Lo scandalo del Watergate, mezzo secolo dopo

Washington, 17 giugno 1972: cinque uomini – Bernard Barker, Virgilio González, Eugenio Martínez, James W. McCord Jr. e Frank Sturgis – sono colti in flagrante dalla polizia della capitale americana e arrestati dopo il loro tentativo di fare irruzione alla sede del Comitato nazionale democratico (Dnc), quartier generale dei progressisti Usa intenti a sviluppare la loro campagna per le presidenziali di novembre. L’acume di Frank Wills, la guardia giurata che aveva notato i tentativi di effrazione dello stabile del Dnc, consentì l’arresto dei cinque uomini e l’inizio di una valanga che avrebbe finito per travolgere il Presidente degli Stati Uniti d’America. Willis lavorava come guardiano dello stabile ove il Dnc aveva sede, un hotel da cui prese il nome lo scandalo per antonomasia: il Watergate.

L’Fbi, da poco “orfana” del suo storico dominus John Edgar Hoover, per quarant’anni a capo dell’autorità investigativa fino alla morte sopravvenuta poche settimane prima, si accorse ben presto che i cinque arrestati non erano topi d’appartamento o incursori improvvisati. L’obiettivo dell’azione divenne ben presto chiara: impiantare apparati di ricezione e trasmissione messaggi nella sede del Dnc per tenere osservate le mosse del Partito Democratico che aspirava al ritorno alla Casa Bianca.

L’attenzione si concentrò in particolare sul fatto che un ex agente dell’Fbi e della Cia, James McCord, a lungo anche colonnello della riserva dell’aeronautica a stelle e strisce, fosse nel commando. McCord era un membro di primo piano del “Comitato per la rielezione del presidente” (Crp), un’organizzazione che sosteneva la riconferma di Nixon. Un altro degli arrestati, Howard Hunt, risultò addirittura avere in precedenza lavorato nello staff la Casa Bianca.

Importanti esponenti del Partito Repubblicano vicini a Nixon furono subito investiti dal fuoco di fila degli avversari politici e si scatenò una durissima campagna stampa guidata in particolar modo da due giovani reporter del Washington Post: Bob Woodward e Carl Bernstein. I due partirono dalla sostanziale negazione dello staff di Nixon (il portavoce della Casa Bianca Ron Ziegler, definì i fatti del Watergate uno “scasso di terza categoria”) circa la gravità dei fatti contestati ai cinque arrestati per provare a ricostruire la rete che collegava il Crp, esponenti repubblicani di peso e l’amministrazione in uno scandalo divenuto presto il più grande della storia d’America.

L’inchiesta giornalistica di Woodward e Bernstein, presto seguiti anche dal New York Times e altre testate nazionali, avanzò più lentamente della constatazione di fatti penalmente rilevanti agli arrestati e della scoperta del fatto che il Watergate non era che la punta dell’iceberg di un sistema complesso di condizionamento della politica Usa. Ragion per cui a novembre, quando si arrivò alle elezioni, Nixon conquistò la riconferma trovandosi però a gestire la bomba Watergate nel suo secondo mandato.

Venne gradualmente fuori allo scoperto il perimetro dell’Operazione Gemstone, l’azione di infiltrazione del Dnc studiata dal Crp presieduto dal direttore John Newton Mitchell con il sostegno dell’eccentrico G. Gordon Liddy, estremista di destra legato alla nuova ala iper-conservatrice dei Repubblicani e a lungo dipendente dell’Fbi, che avrebbe materialmente programmato l’azione.

Nixon riuscì a evitare in un primo momento l’onda dello scandalo per il formidabile lavoro del consigliere legale John Dean, che provò a creare un muro divisorio tra gli autori del tentato scasso al Dnc e il Partito Repubblicano. Ma presto l’inchiesta del quotidiano della capitale americana smontò questa ricostruzione mano a mano che Woodward e Bernstein iniziarono a valersi dell’opinione di un misterioso funzionario del governo federale che si presentava come “Gola Profonda” (Deep Throath) e che nel 2005 si rivelò essere Mark Felt, allora vicedirettore dell’Fbi. Felt, con tempismo e gradualità, aiutò i giornalisti a presentare una complessa rete di finanziamenti e di ibridazione tra la presidenza, gli apparati federali e lo staff privato di Nixon che aveva promosso spostamenti di denaro per milioni di dollari a apparati come il  Crp mobilitando figure ambigue come Liddy, McCord e Hunt.

Definita “volgare e ignobile” da Nixon, l’inchiesta arrivò a presentare nell’autunno 1972 l’estratto di un rapporto classificato dell’Fbi fornito da “Gola Profonda” in cui si leggeva chiaramente che era in corso “una campagna massiccia di spionaggio e sabotaggio politico diretta da alti funzionari della Casa Bianca e del Comitato per la rielezione del presidente” e che tra il 1971 e il 1972 molti episodi avessero preceduto il fallito raid del Watergate.

