La geopolitica della corsa allo spazio
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Karl Haushofer, il geopolitico che plasmò il nazismo

Bistrattata da taluni, incompresa da qualcuno e sopravvalutata da altri, la geopolitica è la disciplina che indaga le relazioni intercorrenti tra la geografia e l’azione umana. Ieri in stato di disuso, mentre oggi in misuso semi-permanente, la geopolitica è sempre stata quando fraintesa e quando abusata.

Coloro che han saputo servirsi di questa disciplina più egregiamente sono stati i britannici e i loro eredi, cioè gli statunitensi, che hanno basato il loro potere, la costruzione delle loro egemonie, sulla conoscenza approfondita della geografia. E se britannici e statunitensi hanno potuto dominare il mondo, prendendo il controllo di luoghi all’apparenza irrilevanti e conducendo politiche a prima vista insensate, ciò è accaduto perché hanno dato i natali e/o hanno adottato alcuni dei migliori geopolitici e strateghi che siano mai esistiti, come Alfred Mahan, Edmund Walsh, Halford Mackinder, Henry KissingerZbigniew Brzezinski.

Chi era Albert Speer, l’architetto di HitlerLa geopolitica è sempre stata affare delle grandi potenze, di regni ed imperi, e se oggi è ambito quasi esclusivo di una cerchia ristretta di attori, in primis Stati Uniti, Federazione russa, Repubblica Popolare Cinese e Turchia, ieri fu (soprattutto) l’oggetto di studio degli europei continentali, in particolare dei tedeschi. E se si scrive di geopolitica tedesca, che ancora oggi è molto meno conosciuta rispetto a quella angloamericana, non si può fare a meno di citare Karl Haushofer.

Karl Ernst Haushofer nacque a Monaco di Baviera il 27 agosto 1869. Appartenente ad una famiglia di letterati, artisti e politici, Haushofer crebbe nell’agio e fu allevato in un ambiente aristocratico. Al termine della leva, svolta presso il reggimento di artiglieria, rimase negli ambienti militari grazie ad una cattedra di insegnamento all’Accademia della guerra bavarese.

Nel 1903, anno dell’ingresso all’Accademia della guerra bavarese, nacque il suo primo figlio dal matrimonio con l’ebrea tedesca Martha Mayer-Doss: Albrecht. Scrivere di Albrecht è importante. Una volta adulto, difatti, avrebbe seguito le orme le padre diventando un geopolitico a sua volta.

Nel 1908 sarebbe partito alla volta dell’Asia agli ordini del Kaiser, Guglielmo II, allo scopo di studiare da vicino la potenza emergente del continente: il Giappone. A Tokyo, dove alternò lo studio dell’Esercito imperiale e l’erogazione di consulenze in artiglieria, riuscì persino ad incontrare l’imperatore Meiji. Dopo aver visitato la Corea e la Manciuria, all’epoca occupate dai giapponesi, fece ritorno in patria in transiberiana.

Colpito dai progressi fatti dal Giappone durante l’era Meiji, nonché dalla cultura e della civiltà nipponica, Haushofer avrebbe dedicato l’anteguerra alla popolarizzazione degli studi sull’Estremo Oriente in patria, diventandone il capofila. Temporaneamente costretto dallo scoppio della Grande guerra a mettere da parte i libri e l’insegnamento, in quanto chiamato a servire l’esercito tedesco nel fronte occidentale, Haushofer avrebbe ripreso in mano la carriera accademica nel dopoguerra. E sarebbe diventato, incidentalmente, il «geopolitico del nazismo».


Definire Haushofer un nazista è semplicistico, oltre che sbagliato: era un figlio legittimo del suo tempo, che era stato testimone, come ognuno dei suoi contemporanei, della rovinosa disfatta della Germania guglielmina e della sua successiva riduzione in frammenti.

Vero è che le teorie geopolitiche di Haushofer ebbero un impatto dirompente sulla formazione e sulla formulazione dell’agenda estera del Partito nazista, ma lo è altrettanto che prese in moglie una donna ebrea e che crebbe il frutto del loro matrimonio nella fede ebraica – difendendo tali scelte apertamente.

Haushofer era un appartenente alla scuola spengleriana, cioè un declinista, che si era formato sui testi dei padri fondatori della geopolitica e della geostrategia: Alexander von Humboldt, Halford Mackinder, Friedrich Ratzel, Rudolf Kjellen e Karl Ritter.

Il geopolitico, in breve, era dell’idea che la Germania avesse perduto la guerra (anche) a causa della scarsa conoscenza della geografia e che il tracollo post-imperiale avrebbe potuto essere rallentato, e magari fermato, se si fosse dotata la classe dirigente weimariana di una coscienza storico-geografica.

