destituzione di Ceaușescu, che di lì a breve avrebbero costituito il Fronte di Salvezza Nazionale e assunto il controllo totale della vita politico-economica della nazione, negli anni successivi alla rivoluzione sono divenuti a loro volta vittime di processi e scandali relativi al ruolo giocato nei massacri di civili in principio imputati al dittatore  e alle connessioni con il Kgb. Tra i più celebri rivoluzionari travolti dagli eventi figura Ion Iliescu, il padre della transizione democratica, che i cospirazionisti ritenevano un agente del Kgb da prima che emergessero prove a suo carico.

Un dittatore incolto, brutale e con il vizio del nepotismo, dunque, ma anche terribilmente ingenuo, inverosimilmente onesto – il famoso “tesoro nascosto” non è mai stato ritrovato – e votato alla traslazione in realtà di quel sogno senza tempo che è la România mare; queste le ragioni alla base della sua riabilitazione post-mortem.

Una riabilitazione, quella di Ceaușescu, che è genuina, dal basso – anche perché l’apologia di quell’epoca è vietata e punita severamente per legge – e apparentemente irrefrenabile – perché i sondaggi dipingono una crescente nostalgia verso il dittatore, che, oggi, risulta apprezzato da due rumeni su tre. Una riabilitazione che, forse, sta avendo luogo perché considerato più ingenuo che colpevole, forse perché la corruzione è divenuta un problema endemico nella Romania contemporanea o forse perché, nonostante le debolezze, i crimini e le brutalità, la sua figura sta venendo crescentemente inquadrata e interpretata all’interno di quel contesto intriso di violenze, misteri e complotti che fu la Guerra fredda.