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Jalaluddin Haqqani, il demolitore dell’Unione Sovietica

Non è possibile capire chi sono e che cosa rappresentano i talebani, gli studiosi del Corano, senza una disamina approfondita e imparziale del loro sistema di valori e credenze. Perché se è vero che gli eredi del Mullah Omar non rappresentano l’intero Afghanistan, lo è altrettanto che sono figli legittimi della sua (lunga) storia di resistenza all’imperialismo straniero.

Scrivere e parlare dei talebani equivale a fare un ritratto della parte più profonda dell’Afghanistan, quella che ha rifiutato la modernità dopo averla tastata con mano. Equivale a capire che cosa potrebbe accadere in questo teatro-chiave dell’Eurasia, storico capolinea di esperienze imperiali cominciate altrove. E se non si può comprendere a fondo la nazione dei pashtun ignorando l’esistenza e il legato di Dost Mohammed Khan, lo stesso vale per i talebani, la cui storia e il cui disegno non si possono capire completamente tralasciando una figura come Jalaluddin Haqqani.


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CAUSALE: Reportage Afghanistan
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Jalaluddin Haqqani nacque nel cuore del Pashtunistan, ovvero in un piccolo villaggio, Karezgay, sito nel distretto di Zadran. Ignoti il giorno e il mese in cui venne al mondo, arricchendo la tribù guerriera dei fieri Jadran; di lui è noto soltanto che nacque nel 1939.

Di lignaggio elevato – il padre era un ricco proprietario terriero –, Haqqani crebbe in Pakistan, dove nel 1964 si iscrisse al prestigioso seminario Darul Uloom Haqqania, il centro propulsore del deobandismo legato a colui che in futuro sarebbe divenuto il “padre spirituale” dei talebani: l’imam Sami-ul-Haq.



Nel 1970, a completamento del ciclo di studi, Haqqani fu creato Molvì, l’onorificenza sunnita che precede il titolo di Mullah. L’inizio di un percorso che lo avrebbe legato indissolubilmente al carismatico Sami-ul-Haq, traghettandolo alla guida dell’albeggiante movimento di resistenza anticomunista della sua patria, l’Afghanistan.

All’indomani della detronizzazione di re Zahir, avvenuta nel 1973 e capitanata da Daoud Khan, Haqqani decise di rientrare in Afghanistan per tentare l’ingresso in politica. Non ci riuscì: le sue attività gli valsero l’attenzione dell’apparato di sicurezza, costringendolo ad un continuo andirivieni tra le cime del Paropamiso afgano ai meandri del Waziristan pakistano.

L’astio provato verso il potere centrale, aumentato di pari passo con l’autoritarismo di Khan e con la crescita dei comunisti – emblematizzata dalla rivoluzione di Saur del 1978 –, lo avrebbe radicalizzato e spinto ad aderire al fronte panislamico. Prima l’ingresso nel partito Hezb-i Islami di Mohammad Yunus Khalis, poi l’arruolamento nei mujaheddin.

Carismatico, dunque capace di trascinare le folle, e dotto, perciò in grado di persuadere i musulmani più scettici a prendere le armi, Haqqani sarebbe entrato nel mirino della Central Intelligence Agency in concomitanza con l’avvio dell’operazione Cyclone. Era l’uomo, invero, del quale Washington abbisognava per trasformare l’Afghanistan nel Vietnam dei sovietici.

Coltivato dall’intelligence a stelle e strisce come “assetto unilaterale”, e cioè esclusivamente di proprietà degli Stati Uniti, Haqqani sarebbe diventato il pilastro indispensabile dell’intera operazione di impantanamento dei sovietici. E il perché è storia: nessuno si sarebbe rivelato più capace di lui, anche per ragioni organizzative – aveva avuto l’idea di fondare un circuito ad hoc, la rete Haqqani, per gestire i flussi transnazionali di uomini, armi e danari –, di magnetizzare capitale e combattenti dal vicinato islamico.

Tra le decine di migliaia di combattenti che risposero al richiamo del Jihād proveniente dai muezzini afgani, e notevolmente amplificato dalla rete Haqqani, ci fu anche un giovane Osama bin Laden, che del Molvì divenne un protetto e uno degli allievi migliori.



Sfruttando la conoscenza del territorio, Haqqani evitò di cadere nelle trappole delle unità d’élite del KGB inviate in loco per catturarlo – ed eliminarlo. E capitalizzando il proprio lignaggio, che lo legava ad alcune delle più importanti tribù del Pashtunistan, Haqqani sabotò i piani sovietici di controinsorgenza basati sulla creazione di cellule autoctone e sulla disseminazione di discordia tra la costellazione di clan del panorama afgano.

Temerario combattente, oltre che predicatore e amministratore dell’operazione Cyclone, Haqqani sarebbe stato oggetto di una mitizzazione quando ancora in vita per via della sua partecipazione ad alcune delle più importanti battaglie tra mujaheddin e sovietici. Nota è, ad esempio, la sua presenza alla cattura di Khost, nel 1991, la prima grande città caduta nelle mani dei guerriglieri anticomunisti.

La ritirata sovietica non avrebbe comportato l’inizio della pace per il martoriato Afghanistan. Al contrario, in coincidenza con il ritorno a casa dell’Armata rossa, nella multinazione sarebbe scoppiato un conflitto fratricida tra le varie fazioni di mujaheddin. Conflitto nel quale Haqqani non si fece trascinare, mostrando un’incredibile lungimiranza.

Nel 1992, nel dopo-caduta di Kabul, Haqqani fu nominato a capo del ministero della giustizia del neonato Emirato islamico dell’Afghanistan. In seguito, una volta ottenuta la piena fiducia del mullah Omar, avrebbe ricoperto il ruolo più consono di titolare del ministero dei confini e degli affari tribali.



Nel 2001, allo scoppio della Guerra al Terrore, l’amministrazione Bush provò a corteggiare il fu “assetto unilaterale” con il duplice obiettivo di spaccare il governo talebano e di sveltire la cattura di Bin Laden, del quale si vociferava che Haqqani stesse coprendo la latitanza. L’adulazione, però, non sarebbe andata a buon fine: Haqqani rifiutò di tradire gli studiosi del Corano, equiparando gli statunitensi ai sovietici – definendoli degli “invasori infedeli” – e incitando la popolazione alla resistenza a oltranza all’operazione Enduring Freedom.

Tra Haqqani e Stati Uniti, un tempo alleati contro un comune nemico, sarebbe stata lotta senza quartiere sino al passaggio a miglior vita del primo. Ma ancora una volta, proprio come in passato, la geografia avrebbe permesso al predicatore-guerriero di sopravvivere ai tentativi di eliminazione.

Di Haqqani, il campione dell’anticomunismo celebrato nel Congresso degli Stati Uniti e persino invitato alla Casa Bianca ai tempi di Ronald Reagan, si sarebbe perduta ogni traccia per quasi vent’anni. Un fantasma schivo, invisibile a droni e satelliti, e morto da uomo libero, da qualche parte del Paropamiso, nel 2018.

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