La storia del Grande balzo e dell’utopia comunista di Mao

Quella di Mao Zedong è una delle storie più complesse e controverse nel panorama della Cina contemporanea. Il Grande Timoniere vede il suo giudizio storico condizionato principalmente dal suo più importante e tragico fallimento politico: le disastrose conseguenze del Grande balzo in avanti, il tentativo di accelerata modernizzazione della Repubblica Popolare compiuto tra il 1958 e 1961 per modificare profondamente la società e l’economia del Paese e risoltosi in una serie di catastrofi.

Vinta la guerra civile contro i nazionalisti nel 1949, Mao Zedong e il suo regime si trovarono di fronte alla necessità di fare i conti con la necessità di gestire un Paese profondamente segnato da disuguaglianze interne, fondato su un’economia essenzialmente agricola, impoverito in termini di collegamenti interni e ben lontano dai livelli di sviluppo delle principali aree economiche del pianeta. Il socialismo che Mao intendeva realizzare nella Repubblica popolare iniziò a essere strategicamente programmato dopo la fine dell’impegno cinese nella Guerra di Corea. Tra il 1953 e il 1957 andò in scena il primo piano quinquennale volto a dare forma giuridica e pragmatica ai programmi economici e sociali del nuovo regime.

In Cina l’obiettivo della collettivizzazione delle terre andava di pari passo con il progetto delle prime forme di sviluppo industriale del Paese. In seno al Partito comunista cinese i moderati, rappresentati come figura di punta da Liu Shaoqi, membro dell’Ufficio politico del partito e presidente della Repubblica dal 1959, sostenevano che il processo avrebbe dovuto essere graduale e la collettivizzazione avrebbe dovuto attendere i progressi dell’industrializzazione, che avrebbe fornito all’agricoltura le macchine necessarie. Mao, invece, guidava una fazione più radicale che puntava in tempi brevi al socialismo realizzato.

Quando tra 1956 e 1957 la vicina Unione Sovietica iniziò a progettare il distacco dallo stalinismo e le fazioni moderate dei locali partiti comunisti iniziarono a far sentire la loro voce in Germania Est, Polonia e, soprattuttoUngheria la leadership di Pechino si sbilanciò sempre di più, per reazione, verso il rafforzamento della linea radicale.

Si ripropose in Cina quanto successo nell’Unione Sovietica di fine Anni Venti e inizio Anni Trenta: la spinta sulla collettivizzazione delle campagne doveva andare di pari passo con un programma di industrializzazione capace di bruciare le tappe per portare a marce forzate il Paese nella modernità. Mao progettò il secondo Piano quinquennale destinato a prendere il via nel 1958 denominandolo come il piano del “Grande balzo in avanti”. Lo spirito di tale piano fu concretamente enunciato a Wuhan, nello Hubei, in occasione dell’VIII congresso del Pcc, tenutosi nell’inverno 1958, mentre le politiche per metterlo in atto erano in dispiegamento da un anno circa.

La fuga accelerata nell’utopia mirava inoltre a consolidare e rafforzare il controllo politico sulle periferie e sul mondo agricolo, forzando la mano di un processo di collettivizzazione che, tra alti e bassi, era proseguito senza traumi dal 1949 al 1958, portando all’istituzione di diversi nuclei d aggregazione: dapprima le Squadre di mutuo aiuto (5-15 famiglie), poi nel 1953 le Cooperative semplici (20-40 famiglie), infine nel 1956  le Grandi cooperative (100-300 famiglie).

Secondo Mao il “Grande Balzo in Avanti” doveva sostanziarsi in un gigantesco sforzo di produzione collettivo volto a cambiare sia la Cina che i cinesi, che a suo avviso erano troppo ancorati ai retaggi culturali e feudali del passato, facendo mobilitare le energie della cittadinanza e la manodopera portando la volontà collettiva a trionfare sulle difficoltà operative del parallelo processo di collettivizzazione e industrializzazione. Un forte slancio ideologico avrebbe dovuto, al ritmo di motti quale “Qualche anno di sforzi a di lavoro per diecimila anni di felicità”, oppure “Avanzare con entrambe le gambe” , portare i cinesi a convincersi di potersi sottrarre con le proprie energie alle difficoltà del passato. Per Mao i ritardi congeniti di sviluppo della Cina erano dovuti alla sua situazione medievale, da demolire per entrare ormai in un’era di rapida crescita e di prosperità continua.

Cuore pulsante del processo furono le 26mila Comuni popolari attorno a cui in media 5.000 famiglie avrebbero dovuto vivere in autosufficienza con i propri raccolti, il proprio ecosistema sociale ed educativo, le proprie aziende. Sulle Comuni veniva scaricato a valle il peso del processo di radicale ristrutturazione della Cina.

Ogni Comune avrebbe dovuto possedere, assieme ai campi, delle fornaci e degli altoforni di piccole dimensioni destinate ad essere utilizzate per la lavorazione dell’acciaio. Mao considerava il grano e l’acciaio come i pilastri portanti dell’economia e dichiarò che entro poco più di un decennio anni la Cina avrebbe raggiunto l’Inghilterra nella produzione di acciaio, spinto dalla visione comunitarista di Zeng Xisheng, primo segretario provinciale dell’Anhui, e parallelamente centinaia di milioni di persone furono chiamate a progettare, sviluppare o ristrutturare le infrastrutture idriche e di collegamento per l’irrigazione, il commercio, lo sviluppo della rete idraulica prevista come apparato di sostegno alle nuove forme di organizzazione.

