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La Russia e l’eterno ritorno del separatismo

In Russia, dichiarava Vladimir Putin ai membri del Consiglio di Sicurezza della Federazione Russa nel 2019, “il pericolo viene da est“. Da tutto ciò che si trova fisicamente ad est degli Urali, e dunque Siberia ed Estremo Oriente, ma anche da tutto ciò – questo lo aggiungiamo noi – che si trova spiritualmente ad est della Russia europea, come la turco-turanica regione del Volga-Caucaso.

Terrorismi redivivi, separatismi risorgenti, proliferazione di sentimenti antigovernativi, radicalizzazione religiosa e cristallizzazione di zone grigie e buchi neri. Putin aveva posato (nuovamente) gli occhi ad est della Mosca-San Pietroburgo, cuore pulsante dell’economia nazionale e pilastro della Federazione, perché tutto segnalava la comparsa di tornei di ombre coinvolgenti vecchi e nuovi avversari.

Quanto accaduto all’indomani dello scoppio della guerra in Ucraina, scrigno di Pandora della contemporaneità, ha dimostrato la lungimiranza di quell’incontro del Sbrf e dato fondatezza a timori e sospetti di Putin e suoi decisori. Perché il vento del separatismo è tornato a soffiare ad est della Russia europea, dalla Cecenia alla Buriazia, riportando la mente dei più anziani e dei più eruditi ai ruggenti anni Novanta e popolarizzando i dibattiti sullo scenario della coriandolizzazione. Perché il diluvio potrebbe essere alle porte.

La Russia è uno stato-civiltà intrappolato in un loop temporale. Ribelli antisistema che si reincarnano – Sten’ka nel 1670, Emiliano Pugaciòf nel 1773, Lenin nel 1917. Periodi di anarchia che si ripresentano – l’Interregno dei torbidi tra il 1598 e il 1613, il ventennio rosso tra il 1895 e il 1917, l’era eltsiniana tra il 1991 e il 1999. Remake di piccoli e grandi giochi. La Russia è uno stato-civiltà che, a cadenza regolare, lotta contro la maledizione dell’anarchia ciclica.

Non si possono comprendere le ragioni della più grande fobia del Cremlino, la liquefazione, senza raccontare le sue origini. Giacché i separatismi etno-religiosi non minacciano l’integrità e l’unità della Russia dal tardo Novecento, ma da molto prima: dalla fine del Settecento.

Il loop temporale in cui è ingabbiata la Russia è un ventre fertile, sempre gravido, che periodicamente dà i natali a leader carismatici in grado di rendere reale, anche se solo per un momento, l’incubo della disgregazione. La prole irrequieta del ventre fertile, storicamente, è nata e cresciuta nel ventre molle dell’Impero per antonomasia: la regione del Volga-Caucaso.

Capostipite della dinastia interminabile di separatisti fu lo sceicco Mansur, un trascinante imam-guerriero di sangue ceceno che, nel tentativo di resistere ai piani espansionistici di Caterina la Grande nel Caucaso settentrionale, tra la fine del Settento e l’inizio dell’Ottocento diede vita ad una sollevazione collettiva dei popoli delle montagne. Mansur spirò nelle carceri sanpietroburghesi, ma il suo legato sarebbe stato per sempre.

La lotta di Mansur sarebbe stata ripresa da Ghazi Mullah sul finire degli anni Venti dell’Ottocento, con la celeberrima proclamazione di jihād lanciata dalle alture del Daghestan e risuonata in tutto il Caucaso. Mullah fu fermato in Ossezia settentrionale, alle porte di Vladikavkaz, ma i suoi discepoli ne avrebbero portato avanti la guerra santa e la creatura politica, l’Imamato del Caucaso, ancora a lungo.

L’epopea dell’Imamato del Caucaso, fonte di ispirazione dei movimenti separatistici e terroristici regionali nelle decadi a venire, sarebbe terminata soltanto nel 1859, con la resa dell’imam Şamil all’esercito zarista a seguito dell’impossibilità di proseguire oltre i combattimenti. Britannici e turchi non potevano aiutare, Şamil non voleva morire e Alessandro II desiderava porre fine alla guerra con una pace lungimirante.

