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La Mano Nera, il grande enigma del Novecento

È universalmente ed esclusivamente nota per aver trascinato l’umanità nella Prima guerra mondiale. È associata e sempre lo sarà alla figura di Gavrilo Princip, colui che assassinò l’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria-Este il 28 giugno 1914. È un’organizzazione terroristica nata e morta nel mistero e della quale, a più di un secolo di distanza, continua a sapersi poco perché eternamente adombrata dalla tragedia dalla Grande Guerra. È, o meglio era, la Mano Nera, uno dei più grandi arcani del Novecento.

La storia dell’organizzazione terroristica Unificazione o Morte (Уједињење или смрт), popolarmente nota come la Mano Nera (Црна рука), ha inizio nel 1901, quando il capitano Dragutin Dimitrijevic ed un manipolo di fedelissimi dalle aspirazioni golpistiche cominciano a pianificare l’assassinio di re Alessandro e della regina Draga.

I putschisti non avevano un nome. Anelavano soltanto all’eliminazione dello scomodo re, appartenente alla dinastia filo-occidentale degli Obrenovic, e alla sua sostituzione con un tradizionalista, cioè un panserbo e filoslavo: un Karadordevic. Il piano omicida sarebbe stato esperito tra la sera del 28 e la notte del 29 maggio 1903, conducendo all’esito sperato: cambio di regime.

Vestiti in abiti scuri, agenti nel buio e protetti dal manto dell’ignoto, i golpisti sarebbero stato ribattezzati dai loro contemporanei la Mano Nera. Un nome che, da allora in avanti, stampa e letteratura avrebbero utilizzato per riferirsi a qualsiasi gruppo operante di nascosto e per scopi sovversivi.

La Mano Nera più celebre, quella alla quale si deve lo scoppio della Grande Guerra a causa dell’attentato di Sarajevo, non sarebbe nata prima del 1911. Sorta in reazione alla crisi bosniaca – l’incorporamento della Bosnia ed Erzegovina all’Austria –, Unificazione o Morte fu l’ultima arrivata nel panorama di sciovinismo panslavistico dei Balcani occidentali dell’anteguerra. Perché a farle compagnia, precedendola di alcuni anni, si trovavano due organizzazioni affini per natura e obiettivi: Difesa Nazionale (Narodna Odbrana) e Giovane Bosnia (Mlada Bosna).

Fondata da tre serbi – Ljuba Čupa, Bogdan Radenković e Vojislav Tankosić –, la Mano Nera fu costituita ufficialmente nel maggio 1911 e strutturata avendo come modello di riferimento la società segreta rivoluzionaria per antonomasia: la Carboneria. Sebbene il trio l’avesse battezzata Unificazione o Morte, gli inquirenti e i politici l’avrebbero sempre chiamata Mano Nera.

Unificazione o Morte aveva due obiettivi: la fine dell’egemonia politica della dinastia Asburgo nei Balcani occidentali, lo spazio biogeografico e geopolitico degli slavi meridionali, e l’unificazione dei territori serbi.

L’organizzazione, complice la poderosa macchina propagandistica e di proselitismo messa in piedi da Čupa attraverso il giornale Pijemont – dedicato al Piemonte, quartier generale della casa Savoia e centrale elettrica del movimento antiaustriaco nell’Europa meridionale –, sarebbe riuscita in tempi brevi a reclutare militanti di ogni credo – dai repubblicani ai monarchici e dagli ortodossi ai laici –, ricercando la comunanza di visione soltanto su due temi: la lotta agli Asburgo e la creazione della Grande Serbia.

Disinteressati a competere con le altre realtà dell’universo panslavistico e patriottico dell’area serbo-bosniaca, in quanto esclusivamente guidati da un anelito antiasburgico, i militanti di Unificazione o Morte non avrebbero tardato a stabilire un rapporto di collaborazione con i propri fratelli naturali e maggiori, Difesa Nazionale e Giovane Bosnia, fondendosi, ad un certo punto, con essi.

Entro il 1914, all’alba della Grande Guerra, Unificazione o Morte avrebbe conquistato il supporto della famiglia regnante, ottenendo denaro dal principe ereditario Alessandro, e vantato un piccolo dispositivo militare, in larga parte composto da guerriglieri e in minor parte da ufficiali dell’esercito serbo – tra i quali il celeberrimo Dimitrijevic, il grande burattinaio (o il grande esecutore?) del panorama nazionale sin da inizio secolo.

Ad un certo punto, nel corso del 1914, Giovane Bosnia e Unificazione o Morte si sarebbero fuse, sebbene informalmente, dando vita ad un’unica entità. Capire chi fosse il mandante di un sabotaggio o di un attacco, se Giovane Bosnia o se Unificazione o Morte, era diventato praticamente impossibile: i primi operavano per i secondi, e viceversa. Quel (poco) che è noto è che fu Dimitrijevic, e dunque Unificazione o Morte, ad emettere una sentenza di morte sull’inconsapevole arciduca Francesco Ferdinando.

Unificazione o Morte, uccidendo l’arciduca Francesco Ferdinando, avrebbe voluto scatenare una guerra tra serbi e austriaci nella speranza-aspettativa che i russi avrebbero soccorso i primi, segnando la fine del dominio asburgico e l’inizio di una nuova era. Il piano di Dimitrijevic piacque alla Giovane Bosnia, che aiutò il re dei cambi di regime a mettere in piedi una squadra di attentatori, reclutando anche colui che avrebbe premuto il grilletto: Gavrilo Princip.

Nessuno, tantomeno il freddo calcolatore Dimitrijevic, si sarebbe mai aspettato che l’attentato di Sarajevo potesse dare il via ad un ciclo escalatorio dalle implicazioni internazionali, trascinando l’umanità nel dramma della Prima guerra mondiale. Un dramma imprevisto, cataclismico, provocato dallo sciovinismo carismatico di Dimitrijevic, dall’acquiescenza della Giovane Bosnia e dall’ingenuità criminale di Princip. Un dramma che avrebbe spinto Unificazione o Morte ad autocondannarsi all’oblìo nel timore di rappresaglie. Ma anche un dramma che, nonostante tutto, avrebbe premiato il disegno della Mano Nera: Impero austriaco trasformato in un ricordo, popoli slavi posti sotto un’unica bandiera.

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