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Kamera, il laboratorio degli orrori dell’Unione Sovietica

Delle ricerche in materia di armi segrete dell’Unione Sovietica, ancora oggi, è dato sapere poco e niente. Un velo di mistero, rivelatosi impenetrabile, continua a circondare e proteggere (quasi) tutto ciò che hanno studiato gli scienziati militari sovietici nel corso della Guerra Fredda.

Qualcosa di quei decenni avvolti dall’oscurità, alla fine, grazie al dossier Mitrokhin, ad operazioni di spionaggio e alle testimonianze dei disertori, è venuto a galla. Come la storia della mitica super-arma radiologica Radu, presumibilmente sviluppata dalla Securitate e dal KGB, ma della quale, a parte il racconto di Ion Mihai Pacepa, non si ha altra traccia. E come la storia di Kamera, il laboratorio di pozioni velenose del KGB.

Kamera, altresì nota come il Laboratorio 1, è stata la struttura di ricerca della polizia segreta sovietica. Presumibilmente istituita nel 1921, cioè agli albori dell’epopea sovietica, Kamera fu inizialmente guidata da un professore di medicina, Ignatii Kazakov, e nacque allo scopo di sviluppare armi non convenzionali, ad uso e consumo degli organismi di repressione sovietici, utilizzabili contro oppositori e rivali del Cremlino.

La supervisione delle attività del Laboratorio 1 sarebbe passata da Kazakov a Genrikh Yagoda entro il 1926, emblematizzandone il divenire laboratorio ufficioso della polizia segreta. Yagoda, infatti, qualche anno dopo sarebbe asceso alla direzione del temuto Commissariato del popolo per gli affari interni (NKVD, Народный комиссариат внутренних дел). E sotto l’egida del NKVD, anche dopo la fuoriuscita di Yagoda, il Laboratorio 1 rimase per l’intero periodo interguerra.

Gli Stati Uniti vennero a conoscenza del sito segreto nel 1947, l’anno della morte di una spia americana, Isaiah Oggins, ivi giustiziata attraverso un’iniezione letale di una miscela a base di curaro. Preludio dell’albeggiante Guerra Fredda tra le due superpotenze.

Con lo scioglimento del NKVD, avvenuto nel 1946, l’amministrazione di Kamera sarebbe passata di capo-scienziato in capo-scienziato prima di tornare ad una singola entità. E a partire dal 1954, sino all’estinzione dell’Unione Sovietica, di supervisionare e finanziare le ricerche nel laboratorio segreto se ne sarebbe occupato il KGB.

La Guerra Fredda diede un impulso straordinario alle ricerche condotte nelle celle di Kamera, anche per via dell’afflusso di centinaia, se non migliaia, di scienziati nazisti catturati dai sovietici nel corso dell’operazione Osoavikhim e condotti a Mosca.

I sovietici, similmente alle loro controparti statunitensi – operazione Paperclip –, attinsero alle conoscenze dei colleghi nazisti per accelerare ed elevare la qualità delle loro ricerche in materia di armi cognitive, chimiche, biologiche, radiologiche e spaziali. E Kamera, in questo febbricitante contesto di ricerca e sviluppo di nuove armi non convenzionali, avrebbe vissuto un’epoca d’oro.

I laboratori di Kamera diventarono il luogo in cui sperimentare ogni tipo di veleno, noto e potenziale, come il curaro, l’iprite, la ricina, la digitossina. Obiettivo: realizzare dei composti inodore e insipidi – perciò facilmente somministrabili all’ignara vittima – e, possibilmente, non rilevabili dalle autopsie. Umane le cavie, costrette contro la loro volontà a partecipare agli esperimenti, spesso e volentieri dall’esito prevedibile: la morte.

L’elenco delle vittime eccellenti che hanno trovato la morte nei laboratori di Kamera è piuttosto lungo, in quanto andante dagli anni Venti agli anni Ottanta, e perché oltre a loro, inoltre, andrebbero segnalati anche i decessi di quegli oppositori e rivali del Cremlino assassinati in giro per la Federazione (e per il mondo) coi veleni lì sviluppati.

Tra le vittime note dei veleni targati Kamera si ricordano:

  • Nestor Lakoba, eroe nazionale abcaso, avvelenato con una sostanza sconosciuta nel 1936;
  • Abram Slutskij, direttore dell’INO, avvelenato con acido cianidrico nel 1938;
  • Nikolai Koltsov, tra i padri fondatori della genetica sovietica, avvelenato dal NKVD con una pozione sconosciuta nel 1940;
  • Isaiah Oggins, giustiziato nelle celle di Kamera con una dose letale di curaro nel 1947;
  • Teodoro Romža, arcivescovo della Chiesa cattolica ucraina, avvelenato nel 1947 in un ospedale da una 007 del NKVD travestita da suora curante;
  • Aleksandr Solženicyn, dissidente politico, sopravvissuto ad un tentativo di avvelenamento con della ricina nel 1971;
  • Georgi Markov, scrittore bulgaro, avvelenato a Londra dai servizi segreti di Sofia con un composto letale proveniente da Kamera nel 1978. La storia dell’assassinio è stata raccontata da H. Keith Melton nel libro The Ultimate Spy;
  • Hafizullah Amin, presidente dell’Afghanistan, per una serie di circostanze fortuite non ingerisce dei viveri avvelenati introdotti nella sua tavola dal KGB.

Che fine abbia fatto Kamera nel dopo-guerra fredda è materia di dibattito: per alcuni è stata definitivamente smantellata, per altri continua ad operare e produrre veleni. Che, del resto, mai sono usciti dall’armamentario di Mosca – Aleksandr Litvinenko e altri insegnano. Agli impavidi l’onere di scoprire cosa è rimasto di Kamera, tra i luoghi più segreti della Terra.

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