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La crisi di Suez del 1956: il canto del cigno degli imperi europei

Nelle settimane dell’autunno 1956 in cui, in Europa, i carri armati sovietici reprimevano la rivoluzione ungherese un altro evento cruciale per la geopolitica globale e la storia del mondo post-bellico andava in scena: la crisi di Suez. Il canale collegante il Mar Mediterraneo e il Mar Rosso fu epicentro di una breve ma intensa guerra che vide lo Stato di Israele alleato del Regno Unito e della Francia contro l’Egitto governato dal colonnello Nasser, che ne aveva annunciato la nazionalizzazione. L’ostilità di sovietici e statunitensi alle mosse delle potenze occidentali pose di fatto fine sia alla crisi che all’illusione delle due antiche potenze imperiali in graduale declino di poter incidere definitivamente e autonomamente nel mondo postbellico. Sigillando la lunga transizione seguita alla fine del secondo conflitto mondiale nella definitiva consacrazione dell’ordine bipolare.

I fatti del 1956 si concentrarono in poche settimane a cavallo tra la fine di ottobre e l’inizio di novembre. A animare lo scenario del Mediterraneo e del Medio Oriente, la volontà autonomista e indipendentista del regime dei colonnelli egiziani, che nel 1952 aveva spodestato la monarchia filobritannica di Re Farooq.

Nazionalista e panarabista, Gamal Abdel Nasser aveva ben presto preso le redini del nuovo regime e portava avanti una retorica fortemente incendiaria nei confronti della vicina Israele, movimentando al contempo un ampio consenso popolare in nome dell’unione anti-coloniale dei popoli arabi. Sul fronte economico, perorava un bilanciamento tra potenze occidentali e blocco socialista, siglò accordi di fornitura petroliferi con attori come l’Eni di Enrico Mattei, desiderosi di rompere il monopolio dei grandi gruppi anglo-sassoni, e mise gli occhi sul regime di concessione del Canale di Suez, gestito fin dall’inaugurazione (1869) da un gruppo misto franco-britannico.

Salito al potere, Nasser aveva disconosciuto il trattato firmato dalla monarchia con cui l’Egitto, formalmente indipendente dal 1922 ma sostanzialmente protettorato di Londra, nel 1936 aveva garantito al Regno Unito il controllo strategico sul Canale. Anche dopo la perdita del controllo sulla “perla” del suo Impero, l’India, Londra aveva profondi interessi a garantire il controllo dei flussi attraverso la via d’acqua aperta nel secolo precedente. Per il Canale di Suez passavano ancora poche merci rispetto alla ben più affollata tratta transatlantica, ma erano decisive le rotte comemrciali che garantivano a Londra le importazioni di petrolio a basso prezzo pagate in sterline, il che consentiva al Regno Unito di non utilizzare le scarse riserve in dollari con cui faceva fronte all’ingente debito accumulato con gli Stati Uniti fin dalla Seconda Guerra mondiale.

Nasser, desideroso di apparire come un punto di riferimento nel mondo arabo e non allineato, fu tra i protagonisti dell’invito alla campagna globale di decolonizzazione della Conferenza di Bandung, si inimicò la Gran Bretagna denunciandone gli appetiti postcoloniali, si posizionò in una linea anti-francese con il sostegno agli indipendentisti algerini e, nel frattempo, cercava con una politica che, tra sfruttamento delle classi medie e lavoratrici e islamizzazione dal basso, promossa dalla Fratellanza musulmana, cercasse di conciliare il potere delle élite militari coercitive, disposte a tutto per difendere i loro interessi corporativi, con un primo accenno di sviluppo generale che consolidasse il suo regime. Le grandi operazioni infrastrutturali furono viste, in quest’ottica, come un metodo ideale per creare agilmente lavoro e crescita: ma quando Nasser ruppe con gli Stati Uniti, che allarmati dagli acquisti di armi da Paesi del blocco sovietico interruppero le trattative per il finanziamento della strategica  diga di Assuan, in risposta il rais del Cairo nazionalizzò la società che controllava il canale di Suez. Colpendo direttamente gli interessi di Parigi e lONDRA.

