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Il realismo di Giolitti contro il mito dell’Italietta

Fu definito il “ministro della malavita” dai suoi oppositori, un pericoloso avventuriero dagli esponenti della Sinistra extraparlamentare, il portavoce di una presunta “Italietta” imbelle e pusillanime dai nazionalisti. Ma in vita Giuseppe Giolitti è stato molto più, e la sua azione politica, specie sul fronte internazionale, è sempre stata impostata sulla base di un profondo realismo che lo accomuna a pochi leader della storia nazionale. Probabilmente solo Cavour prima di lui e De Gasperi dopo la fine della Seconda guerra mondiale hanno impostato le loro politiche sulla base di una lettura tanto rigorosa e attenta del contesto internazionale.

Meno spregiudicato di Cavour, ma più libero di compiere azioni autonome rispetto a De Gasperi, l’uomo di Dronero, protagonista della politica italiana dagli Anni Ottanta del XIX secolo fino all’inizio dell’era fascista, capì che la grammatica della potenza nazionale poteva svilupparsi sia sulla base di azioni compiute sul fronte interno che attraverso manovre connesse alla necessità di accrescere lo status internazionale dell’Italia.

Giolitti, che fu capo del governo del Regno d’Italia in cinque occasioni distinte (1892-1893, 1903-1905, 1906-1909, 1911-1914, 1920-1921) fu il primo statista dell’età liberale a fare i conti con l’eredità incompiuta del Risorgimento e con la consapevolezza che il Paese doveva necessariamente darsi obiettivi di coesione interna per poter proiettare al meglio la sua posizione nel contesto internazionale.

I decenni precedenti la fase centrale con i suoi tre ministeri di inizio Novecento erano stati estremamente concitati per l’Italia, attanagliata da profonde divisioni sociali, da povertà e analfabetismo endemico, dall’emigrazione di massa e da una condotta di politica internazionale volta alla ricerca di un fatuo prestigio che aveva condotto alla confusa esperienza coloniale in Africa orientale e al doloroso schiaffo di Tunisi subito dalla Francia nel 1882.

Giovanni Giolitti
Giovanni Giolitti all’Esposizione Internazionale di Milano nel 1906

Giolitti capì che per l’Italia dell’epoca interno ed esterno dovevano coesistere, che per il Paese era necessario sia farsi portavoce di una politica di distensione nel contesto europeo sia trovare sfogo alle pulsioni sociali, economiche, demografiche trovando aree e mercati di riferimento su cui indirizzare emigrazione e appetiti economici. Sul fronte interno, Giolitti mirava a consolidare questa prospettiva cauterizzando i maggiori fattori di problematicità interni attraverso una serie di riforme sociali, la concessione del suffragio universale maschile, la creazione dell’Istituto nazionale d’assicurazione, la concessione di diritti sul lavoro e il risanamento dei rapporti tra l’élite liberale e i due grandi centri di contestazione allora esistenti, il mondo socialista e quello cattolico.

La cosiddetta “Italietta” che Giolitti era accusato di rappresentare era in fin dei conti un Paese da ricucire. Un Paese che aveva sempre corso il rischio di dimenticare la sua coesione e la sua da poco conquistata unità sulla scia delle disuguaglianze interne, della povertà, della sclerosi amministrativa. Un’Italia con il perenne timore di non poter sfamare i suoi figli. Una “grande proletaria”, per usare le parole di Giovanni Pascoli, che Giolitti non ebbe timore di far muovere tra il 1911 e il 1912 dopo aver consolidato gradualmente il fronte interno.

Giovanni Giolitti
Giovanni Giolitti con il ministro degli esteri russo Aleksandr Petrovic Izvolskij nel 1909

La guerra mossa alla Turchia per la Libia e il Dodecaneso si inserì nella strategia di realismo del presidente del Consiglio. Desideroso di annettere la “Quarta Sponda” per farne un pivot mediterraneo per l’Italia, una valvola di sfogo per l’emigrazione, un fattore di controbilanciamento per la Francia e il Regno Unito egemoni in Nord Africa.

