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L’Olocausto dimenticato di Stalin: Holodomor, la grande carestia ucraina

Tra i grandi genocidi del Novecento eccessivamente sotto silenzio passa spesso nel dibattito pubblico l’Holodomor, la grande carestia che si abbatté sull’Ucraina tra il 1932 e il 1933 e che è direttamente correlabile alle politiche del regime sovietico di Stalin volte a consolidare la collettivizzazione forzata delle terre agricole del “granaio” dell’Europa orientale. In ucraino Holodomor significa letteralmente “sterminio per fame” .

Nel contesto di un processo che proseguiva a tappe forzate almeno cinque milioni di persone morirono di fame in tutta l’Urss non a causa del fallimento delle coltivazioni, ma perché furono deliberatamente private dei mezzi di sostentamento. Di questi, si stima che tra i 3 e i 4 milioni fossero ucraini, vittime come in altre carestie del XX secolo non tanto della carenza di cibo e raccolti quanto piuttosto di una precisa volontà politica che tendeva a reprimere ogni dissenso dall’autorità centrale, arrivando a punire chi temendo la morte per fame ammassava privatamente raccolti o si rifiutava di far macellare il bestiame con la confisca dei beni.

Riuniti sotto il controllo sovietico i territori ucraini, i bolscevichi dopo la guerra civile seguita alla fine dell’Impero zarista istituirono ufficialmente la Repubblica Socialista Sovietica d’Ucraina il 30 dicembre 1922. Essa ebbe come prima capitale fino al 1934 la città orientale di Charkiv, dal 1918 sede del locale potere sovietico, ricordata talvolta come “la capitale della carestia”.

Il regime di Lenin prima e quello di Stalin poi apportarono profondi stravolgimenti nell’assetto sociale, politico ed economico dell’Ucraina, forzando (nonostante l’appello formale alla politica delle nazionalità) una convergenza verso un ceppo dominante di matrice russa, eradicando buona parte della tradizione culturale di matrice ortodossa, marginalizzando le minoranze ritenute afferenti a poteri potenzialmente nemici (come i polacchi), reprimendo l’identità dei cosacchi e cercando di imporre i principi del socialismo in un’economia a trazione agricola.

Dopo l’annuncio della massiccia campagna di collettivizzazione fondata sulle fattorie collettive (kolchoz) e le aziende agricole statali (sovchoz) la leadership sovietica nel 1928 concentrò fortemente i suoi sforzi su un’Ucraina che era stata tra le aree più renitenti del Paese in questa nuova sfida.

“Stalin e compagni”, nota l’Osservatorio Balcani-Caucaso, “erano ben consapevoli del pericolo di rivolte e ribellioni e, non volendo perdere l’Ucraina, nel 1932 il regime pensò a uno stratagemma per sterminare (o quantomeno mettere a tacere) la nazione ucraina, abilmente mascherato da uno dei piani di collettivizzazione”, cogliendo la palla al balzo per giustificare gli insufficienti risultati del piano generale. In sostanza “si trattava di confiscare tutte le scorte di grano e di generi alimentari come sanzione per il fallimento del piano statale di approvvigionamento di grano”.

La carestia come detto nacque non tanto dalla collettivizzazione, ma piuttosto dalle manovre volte a punire gli ucraini e a utilizzare il volano dell’accentramento del controllo sulle terre come scusa per annientare l’identità politica della Repubblica. Fu dunque il risultato della confisca del cibo, dei blocchi stradali che impedirono alla popolazione di spostarsi, dei confinamenti delle metropoli a partire dalla stessa Charkiv, divenuta “la capitale della fame”. Il governo sovietico così accentuò la crisi agricola già in atto, creando una carestia “su ordinazione, imponendo una quota di grano estremamente alta e non realistica come tassa statale: la produzione di circa 6 milioni di chili di grano”.

Il saggio Red Famine: Stalin’s War on Ukraine della studiosa Anne Applebaum e Terre di sangue, di Timothy Snyder, hanno contribuito a portare a conoscenza del grande pubblico alcune delle più drammatiche conseguenze delle politiche del regime di Stalin, riassunte emblematicamente da Avveniretra il 1932 e il 1933, in particolare, un rapporto “del capo della polizia segreta di Kiev elenca 69 casi di cannibalismo in appena due mesi, racconta casi di persone che uccisero e mangiarono i propri figli, la totale estinzione di cani e gatti, la scomparsa della popolazione di interi villaggi, i carri per il trasporto dei defunti che raccoglieva anche i moribondi e poi li seppelliva ancora vivi”.