Il 26 luglio del 1956 Nasser annunciò il clamoroso strappo. L’amministrazione di Washington, guidata da Dwight Eisenhower, andò su tutte le furie temendo che l’Egitto si rivelasse un proxy dell’Unione Sovietica, ma non andò oltre una denuncia formale al contrario di Francia e Regno Unito. Eisenhower era impegnato in una complessa campagna per la rielezione in vista delle imminenti elezioni e, a tre anni dalla fine della guerra di Corea, temeva di bruciarsi portando il Paese in una nuova, complessa, avventura bellica.

Anthony Eden, premier britannico, e Guy Mollet, suo omologo francese, avevano invece idee ben diverse. Eden mirava a conquistarsi un’autonomia da leader politico di primaria grandezza emancipandosi dall’ingombrante nomea di delfino di Winston Churchill. Il governo francese, ancora scottato dalla cocente delusione della guerra d’Indocina, messo sotto pressione dai movimenti indipendentisti nell’Algeria annessa al territorio metropolitano e in crisi politico-economica mirava a un atto di grande potenza per riscattarsi.

Come alleato regionale per un’azione miltiare volta a invertire la decisione di Nasser, Londra e Parigi agirono all’insaputa di Washington arruolando al loro fianco Israele, desiderosa di consolidarsi dopo la vittoria nella guerra di indipendenza del 1948. Negli anni precedenti Egitto aveva chiuso il golfo di Aqaba, tagliando a Israele un’importante via di comunicazione, ed era accusata da Tel Aviv di porre sotto protezione i guerriglieri palestinesi che lanciavano azioni sul territorio dello Stato ebraico, a cui Tsahal, l’esercito israeliano, rispondeva attaccando la Striscia di Gaza e il Sinai. Il raid di Gaza del 28 febbraio 1955, nel quale forze di difesa israeliane uccisero quaranta soldati egiziani, fu il punto di svolta nelle relazioni tra Egitto e Israele. A seguito di questo incidente l’Egitto incominciò a sponsorizzare incursioni ufficiali di fedayn e commando in Israele, in un circolo di violenze reciproche che si alimentò fino all’intervento franco-britannico.

Nella giornata del 22 ottobre 1956 una delegazione israeliana guidata dal premier israeliano e “padre della patria”, David Ben Gurion, dal ministro della Difesa Shimon Peres e dal Capo di Stato maggiore Moshe Dayan incontrò segretamente a Sèvres, in Francia, il ministro della Difesa francese Maurice Bourgès-Maunoury, il collega agli Esteri Christian Pineau, il capo di Stato maggiore francese Maurice Challe e il ministro degli Esteri britannico Selwyn Lloyd e il suo assistente, Sir Patrick Dean. I tre Paesi formalizzarono un protocollo di attacco che prevedeva l’invasione israeliana del Sinai, l’occupazione da parte delle forze armate dello Stato ebraico della penisola e l’intervento sul Canale di paracadutisti francesi e britannici, formalmente chiamati a separare i due contendenti ma di fatto decisi a annullare sul campo la decisione di Nasser.

II piano scattò il 29 ottobre, con l’inizio dell’offensiva israeliana che, travolgendo le difese egiziane, in pochi giorni spazzò via le forze di Nasser dal Sinai. I paracadutisti francesi e britannici nei giorni successivi si calarono su Suez. La crisi era al suo acme.

Formalmente, come detto, Londra e Parigi intervennero invocando il ruolo di pacieri. In realtà, lo sbarco navale ed aereo a Suez fu una vera operazione ostile, tanto da essere supportato da attacchi aerei contro i campi di volo siriani e da una serie di operazioni navali di sbarramento e sostegno che contribuirono alla semidistruzione dell’abitato di Port Said.

