La diplomazia globale della Prima Repubblica

Solo negli ultimi decenni il concetto di globalizzazione è stato pienamente sdoganato nel contesto dell’analisi politologica e strategica, ma di fatto lungo l’intero arco del periodo post Seconda guerra mondiale l’interconnessione tra scenari di diverse aree geografiche è andata rafforzandosi. Fino all’ascesa della globalizzazione commerciale prima e delle nuove tecnologie digitali poi questa percezione è stata però ridotta. L’Italia della Prima Repubblica è stata, in tal senso, un esempio in controtendenza: dopo che Alcide De Gasperi e i suoi governi ebbero plasmato le linee guida del collocamento di Roma nel campo euroatlantico i governi a guida democristiana alternatisi nel primo trentennio dell’era repubblicana hanno promosso, complice il ruolo di apparati lungimiranti, una diplomazia originale in grado di capire anzitempo il valore strategico di scenari lontani dai confini nazionali e di teatri destinati ad essere via via sempre più rilevanti.

Amintore Fanfani, segretario della Dc e presidente del Consiglio tra gli Anni Cinquanta e Sessanta, strutturò con la definizione di “neoatlantismo” la dottrina strategica che vedeva l’Italia prendere l’iniziativa in direzione del Mediterraneo e del mondo arabo ed africano pur restando ben incardinata nelle alleanze sorte dal conflitto.

L’Italia volle essere il Paese della distensione, del dialogo e del confronto tra mondi politici diversi, un attore del campo occidentale capace di fare della diplomazia economica e dell’azione geopolitica in campo energetico inaugurata dall’Eni di Enrico Mattei una punta di lancia per il rafforzamento dell’interesse nazionale.

Sulle rotte del Mediterraneo Roma seppe costruire le basi d’appoggio per guardare oltre. Aldo Moro, fine conoscitore degli scenari mediorientali, seppe costruire un sagace equilibrio tra israeliani e palestinesi ponendo Roma come centro d’intermediazione e relativamente al sicuro dall’escalation dello scontro che dilaniava il Medio Oriente. Mattei costruì basi d’appoggio per la politica nazionale in Iraq, Egitto, Iran che da presidente del Consiglio e ministro degli Esteri un politico come Giulio Andreotti rafforzò. Meno nota, ma inesorabile fu la penetrazione italiana in Africa, ove col soft power economico e una spesso genuina adesione ai principi di autonomia dei popoli postcoloniali Roma seppe sovrapporsi, o spesso sostituirsi, alle storiche potenze coloniali. Il ruolo di Mediobanca come acceleratore del credito allo sviluppo del continente nero e del commercio italiano andò di pari passo con un ruolo da protagonista del Paese nella costruzione delle grandi infrastrutture che i governi locali cercavano per rafforzare la connessione interna (ponti, autostrade, ferrovie, dighe) e che videro spesso impegnate aziende del Belpaese.

La figura emblematica della vocazione mondiale della diplomazia della Prima Repubblica, in ogni caso, non fu né un presidente del Consiglio né un ministro, ma bensì Giorgio La Pira, il lungimirante sindaco di Firenze, esponente della sinistra democristiana, tra gli autori del Codice di Camaldoli alla base del compromesso sociale, keynesiano e inclusivo che permise la scrittura della Costituzione repubblicana.

Cattolico devoto, La Pira immaginava una diplomazia di città e nazioni volta a creare un dialogo comune tra popoli e governi oltre le logiche della Guerra Fredda. Uomo al tempo stesso capace di visioni profondamente ideali e di grandi slanci pragmatici, La Pira unì un obiettivo culturale ad uno politico. Organizzando a Firenze i “Dialoghi mediterranei” con gli esponenti del mondo arabo ed ebraico e delle grandi religioni monoteistiche seppe rafforzare il ruolo dell’Italia come ponte negoziale tra le varie aree del “Grande Mare”; recandosi in Unione Sovietica aprì la strada alla costruzione di un modus vivendi tra Roma e Mosca che grandi aziende come Eni e Fiat avrebbero sostanziato in lucrosi accordi economici; nel 1955, la Firenze amministrata dal democristiano La Pira fu la prima città italiana a invitare il sindaco di Pechino a intervenire in un dibattito pubblico.

Prima del riconoscimento da parte di Roma della Repubblica Popolare Cinese come legittima rappresentante della nazione cinese nel 1970, La Pira contribuì assieme al leader socialista Pietro Nenni a tenere aperto con Pechino un dialogo secondo per intensità solo a quello condotto dalla Francia del Generale de Gaulle. La visione cristianamente ispirata della sua azione politica ecumenica permette di capire, al tempo stesso, quanto fondamentale sia stato l’impatto sul Paese di una Santa Sede divenuto attore protagonista sul proscenio mondiale.

Roma nell’era della Prima Repubblica fu una e duale al contempo. Italia e Vaticano seppero sfruttare i reciproci contatti aprendo a un’azione corale in diversi contesti. Da Giovanni XXIII in avanti, il Vaticano seppe essere un attore globale sempre più attivo e sfruttando le nunziature e i punti d’appoggio della Chiesa cattolica nel mondo aprì un dialogo oltre i blocchi, diretto sia ai Paesi sviluppati che a quelli del “Terzo Mondo”. Per fare alcuni esempi di questo interscambio, il governo italiano seppe essere un braccio operativo importante per la Chiesa per monitorare la situazione dei cristiani nel blocco socialista, il Vaticano aiutò l’Italia nella mediazione per la pacificazione del Mozambico dilaniato dalla guerra civile a partire dagli Anni Settanta.

Nel già citato teatro africano la presenza di organismi cattolici italiani impegnati nella cooperazione allo sviluppo (Cuamm, Comunità di Sant’Egidio e via dicendo) ha rappresentato un pivot fondamentale per Roma; al contempo, il Vaticano seppe costruire nella politica romana un rapporto preferenziale con Giulio Andreotti, tanto eminente esponente democristiano quanto vero e proprio cardinale “laico” di Roma, come dimostrato dall’impegno per supportare la Ostpolitik del cardinale Agostino Casaroli, il riavvicinamento tra Usa e Santa Sede mediato da monsignor Pio Laghi e una divulgazione di una visione complessiva del contesto internazionale letta alla luce di un paradigma cattolico con l’attività della rivista Trenta Giorni.

La vivace politica estera italiana nell’era della Prima Repubblica è la più importante dimostrazione dell’originalità della visione di una classe dirigente che seppe dare una rotta al Paese. Anticipando i grandi trend che avrebbero guidato il mondo globalizzato, mostrando l’importanza del pensiero complesso nelle relazioni internazionale, sfruttando al massimo i margini di autonomia di cui una media potenza sconfitta nella guerra come Roma poteva beneficiare: una lezione di lungimiranza e praticità per tutti i successori alla guida di un Paese che, nei decenni più recenti, ha preferito la marginalità.