Nixon aveva gestito una presidenza complessa in cui stava cercando di chiudere, senza strappi, la partita del Vietnam, aveva dovuto nel 1971 sospendere la convertibilità tra dollaro e oro stabilita a Bretton Woods, affrontava i cambiamenti decisi della società americana e le rivendicazioni dei movimenti pacifisti, guidava il campo occidentale in un rinnovato confronto con l’Unione Sovietica che avrebbe prodotto direttamente il formidabile riavvicinamento alla Cina e indirettamente alimentato i fuochi della strategia della tensione contro l’ascesa delle sinistre in Europa.

Il timore del Presidente era che i Democratici, tornati alla Casa Bianca in caso di vittoria, usassero l’istituzione come un “tribunale” da cui processare il suo operato; quello del Partito Republicano di essere messo in minoranza mentre si aprivano partite chiave per la supremazia americana. Si può dire che in un certo senso Nixon allevò involontariamente i propri demoni data la confusione in cui versava la sinistra Usa del tempo.

Il punto di svolta fu il 1973, anno in cui l’offensiva mediatica di Woodward e Bernstein si rafforzò e le rivelazioni di “Gola Profonda” presero di mira il cerchio magico del Presidente, che nel frattempo era stato eletto a valanga.

Il Senato era però rimasto sotto il controllo del Partito Democratico, che ne approfittò per usarlo come tribuna pubblica contro un Presidente messo sotto accusa anche in virtù della posizione di forza raggiunta col suo stesso successo. Forti di una maggioranza di 56 a 42, i Dem promossero una Commissione d’Inchiesta sul caso Watergate. Fu però un repubblicano, in seno ad essa, a porre le indagini sulla pista della Casa Bianca. In una sessione Howard Baker, Senatore conservatore del Tennessee si chiese: “Cosa sapeva il presidente e quando venne a saperlo?“, da allora pomo della discordia dello scandalo.

Si è lungo discusso se Nixon avesse, di persona, dato ordine dell’azione al Crp o se ne avesse sostanzialmente avallato il metodo senza volersi immischiare concretamente. Quel che è certo è che dalle rivelazioni e dai nastri di registrazioni di conversazioni avvenute alla Casa Bianca emerse un dato sicuro: Nixon ostacolò le indagini temendo il contraccolpo politico del Watergate per vincere le presidenziali del 1972.

 

Dopo che i mandanti e gli esecutori materiali dei fatti del Watergate furono riconosciuti colpevoli della frode contro i Democratici, l’esito della Commissione d’Inchiesta fu un duro colpo per Nixon, accusato di abuso di potere e di aver circondato il suo staff di figure deputate alla pura e semplice dispersione della capacità dei magistrati di chiarire la realtà sul caso Watergate. L’entrata nella procedura di impeachment appariva cosa certa e si formalizzò nel 1974, a oltre due anni dal caso-Watergate.

Per la precisione il 27 luglio 1974 la Commissione Giudicante per la Camera dei Rappresentanti, alla cui testa vi era il dem del New Jersey Peter Wallace Rodino Jr., approvò l’avvio della procedura di impeachment di Nixon con 27 voti favorevoli e solo 11 contrari. Nixon fu accusato di oltraggio al Congresso e di aver ostacolato il corso delle indagini. Tre giorni dopo, il presidente rassegnò le dimissioni con una lettera al Segretario di Stato Henry Kissinger.

Il mandato rimanente fu completato da Gerald Ford, dal 1965 al 1973 capo Repubblicano al Congresso e nel 1973 giunto a ricoprire la carica di vicepresidente dopo le dimissioni di Spiro Agnew, eletto con Nixon nel 1972. Le dimissioni di Agnew erano giunte a seguito di gravi accuse (poi confermate) di corruzione e riciclaggio di denaro, mentre Ford, insediatosi il 9 agosto 1974, concesse immediatamente il perdono presidenziale a Nixon cancellando, tra le polemiche, ogni addebito penale potenzialmente imputabile al suo predecessore.

Lo scandalo indebolì per diversi anni la presidenza, che solo con l’ascesa di Ronald Reagan trovò la capacità di riaffermarsi come ente esecutivo e capace di agire. La stampa americana arrivò, negli anni del Watergate e sulla scia del precedente scoop dei Pentagon Papers, a raggiugnere un’influenza mai superata sulla vita pubblica nazionale. E ancora oggi, complice la curiosa coincidenza del suffisso del nome dell’hotel incriminato (“gate” in inglese significa scandalo) nel mondo anglosassone ogni grande caos politico-istituzionale è richiamato in assonanza al Watergate: si pensi a Datagate e Russiagate, per fare due esempi recenti. Questo a testimonianza dell’impatto di uno scandalo svelato dall’acume di una guardia cinquant’anni fa e poi ampliatosi sulla scia dell’esercizio della libertà di stampa. Capace di arrivare a travolgere il cuore del potere della superpotenza a stelle e strisce come mai era successo prima.