L’operazione fu un completo successo sul piano miltiare ma un totale fallimento su quello politico. Israele, Regno Unito e Francia non riuscirono a consolidare su questo fronte il fatto compiuto creatosi sul campo.  A risultare decisiva fu la pressione congiunta degli Stati Uniti, timorosi di trovarsi nella spinosa situazione della potenza intenta a criticare l’intervento militare sovietico senza esporsi al contempo a proposito delle azioni belliche dei propri due principali alleati europei e dell’Urss di Nikita Kruschev. Dopo l’attacco dei tre Paesi all’alleato egiziano, Mosca aveva minacciato di intervenire a fianco del Cairo e di sferrare contro le potenze europee una serie di attacchi con “tutti i tipi di moderne armi di distruzione”. Azioni che secondo alcuni storici avrebbero potuto comportare anche l’uso di ordigni nucleari contro Londra e Parigi.

Il 7 novembre, dunque, Usa e Urss imposero il cessate il fuoco. Washington, come extrema ratio, arrivò a dissuadere Londra dal proseguire minacciando una vera e propria guerra economica con la vendita allo scoperto della sterlina. Eisenhower, rieletto nel frattempo presidente, invocava inoltre il fatto che l’operazione di Suez andava in palese contraddizione con il trattato tripartito siglato nel 1950 tra Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti che impegnava i firmatari a intervenire contro lo Stato aggressore in qualunque guerra arabo-israeliana.

Lo schiaffo per Londra e Parigi fu durissimo. Per il Regno Unito la crisi comportò, a inizio 1957, la caduta del governo Eden e il ritiro dell’ex Ministro degli Esteri di Churchill dalla vita politica dopo il fallimento della prova di maturità da leader, ma soprattutto segnò uno shock psicologico durissimo. Eccezion fatta per il caso a sé della guerra delle Falkland, infatti, da allora in avanti Londra avrebbe dovuto accettare il ruolo di potenza di secondo livello su scala globale. Il successivo ritiro a ovest di Suez, invertito solo dopo la Brexit, e l’abbandono di diverse basi (da Aden a Singapore) avrebbe accelerato un riflusso che conobbe il suo momento di partenza proprio nei giorni di fine ottobre del 1956. Per il Regno Unito iniziò una fase di sostanziale appiattimento geopolitico sugli Stati Uniti che sarebbe continuata anche ai giorni nostri, ivi comprese le fasi successive al referendum sulla Brexit del 2016.

Per la Francia, invece, si accelerò l’irreversibile crisi della Quarta Repubblica e, con essa, la corsa al disfacimento dell’Impero. Charles de Gaulle, salito al potere nel 1958, avrebbe guidato la transizione verso la Quinta Repubblica accettando con realismo che la Francia poteva giocare un ruolo autonomista e strategico, ma avrebbe dovuto recedere i rami secchi del colonialismo vecchio stampo, garantendo l’indipendenza alle colonie e puntando piuttosto su forme asimmetriche (economico-valutarie ad esempio) di controllo.

Per entrambe le potenze il momento fu cruciale e decisivo. Dieci anni dopo la seconda guerra mondiale finiva forse definitivamente l’era del colonialismo alla Europea, dell’interventismo politico delle cancellerie del Vecchio Continente. Cadeva definitivamente nel dimenticatoio ogni velleità che ipotizzava potenze veterocontinentali capaci di determinare da sé il destino del mondo. In questo ha ragione Manlio Graziano laddove ne L’isola al centro del mondo scrive che, di fatto, la grande perdente della Guerra Fredda fu l’Europa. Divisa, ridimensionata e trasformata in campo di battaglia tra due imperi. In un contesto di marginalizzazione che dura tutt’ora. E che divenne palese nei caldi giorni di Suez.