Chi era Izz ad-Din al-Qassam, il primo patriota arabo

Il rinascimento identitario dei popoli arabi è stato uno degli eventi più epocali del Novecento. Magistralmente sfruttato dagli strateghi di Sua Maestà per catalizzare il trapasso del boccheggiante malato d’Europa, l’Impero ottomano, il risveglio della progenie del profeta Maometto e dei Rāshidūn è stato il contesto all’interno del quale hanno avuto luogo alcuni degli accadimenti più significativi del secolo passato, come la nascita della Fratellanza Musulmana, e che ha dato i natali a dei personaggi che hanno lasciato un’impronta indelebile nella storia recente, come Hasan al-Banna, Sayyid Qutb, Abdullah Azzam, Gamal Nasser, Faysal d’Arabia Saudita e Muammar Gheddafi.

Indicare dove, come e perché tutto ha avuto inizio non è semplice, e certamente non basterebbe un articolo, mentre relativamente facile è il compito di risalire ai progenitori. E tra loro – che furono tanti –, un posto centrale va riconosciuto al primo mujahid della storia: il patriota e combattente ubiquo ʿIzz al-Dīn al-Qassām.

ʿIzz al-Dīn al-Qassām, al secolo Izz ad-Din Abd al-Qadar ibn Mustafa ibn Yusuf ibn Muhammad al-Qassam, nacque in quel di Jable (Siria), la culla del mistico Ibrahim ibn Adham, un giorno del 1881 o del 1882. Figlio di una famiglia riverita e conosciuta, che serviva con lealtà la Sublime Porta e apparteneva alla confraternita Qādiriyya, al-Qassām crebbe temprato da due codici valoriali: quello ottomano e quello islamico.

Seguì le orme del padre e degli antenati, diventando un dotto della scuola hanafita e viaggiando in lungo e in largo per sfamare la sete di conoscenza dell’Islam. Da Jable andò a Costantinopoli, per poi da lì recarsi al Cairo. E una volta qui, dove giunse per studiare alla prestigiosa moschea di al-Azhar, si sarebbe distinto dai coetanei per la volontà di fare attivismo – attivismo politico.

Il soggiorno ad al-Azhar permise al giovane aristocratico di fare la conoscenza di alcuni dei più celebri ulema del tempo, come Muhammad ʿAbdu – padre fondatore del riformismo islamico e pioniere dell’anticolonialismo – e Muhammad Rashid Rida – il protosalafita che ambiva all’unificazione di tutti i popoli islamici sotto la bandiera di un califfato mondiale.

L’impatto di Abdu e Rida sul giovane al-Qassām fu forte, determinante. Era partito da Jable alla ricerca di conoscenza, di senso esistenziale. Vi fece ritorno nel 1909, vantando il titolo di ‘alim e cominciando a predicare l’imperativo di rivitalizzare l’Islam, da lui ritenuto stagnante, rielaborando il concetto di Jihād in chiave offensiva, o meglio difensiva dal colonialismo delle potenze europee.

L’invasione italiana della Libia fu l’evento spartiacque della vita di al-Qassām. Fu l’evento che consacrò la trasformazione di questo predicatore ardente di amore per l’Islam e per il Sultano in un combattente, nel primo mujahid del Novecento.

Dopo aver organizzato una raccolta fondi a Jable, avente quale obiettivo il finanziamento della resistenza anti-italiana in Libia, al-Qassām sarebbe passato all’azione. Nel giugno 1912, ben prima della Grande guerra e del Jihād turco-tedesco, il trentenne proclamò una guerra santa contro l’Italia, cominciando a raccogliere dei combattenti volontari coi quali recarsi sul teatro di guerra.