Dalla cattedra di geografia politica della prestigiosa Università di Monaco, nel primo dopoguerra divenuta il punto di riferimento di un mondo accademico in frantumi e spaesato, Haushofer avrebbe spiegato ad una platea variegata di ascoltatori – studenti, politici e attivisti, come un giovane Rudolf Hess – i cinque fondamenti teorici della geopolitica della rinascita:

  • Lo Stato da intendere come entità organica, cioè dotata di vita propria e dunque esposta al rischio di morire;
  • L’importanza di assicurare allo Stato, in quanto entità organica e bisognosa di ossigeno, uno spazio vitale (lebensraum) di adeguate dimensioni;
  • L’imperativo di riconoscere la perniciosità dell’interdipendenza economica, poiché utilizzabile come un’arma da parte altrui in ogni momento, con conseguente riscoperta e rivalorizzazione del sistema autarchico;
  • La consapevolezza che ogni potenza, oltre ad un lebensraum, abbisogna di panregioni (Panideen), cioè di sfere di influenza, da satellizzare per scopi demografici, economici e securitari;
  • La lettura della storia come uno scontro eterno tra Terra e Mare, ovverosia tra potenze tellurocratiche alla ricerca di sbocchi in mari e oceani e di talassocrazie impegnate nell’ingabbiamento delle prime in una condizione terrestre.

Nella curiosa concezione geopolitica di Haushofer, frutto della fusione, dell’ampliamento e dell’approfondimento del pensiero di Mackinder, Mahan e Ratzel, la storia sembra insegnare che i confini degli Stati siano fluidi, ovvero variabili sulla base della contingenza storica e degli interessi biogeografici, e che sia legittimo e possibile costruire uno spazio vitale a spese altrui.

Haushofer, che era un grande studioso della storia degli Stati Uniti e dell’Impero britannico, credeva che la dottrina Monroe dei primi e il Commonwealth del secondo validassero l’ipotesi sulla divisione del mondo in panregioni e sul bisogno primordiale degli spazi vitali. E la Germania, ugualmente alle potenze dell’anglosfera, avrebbe dovuto dotarsi di un lebensraum da coltivare, dal quale estrarre risorse e sul quale scaricare eventuali surplus demografici.

Il geopolitico aveva le idee piuttosto chiare su fino a dove si sarebbe potuto estendere il lebensraum della Germania: ovunque si trovassero i Volksdeutsche – cioè i tedeschi residenti al di là dei confini nazionali, sparsi tra Austria, Polonia, Cecoslovacchia, Romania e Svizzera – e ovunque si trovassero praterie sconfinate, tanto ricche di risorse quanto sottopopolate, come l’Ucraina.

Per quanto riguardava la panregione della rinata Germania, cioè l’insieme di terre da vassallizzare e/o con cui partnereggiare per scopi securitari e di profondità strategica, Haushofer l’aveva identificata, oltre che con l’Europa – perché bisognosa di una guida che la unisse –, con l’intera Eurafrasia. In questo senso, poiché patrocinatore di un grande asse tellurocratico tra Berlino e le principali potenze dell’Asia – Mosca, Pechino, Tokyo – in funzione anti-angloamericana, Haushofer è stato ritenuto dai posteri un proto-eurasista.

L’impatto del pensiero geopolitico di Haushofer sul nazismo, fatti storici alla mano, è stato enorme. È innegabile, difatti, l’influenza haushoferiana nell’agenda estera del Terzo Reich: l’Italia come testa di ponte dell’Impero tedesco verso l’Africa, il Giappone come difensore dell’Asia orientale dagli Stati Uniti, l’Europa orientale come fabbrica adibita al soddisfacimento dei bisogni del popolo germanico, l’autarchia come terza via al capitalismo e al comunismo.

Nulla avrebbe potuto Haushofer, però, per persuadere il Führer a forgiare un’alleanza durevole con l’Unione Sovietica. Perché sul fato di quella relazione, come è noto, Adolf Hitler si era già espresso chiaramente ed esplicitamente nel Mein Kampf.

Noto esoterista, oltre che geopolitico, Haushofer sarebbe stato anche un membro di due delle più politicamente influenti società segrete della Germania interguerra: Vril e Thule. Non credeva che i tedeschi avrebbero combattuto per imporre al mondo un ordine incardinato sulla gerarchia delle razze, perché di razzismo scientifico stricto sensu non si ha traccia nei suoi scritti, però era convinto che la posta in gioco fosse tanto politica quanto metafisica, e poco terrena ma molto escatologica.

Le relazioni tra Haushofer e il Terzo Reich, più intellettuali che altro – non fu mai un membro del Partito nazista –, sarebbero andate incontro ad un progressivo e inevitabile deterioramento con il passare del tempo: prima per via delle leggi razziali e poi a causa del coinvolgimento di suo figlio Albrecht nel complotto del 20 luglio. E Albrecht, per il ruolo giocato nella cospirazione, avrebbe trovato la morte in un campo di prigionia nell’aprile 1945.

Incapaci di perdonarsi per la morte del loro figlio, della quale si ritenevano responsabili, i coniugi Haushofer si suicidarono a cavallo tra la sera del 10 e la notte dell’11 marzo 1946.


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