In sostanza l’idea maoista del trionfo della volontà si doveva sostanziare in un grande sforzo di ingegneria sociale per portare a grandi passi la Cina nella modernità attraverso il socialismo. Il piano maoista scontava però alcuni problemi fondamentali:

  • Il rifiuto di qualsiasi logica di scala, premessa di dispersione di risorse e possibilità d’azione.
  • La mancanza di coordinazione tra le Comuni e le autorità centrali e il sostanziale sfruttamento delle prime come strumento di controllo della popolazione.
  • La mancanza di competenze tecniche nella gestione delle grandi opere idrauliche.
  • La sottovalutazione del ruolo culturale del retaggio ancestrale cinese nei rapporti sociali interni al Paese.

Questo sostanzialmente portava le Comuni ad essere di fatto prigioni per uomini liberi controllate dal Partito e dai suoi funzionari, perennemente vagliate dai censori maoisti e a costrette a sopravvivere solo grazie agli sforzi titanici dei lavoratori. Anche la scelta di decentralizzare la produzione siderurgica, mancando ogni ragionamento di politica industriale, deviò risorse e fu disastrosa.

In molti villaggi cinesi, i capi locali della zona furono torturati, umiliati e giustiziati e i leader locali del Pcc guidavano marce punitive, intimidazioni e violenze per portare i contadini a aderire al Grande balzo in avanti e ai suoi obettivi. Lo stesso Liu Shaoqi, il numero due del Partito scrisse parole pesanti sui metodi coercitivi utilizzati: “Quanto ai modi in cui le persone vengono uccise, alcune sono sepolte vive, altre sono giustiziate, altre sono fatte a pezzi, e tra coloro che vengono strangolati o massacrati a morte, alcuni dei corpi sono appesi agli alberi o alle porte”.

Unitamente a ciò, bisogna aggiungere due fattori importanti. In primo luogo Mao volle consolidare il Grande balzo in avanti lanciando la campagna contro i quattro flagelli che a suo avviso infestavano le città: il Pcc diede ordine di fare tutti gli sforzi per contrastare e decimare  i ratti, le mosche, le zanzare e i passeri. Questi ultimi, in particolar modo, erano indicati come il nemico pubblico numero uno, animali parassiti divoratori di raccolti. Per sterminarli, fu mobilitata in massa la popolazione rurale: i contadini davano la caccia ai passeri, li uccidevano in volo o nei rami, ne distruggevano nidi e ripari, ne uccidevano i pulcini.

Troppo tardi, nel 1960, i dirigenti cinesi si resero conto che i passeri non cacciavano solo i frutti dei raccolti dei contadini ma anche e soprattutto diversi insetti e parassiti. La loro eradicazione pressoché totale è ritenuta da diversi studiosi una delle cause del dilagare delle invasioni di cavallette in numero incontrollato.

In secondo luogo, l’invasione delle cavallette andò di pari passo con una serie di disastri naturali che tra il 1959 e il 1961 imperversavano ovunque nel Paese. Nel luglio del 1959, il Fiume Giallo ruppe gli argini nella Cina orientale, uccidendo due milioni di persone, nel Paese altre alluvioni e ondate di siccità aggiunsero caos e disordine e la mala progettazione dei lavori agricoli, delle opere idrauliche, delle Comune stesse amplificò il conto dei danni per la Cina.

A valle di questo caotico processo subentrò una gravissima carestia data dalla complicità tra le utopie del Grande balzo in avanti e le situazioni contingenti sul piano naturale. Fu la carestia massicia che travolse la Cina, data dall’impossibilità di creare un sistema capace di resistere agli shock e dall’utopismo eccessivo, a condannare la rivoluzione maoista.

Lo storico Frank Dikötter, autore de La Grande Carestia di Mao, sosteiene che le conseguenze del Grande balzo in avanti avrebbero ucciso circa 45 milioni di persone. Di queste la stragrande maggioranza sarebbe morta principalmente a mezzo carestia, ma ci sarebbero stati almeno 2,5 milioni di morti tra assassinati, torturati a morte e vittime di stenti nei campi di prigionia. Tale stima è ritenuta la più radicale, ma anche calcoli più prudenti non riducono le stime sotto una cifra compresa tra i 22 milioni di morti (secondo l’ex titolare dell’Istituto nazionale di statistica cinese, Li Chengrui) e i 30 milioni calcolati da Judith Banister, direttrice di Global Demographics presso il Conference Board. Liu Shaoqi, nel parlare del problema del fallito piano nel 1962, sottolineò che formalmente il 30% della carestia doveva essere attribuita ai disastri naturali e il 70% a errori umani di vario genere.

Mao seppe uscire in maniera politicamente ardita dal disastro creato dalle sue politiche ammettendo, anzitempo, la responsabilità politica e puntando a consolidare la sua leadership morale sottolineando che erano stati i sabotaggi, i problemi interni e le condizioni avverse a frenare la marcia del socialismo cinese. Tanto da riproporre, pochi anni dopo, un nuovo piano di trasformazione integrale della società con la Rivoluzione culturale. Un processo accomunato al Grande balzo in avanti dalla negazione totale della volontà umana di fronte a un potere tanto autoritario quanto ottusamente pervasivo. E che provocò nuove devastazioni sociali e umane ritardando la marcia verso lo sviluppo di una Cina che l’avrebbe conosciuta solo a partire dagli Anni Ottanta.