Fu fermato ad Alessandretta, alla testa di un piccolo esercito composto dalle sessanta alle duecentocinquanta persone, perché il neogoverno degli Ufficiali Liberatori – insediatosi nel luglio 1912 con un colpo di Stato – aveva altri piani per la Libia: l’avrebbe ceduta di lì a poco per potersi concentrare nei Balcani. Al-Qassām e i suoi mujāhidīn dovettero rientrare a Jable, delusi dal diniego ricevuto dalla Sublime Porta ma carichi per la prossima avventura: la Prima guerra mondiale.

Nel corso del primo conflitto su scala planetaria della storia dell’umanità, al-Qassām avrebbe prestato servizio principalmente in Siria, espandendo e professionalizzando il proprio circuito di mujāhidīn e svolgendo un’esperienza sostanzialmente priva di pericoli. Perché il momento della vera azione, dopo un’attesa di sei anni, sarebbe giunto soltanto nel 1918, con l’instaurazione in Siria e Libano di un regime di occupazione francese dotato di legittimazione internazionale, in quanto avallato dalla Società delle Nazioni.

Al-Qassām e i suoi mujāhidīn, che negli anni precedenti avevano accumulato armi, amicizie ed esperienza, avrebbero reso il controllo del territorio difficile per gli occupanti francesi, combattendo anche i loro sostenitori – come le milizie alawite –, rendendosi protagonisti di attacchi mordi e fuggi, imboscate e scontri di natura irregolare.

Con il tempo, complici le innumerevoli vittorie, al-Qassām sarebbe divenuto una sorta di bandito romantico nell’immaginario collettivo delle aree rurali del mandato di Siria e Libano. La sua armata sarebbe cresciuta gradualmente, toccando l’acme dell’espansione e del successo nel 1920. Quell’anno, infatti, i mujāhidīn di al-Qassām si unirono ai guerriglieri di un altro capo ribelle di alto profilo, Ibrahim Hananu, per dare vita alla più grave insurrezione dell’epoca: la rivolta di Aleppo del 1920-21.

I francesi, alla fine, forti del numero e della superiorità tecnologica, si sarebbero imposti sui guerrieri venuti dal deserto, costringendo al-Qassām e Hananu ad una rocambolesca fuga lungo le sabbie siro-libanesi. Vinti, ma tutt’altro che abbattuti, avrebbero trovato al di là del Libano una nuova causa alla quale dedicarsi: Gerusalemme.

Costretto alla fuga dai francesi, al-Qassām avrebbe terminato l’odissea sotto il Sole cocente del Medio Oriente nella Terra Santa delle tre religioni abramitiche: Israele. Si stabilì inizialmente ad Haifa, dove per qualche tempo avrebbe abbandonato l’attivismo politico e la guerriglia in favore della predicazione nelle moschee, del proselitismo nei bassifondi e dell’assistenza socio-economica ai correligionari.

Memore del fallimento della resistenza anticoloniale in Siria, ma avvolto da una crescente rabbia per via della campagna acquisti predatoria del Fondo Nazionale Ebraico (Jewish National Fund) e della progressiva esclusione dal mondo del lavoro degli arabi nel contesto dell’ebraizzazione dell’economia – il Kibbush haAvoda del futuro primo ministro israeliano David Ben Gurion –, al-Qassām avrebbe poco alla volta disseppellito l’ascia di guerra, reintroducendo il concetto del Jihād per autodifesa all’interno dei propri sermoni.

Al-Qassām avrebbe trascorso la seconda metà degli anni Venti a predicare di villaggio in villaggio, talvolta associandosi ad un altrettanto irato e carismatico reduce del Jihād turco-tedesco, Amin al Husseini, incitando le folle di disoccupati ed espropriati a sollevarsi contro gli ebrei e i britannici. Avrebbe concluso il decennio assumendo il controllo del ramo palestinese di un’organizzazione islamica con base in Egitto, l’Associazione Musulmana dei Giovani Uomini (Jam’iyyat al-Shubban al-Muslimin), che a sua volta lo avrebbe condotto da uno dei più importanti patrioti palestinesi dell’epoca: Rashid al-Hajj Ibrahim.