Stefano Jacini, più volte ministro dopo la morte di Cavour, ebbe a dire che quell’Italia aveva “classi dirigenti, letterarie e politiche impazienti di realizzare l’ideale di grandezza che avevano nella mente e nel cuore”. Alle sue frange nazionaliste Giolitti seppe dare sfogo quando necessario, ma cercando sempre di tenerle a bada evitando, ad esempio, di eccedere eccessivamente con le operazioni anti turche nel Mar Rosso, vicino alle coste arabe, per non dare l’impressione di una guerra Santa” o di una “nuova Lepanto”. La volontà di sfogare in direzione degli appetiti coloniali, che il governo liberale certo non disincentivava, la pulsione crescente del movimento nazionalista si conciliava con la ricerca di un nuovo equilibrio politico in Europa.

Giolitti sentiva stretti per l’Italia i confini degli schieramenti creatisi negli ultimi due decenni del XIX secolo e incardinatisi gradualmente nella Triplice Alleanza, tra Italia, Austria-Ungheria e Germania, e Triplice Intesa, formata da Russia, Gran Bretagna e Francia. Ritenendosi continuatore della tradizione del Risorgimento, sentiva innaturale l’alleanza con un Impero asburgico ancora saldamente ancorato al di qua delle Alpi, ma al contempo vedeva l’Italia destinata a subire profondi sconvolgimenti in caso di conflitto generale in Europa. Da qui discesero la ricerca di un modus vivendi con la Russia e la Francia, nazioni che nei mandati giolittiani ebbero una crescente attenzione nel quadro della diplomazia italiana guidata dal Ministro degli Esteri Antonino di San Giuliano.

Nel 1913 Giolitti e San Giuliano lavorarono sotto traccia per evitare lo scoppio di un conflitto generalizzato a partire dalle guerre balcaniche; nei primi mesi dell’anno successivo il ministero di Giolitti cadde, ma San Giuliano rimase al suo posto su pressione del leader piemontese nel costituendo governo Salandra. Si aprì ben presto per Giolitti l’ora più complessa della sua parabola politica: la dura lotta per guidare l’Italia alla neutralità nel contesto della Grande Guerra. Nel saggio di Luigi Compagna Italia 1915. In guerra contro Giolitti si ricostruisce l’azione che i liberal-conservatori guidati da Antonio Salandra e Sidney Sonnino compirono contro l’uomo di Dronero per delegittimarne gli appelli alla neutralità che vedevano l’anziano esponente liberale fare fronte comune con quel mondo cattolico e quell’area socialista che aveva contribuito a riportare nel contesto dell’agone politico nazionale.

Giolitti giustificava la scelta neutralista dall’alto di un realismo fortemente equilibrista, temendo che la guerra avrebbe prodotto danni incalcolabili e soprattutto distrutto le prospettive del suo progetto di coesione della nazione che, a conflitto finito, avrebbe ripreso alla vigilia dell’ascesa del fascismo nel suo ultimo mandato di governo. La concezione che il Paese avrebbe potuto ottenere risultati territoriali anche dichiarandosi terzo, la percezione dei rischi dell’insorgenza nazionalista, il confronto con alleati e rivali potenziali rendevano chiare e allarmanti queste considerazioni.

Tre anni e mezzo di conflitto, dal 24 maggio 1915 al 4 novembre 1918, avrebbero gradualmente aperto a ragionamenti sulle intuizioni di Giolitti. La guerra fu vinta a costo del suicido successivo del regime liberale, di uno strappo col percorso di riforme graduali avviato dal presidente del Consiglio, di una rottura della linea realista che portò ai goffi movimenti diplomatici del governo Orlando a Versailles, alla “mutilazione” della vittoria. In ultima istanza alla semina del terreno fertile perché nel Paese nascesse e si costituisse il regime fascista, sorto nel 1922 e naufragato due decenni dopo nella tempesta di una nuova, brutale guerra mondiale. La storia non si fa né con i sé né con i ma, certamente. Però è indubbio che provare a immaginare come sarebbero andate le cose se a spuntarle fosse l’anziano uomo che seppe sfatare sul campo il mito dell’Italietta porta a realizzare che, in fin dei conti, l’età giolittiana fu l’unica vera fase continuata di espansione del benessere e del prestigio nazionale del periodo che precedette la Grande Guerra. Espansioni, queste, impossibili senza la sana dose di realismo dello statista piemontese, ancor oggi maestro per le classi dirigenti del Paese.