Lo Zar, convincendo l’imam Şamil e seguaci a deporre le armi, credeva di aver risolto il problema separatismo. Era caduto nell’errore di identificare le grandi insurrezioni dei popoli caucasici con un’espressione artificiale, per quanto potente, del Torneo di ombre con l’Impero britannico. Non era così.

Non sarebbero trascorsi neanche cinque anni dall’apertura di un nuovo fronte, questa volta localizzato molto più ad est: la macroregione Siberia ed Estremo Oriente.

Regione pullulante di patrocinatori di una secessione, o comunque di una più ampia autonomia dal centro, come Grigorij Potanin, Afanasiy Shchapov e Nikolai Yadrintsev. Regione al centro del proselitismo della galassia anarchica, che, partendo da Mikhail Bakunin, sognava di trasformarla in un proprio dominio. Regione permeabile alle interferenze straniere, come suggerito dalla proliferazione di manifesti sugli “Stati Uniti di Siberia” in odore di firma americana.

Se un’insurrezione a carattere secessionistico fosse esplosa al di là degli Urali, complice la distanza geografica da Mosca, reprimerla in tempi brevi e con successo sarebbe stato estremamente arduo. Consapevolezza che spinse lo Zar a giocare di anticipo, mettendo la firma su ordini di detenzione ed esilio.

Durante la Grande guerra, approfittando del caos dilagante e del crescendo di violenza rossa nella Russia europea – fonte principale di distrazione della famiglia reale –, i separatisti sarebbero tornati alla carica sia Siberia, dove nel 1918 fu annunciata la nascita di un governo provvisorio, sia nel Caucaso, dove nel 1917 fu formata la Repubblica dei Montanari e nel 1919 fu proclamato Imamato del Caucaso settentrionale.

Tre esperienze dalla vita breve, nel caso caucasico sponsorizzate dall’asse Berlino-Costantinopoli nel quadro del Jihad turco-tedesco, che i rivoluzionari bolscevichi avrebbero represso e soppresso dopo aver terminato la guerra civile.

L’Idra del separatismo russo è stato storicamente attivo, oltre che tra Caucaso e Siberia, nella repubblica dei tatari, il Tatarstan, uno stato nello stato i cui abitanti non hanno mai negato di considerare la Turchia quale la loro terra ancestrale e il cui collante nazionale è rappresentato dal ricordo della tragica presa di Kazan.

Parlare del separatismo in Russia equivale a raccontare della (longeva) questione tatara, che ha attraversato lo stato-continente a più riprese nel corso dell’Ottocento, secolo della fondazione della Società Turanica (Turan Cämğiäte), e del Novecento, secolo di ambizioni indipendentistiche ricercate sia con mezzi pacifici sia con la violenza.

I tatari sono il principale gruppo etnico di origine turca, e di famiglia turcofona, all’interno della Federazione. Gruppo che ha fatto sentire più volte la propria voce a Mosca. I tatari hanno una repubblica a loro dedicata, il Tatartstan, la cui capitale è Kazan. Durante l’era sovietica, il Tatarstan era un’entità autonoma interna alla repubblica socialista di Russia. Poi, con la fine dell’Unione Sovietica, nel 1991, il suo status è stato incerto per alcuni anni.

Già prima del collasso sovietico, assieme ad altre entità locali sparse nella vacillante Federazione, il Tatarstan aveva dichiarato l’indipendenza. Il 30 agosto 1990, infatti, la repubblica del Tatarstan proclamava la propria separazione da Mosca. Un tentativo infruttuoso, perché non riconosciuto né da Mosca né da altri stati, al quale nel marzo 1992 sarebbe seguito il “referendum sulla sovranità”, vinto il fronte dell’indipendenza con il 62,3% dei voti.

La neonata Federazione, preoccupata da una possibile cecenizzazione del Tatarstan, avrebbe risposto all’esito referendario aprendo un tavolo negoziale per discutere lo status legale della repubblica. Tavolo che nel 1994, dopo un biennio di intense trattative, avrebbe condotto alla firma dell’Accordo sulla delimitazione dei soggetti giurisdizionali e la delegazione mutuale dei poteri tra i corpi statali della Federazione Russa e i corpi statali della Repubblica del Tatarstan. In cambio di ampi poteri e di una larga autonomia, nonché di un trattamento economico privilegiato, i tatari acconsentivano a restare all’interno della Federazione.