Il carisma di al-Qassām si sarebbe rivelato essenziale per le casse del principale partito arabo-nazionalista del Mandato di Palestina, Hizb al-Istiqlal, di cui Ibrahim era a capo. I sermoni dell’imam-guerrigliero, invero, erano portatori di iscritti e donatori. E con il tempo, come già accaduto nella nativa Siria, quella folla si sarebbe trasformata in un tutt’uno con al-Qassām. Si sarebbe trasformata in un esercito.

Reclutando nei quartieri poveri di Haifa, dove erano concentrati il malessere e la rabbia degli arabi, al-Qassām avrebbe messo su un’armata nel 1930, nomata la Mano Nera (Al-kaff al-aswad), occupandosi di professionalizzarne i membri sotto ogni punto di vista: addestramento paramilitare, alfabetizzazione, formazione religiosa.

I combattenti della Mano Nera, dal 1930 alla morte di al-Qassām, avrebbero perseguito un obiettivo – la provocazione di una rivolta interetnica su larga scala – a mezzo di operazioni altamente ostili e intelligenti contro obiettivi ebraici. Ostili perché a base di morte. Intelligenti perché esperite in maniera tale da apparire come dei crimini d’odio privi di regia: omicidi di passanti, furti in abitazioni culminanti nell’uccisione degli inquilini et similia.

Non sarebbe stata la strategia dell’accensione dei fuochi della Mano Nera ad incoraggiare gli arabi alla rivolta, comunque, quanto l’accadere di un evento fortuito il 16 ottobre 1935: la scoperta nel porto di Jaffa di un carico di armi destinato al proto-esercito israeliano, l’Haganah. L’episodio, passato alla storia come l’incidente del cemento, avrebbe giocato un ruolo essenziale nell’instillare un senso di paura generalizzata negli arabi, convincendo anche gli indecisi della necessità di imbracciare le armi prima che lo facessero i coloni ebrei.

La Grande rivolta (al-Thawra al- Kubra) sarebbe scoppiata di lì a breve, causa lo sfaldarsi del già fragile e precario equilibrio tra i due gruppi etno-religiosi. Al-Qassām, comunque, non avrebbe preso parte alla guerra civile, pur avendo contribuito in maniera determinante a farla esplodere: la polizia britannica lo uccise nel corso di un blitz il 20 novembre successivo.

Più di tremila persone presero parte al funerale di al-Qassām, che da diversi storici viene ritenuto il catalizzatore della Rivolta araba. Il suo trapasso fu occasione di severo raccoglimento in Arabia Saudita, Egitto, Iraq e Yemen, e fu succeduto da un’ondata di violenze nelle terre palestinesi e siriane. Violenze come la sparatoria di Tulkarm, il preludio della guerra civile.

La storia di al-Qassām è tanto sconosciuta in Occidente quanto celebre nel Medio Oriente. Perché in quest’ultimo, invero, il suo vissuto ha costituito una fonte di ispirazione per i combattenti palestinesi sin da quel lontano 20 novembre 1935. A partire dai movimenti di liberazione della guerra fredda, in primis l’OLP di Yasser Arafat e in secundis il FPLP di George Habash, fino ad arrivare alle organizzazioni terroristiche della contemporaneità, come Hamas, al-Qassām non ha mai cessato di rappresentare l’archetipo del patriota palestinese: impavido, musulmano praticante, pronto al martirio, solidale, umile.

A lui, il primo guerrigliero palestinese, al Fatah ha eretto un vero e proprio culto – tanto che, in origine, l’organizzazione avrebbe dovuto chiamarsi Qassamiyun –, mentre Hamas gli ha dedicato un intero reggimento, le Brigate Ezzedin al-Qassām, e l’arma-tipo del proprio arsenale: il razzo Qassam. E il perché di una simile riverenza, trascendente le epoche e le ideologie, è chiaro: non avrà lasciato libri come Qutb e al-Banna, ma è stato il primo mujahid e, non meno importante, è stato il padre della causa palestinese.