Nell’universo parallelo del regime di Stalin la fame era considerata una forma di resistenza al potere sovietico. Sobillati dai nemici del Paese, primi fra tutti Polonia e Giappone dei quali ai cui estremi confini Mosca temeva l’alleanza in funzione antisovietica, Stalin e i suoi fedelissimi, Kaganovic e Molotov in testa, arrivarono a convincersi che la fame equivaleva a una forma estrema di resistenza all’inevitabile vittoria del socialismo da parte di sabotatori che odiavano il regime a tal punto da lasciare morire intenzionalmente le loro famiglie pur di non ammetterlo. Per Kaganovic la fame era una “lotta di classe”, e in un contesto che vide una carestia tragica fare milioni di vittima in tutta l’Unione Sovietica in Ucraina si arrivò al deliberato omicidio di massa.

Tra il novembre e il dicembre 1932 una serie di misure politiche crearono le basi perché l’Ucraina fosse accerchiata dalla fame. Il 18 novembre ai contadini ucraini fu fatto ordine di consegnare ogni avanzo del raccolto precedente superante le eccedenze da destinare all’ammasso, dando vita a una serie infinita di persecuzioni da parte di polizia e servizi segreti; due giorni dopo fu imposta una norma draconiana sulla carne, che portò alla confisca di massa di mucche e maiali, vera e propria riserva anti-fame per centinaia di migliaia di ucraini; il 28 novembre e il 5 dicembre ulteriori ordinanze aumentarono il potere di confisca dei funzionari comunisti. A fine dicembre e inizio gennaio il tour ucraino di Kaganovic lasciò dietro di sé un’ondata di epurazioni di funzionari, condanne a morte, deportazioni; il 14 gennaio 1933 ai contadini ucraini non fu concesso il lasciapassare interno che obbligatoriamente i cittadini sovietici dovevano portare con sé per muoversi nel Paese e, nell’inverno 1933, fu compiuta la mossa finale: la confisca die semi del grano per la stagione successiva, che lasciava i contadini ucraini senza speranze di poter autonomamente condurre un nuovo raccolto.

Nella primavera 1933 non meno di 10mila persone morivano, in media, ogni giorno di fame in Ucraina, a cui andavano aggiunti i circa 300mila ucraini morti di carestia dopo la deportazione nei campi di lavoro, nei gulag e negli insediamenti speciali citati da Snyder nei suoi studi. Aleksandr Solženicyn ha sostenuto il 2 aprile 2008 in un’intervista a Izvestija che la carestia degli anni Trenta in Ucraina è stata simile alla carestia russa del 1921-1922, poiché entrambe furono causati dalla “spietata rapina dei contadini da parte del sistema bolscevico”.

Complessivamente, non meno di 3,3 milioni di persone persero la vita nell’Holodomor, l’inferno sulla terra creato dalla collettivizzazione. La struttura sociale ucraina ne fu sconvolta, mentre nel frattempo il grano sovietico requisito agli ucraini contribuiva a mantenere stabili i mercati internazionali, nelle decisive settimane in cui gli Stati Uniti di Franklin Delano Roosevelt puntavano su questa nuova stabilità per uscire dalla Grande Depressione e si preparavano ad estendere il proprio riconoscimento all’Urss nel novembre 1933 e in Germania Adolf Hitler consolidava il suo potere.

Ancora oggi il ricordo dell’Holodomor divide Ucraina e Russia. Per Kiev si tratta di una pagina incancellabile della propria storia: nel 2010, la corte d’appello di Kiev decretò che l’Holodomor fosse un atto di genocidio e anche Polonia e Città del Vaticano si sono espressi in tal senso. Latita ancora la memoria storica in tal senso, come spesso accade sul fronte dei crimini staliniani. Condotti sotto la cappa di ferro di un regime in larga misura isolato dal mondo e la cui scoperta è stata, in larga misura, il frutto del lavoro pioneristico di pochi storici.