Il compromesso del 1994 avrebbe gettato le fondamenta per la trasformazione del rurale e sottosviluppato Tatarstan in una delle centrali elettriche dell’economia nazionale, tra investimenti federali e investimenti dall’estero, ma senza riuscire a sopprimere del tutto i sentimenti separatistici. Che, col tempo, si sono ripresentati.

Tra Mosca e Kazan, dal 1994, è pace fredda. Nella repubblica dei tatari, nonostante gli indipendentisti abbiano abbassato la voce, operano entità influenti che evangelizzano a credi come islamismo, panturchismo e russofobia. Trattasi di entità come il Centro Pubblico Tataro e l’Associazione della gioventù tatara, i cui legami con la Turchia hanno più volte innescato frizioni lungo la Mosca-Kazan-Ankara.

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Vladimir Putin indossa un copricapo tipico tataro nel 2000. Foto: EPA PHOTO ITAR-TASS ANSA-CD.

Se ieri sul nazionalismo tataro soffiava l’Internazionale jihadista, oggi su di esso continuano a soffiare il terrorismo internazionale, da Al Qaeda al Daesh, ma anche i servizi segreti turchi – già coinvolti, durante gli anni Novanta, nella prima guerra cecena.

La Turchia, infatti, a partire dall’alba dell’era erdoganiana, ha iniziato ad investire nella creazione di un grande spazio turcofono, esteso dall’Anatolia alla Siberia, sotto la propria influenza ed egida. Uno spazio comprendente non soltanto stati indipendenti popolati da genti turche, come gli -stan dell’Asia centrale, ma anche regioni interne ad altri paesi, come ad esempio il Tatarstan.

La trasformazione di Kazan in un satellite ruotante attorno all’orbita di Ankara è uno degli spettri più temuti da Mosca. E al Cremlino, negli anni recenti, sono stati dati più motivi per temere tale scenario. Il lobbismo del Centro Pubblico Tataro per marginalizzare la lingua russa nella vita pubblica del Tatarstan, nonché per avviare la decirillizzazione del tataro – a favore della sua latinizzazione.

La trasformazione della commemorazione annuale della presa di Kazan in un appuntamento monopolizzato da forze in odore di separatismo, come il Centro Pubblico Tataro, o di terrorismo, come Hizb al-Tahrir. E i numeri sulla radicalizzazione religiosa delle nuove generazioni – centinaia i reclutati dalle sigle islamiste e jihadiste per compiere atti terroristici in patria o per combattere all’estero.

Se Hizb al-Tahrir risulta già nell’elenco delle organizzazioni terroristiche perseguite dalla Russia, il Centro Pubblico Tataro non lo è. Ma la sua agenda e i suoi legami con l’estero hanno spinto il Cremlino a ponderarne l’inserimento nel suddetto. A complicare la situazione tatara, per di più, dal 2014 si è aggiunto il “fattore Crimea”, data la presenza nella penisola di una comunità tatara storicamente ostile a Mosca e vicina ad Ankara.

Quando si pensa al separatismo nel Caucaso, forse per via della storia recente, il pensiero va subito alla Cecenia. Perché la storia recente, del resto, parla di una repubblica federata che nei venti anni successivi alla dissoluzione sovietica è stata teatro di due guerre per l’indipendenza: la prima tra il 1994 e il 1996, la seconda dal 1999 al 2009.

Il separatismo ceceno preoccupa Mosca molto più di quello tataro, avendo origini più remote – lo sceicco Mansur – e avendo causato lo spargimento di molto più sangue – non soltanto le due guerre cecene, ma anche il terrorismo ceceno.

Inoltre, nel Caucaso, la demarcazione tra separatismo etno-nazionalistico ed estremismo islamico è molto meno marcata che altrove. Lo dicono i numeri: la Cecenia, dagli anni Novanta in poi, ha sfornato migliaia di combattenti islamisti, partorito due entità statuali sul modello talebano – Ichkeria ed Emirato del Caucaso – e dato luce a vari gruppi affiliatisi prima ad Al Qaeda e poi al Daesh.

Si calcola, inoltre, che l’8% di tutti i terroristi catturati o uccisi tra Siria e Iraq negli anni della guerra allo Stato Islamico, avesse avuto passaporto russo – ma origini, rispettivamente, cecene, ingusce e daghestane. L’intervento a favore di Damasco nella guerra civile siriana, iniziato nel 2015, fu anche un modo per il Cremlino di chiudere i conti con diversi terroristi ceceni e caucasici giunti in Medio Oriente dalle proprie terre di origine.

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Un bambino ceceno sventola la bandiera della Cecenia di fronte ad un gruppo di guerriglieri separatisti nel 1996. Foto: Ansa.

Il pericolo islamista derivante dal separatismo ceceno, però, non è stato ancora del tutto domato. Tra le montagne cecene, che sono difficili da controllare sia dai kadyroviti sia dalle forze armate russe, continuano a nascondersi centinaia di reduci delle due guerre cecene, che da lì pianificano la terza guerra. L’incubo del Cremlino.

C’è poi un altro tipo di separatismo ceceno, che, apparentemente, è sganciato dall’islamismo e dal jihadismo. Si tratta di gruppi, formati anche dalla diaspora cecena in Europa, che provano ad accreditarsi presso l’opinione pubblica internazionale come “separatisti laici” o, comunque, estranei all’Islam radicale. Alcuni di loro sono presenti in Ucraina, dove combattono al fianco delle forze governative sin dal 2014, ma il sospetto che non abbiano mai troncato del tutto i legami con l’Internazionale jihadista è forte.

Il separatismo ceceno, in estrema sintesi, è vivo e vegeto. Mai domato, ma entrato in stand-by a causa del pugno duro della dinastia Kadyrov e di altri eventi, è in attesa del momento ideale per riemergere dall’ombra. E la guerra in Ucraina, un giorno, potrebbe essere ricordata come lo scrigno di Pandora che ha liberato nuovamente questo male all’interno della Federazione russa.

Ad est, al di là degli Urali, è dove giace la periferia dell’Impero russo. Una periferia che non è solo geografica, ma anche economica, sociale e financo metafisica.

L’oriente russo costituisce la parte più povera, sottoinfrastrutturizzata e sottosviluppata della Federazione, una circostanza che nel corso del Duemila, a partire dagli anni Dieci, ha favorito il ritorno in auge dell’antico regionalismo e dei suoi figli, come l’autonomismo, da Tomsk a Vladivostok.

L’oriente russo è una macroregione di circa tredici milioni di chilometri quadrati che, spesso e semplicisticamente, viene identificata con la Siberia. Qui, nel 1918, sullo sfondo della guerra civile scoppiata nel dopo-Rivoluzione di ottobre, fu proclamata una repubblica indipendente. Ebbe vita breve, perché durò poche settimane, ma ad Omsk, una delle principali città dell’area, non hanno mai dimenticato di essere stati, seppur per poco tempo, la capitale di un paese indipendente. Indipendente dalla Russia.

Le rivendicazioni economiche e culturali degli abitanti di questa macroscopica parte della Federazione, le cui origini affondano nel tardo Ottocento, sono periodicamente sfociate in velleità separatistiche. Fattore contribuente alla sopravvivenza del regionalismo siberiano nel tempo è stato ed è il particolarismo che permea la regione. L’oriente russo, infatti, presenta un mosaico etno-religioso molto variegato, sul quale si staglia l’ombra del panturchismo, e che non è facile da tenere unito.

Nel corso del 2022, con l’incedere della guerra in Ucraina, che ha visto il coinvolgimento di migliaia di soldati russi arruolati nelle regioni siberiane, il regionalismo siberiano è tornato alla ribalta.

Sono stati costituiti dei movimenti di resistenza al reclutamento, ma anche dei partiti e dei gruppi che, accusando il Cremlino di “pulizia etnica“, hanno iniziato a evangelizzare le popolazioni locali ai valori del particolarismo etnico e dell’autodeterminazione. Una risposta potente all’agenda di nazionalizzazione omologante delle masse di Mosca, riecheggiata nel globo grazie ai megafoni offerti dall’Occidente – come il Forum delle Nazioni Libere di Russia –, che ha fatto presa dalla Buriazia alla Jacuzia.

In Siberia, come nel Caucaso, in breve, la guerra in Ucraina potrebbe essere ricordata dalla posterità come l’evento che ha riacceso sempreverdi sentimenti russofobici e aspirazioni di autodeterminazione nelle periferie geografiche e metafisiche della Russia. L’evento che ha risvegliato dal sonno il Moloch più temuto da Mosca: il separatismo.