Il lato oscuro della Rivoluzione d’ottobre

Russia, 1917. La Grande guerra divampa, i beni scarseggiano, il costo della vita è in aumento e gli apatici Romanov sono incapaci di cogliere la profondità e l’estensione del malcontento di proletari e sottoproletari, cioè la stragrande maggioranza della popolazione, che sono convinti di aver sedato per sempre nel 1905.

Germania, 1917. L’impero guglielmino è in affanno, l’intervento di Washington nella guerra civile europea è alle porte, la Guerra santa contro la Triplice intesa sta producendo risultati misti. I servizi segreti del Reich decidono di sottoporre all’attenzione del Kaiser un’idea già presentatagli due anni prima: provocare un’insurrezione in Russia, che stando alle informazioni a loro disposizione sarebbe adesso sull’orlo del baratro economico, nella speranza di riorientarne l’attenzione verso l’interno.

Il piano degli 007 tedeschi, ora che la guerra è nel vivo, convince Guglielmo II. Anche perché l’esperienza del Jihad turco-tedesco ha dimostrato che talune peculiarità di culture e società possono essere strumentalizzate per fini bellici. Guerre ibride ante litteram.

Se nelle colonie francesi e britanniche è stato utilizzato l’Islam per sollevare le masse contro l’uomo bianco, in Russia, sostengono le fonti degli 007 tedeschi, può essere invece utilizzata l’ideologia più temuta dei liberali e dai cristiani di tutta Europa: il comunismo. Perché è l’ideologia di lavoratori sottopagati e indigenti, di cui le terre degli Zar pullulano.

Quella che nasce come un’operazione sovversiva volta a distrarre momentaneamente la Russia dalla guerra e a dare fiato la Germania, però, sarebbe degenerata in una rivoluzione dalle conseguenze impreviste e imprevedibili. Cambiando il corso del Novecento. Questa è la storia del lato oscuro della Rivoluzione d’ottobre.

Costantinopoli, vespero del 1914. Un russo e un tedesco stanno parlando di politica internazionale davanti ad un çay nel mezzo del quartiere europeo della capitale ottomana. La loro non è la classica conversazione da ba(za)r. E loro non sono due persone qualunque. Si chiamano Izrail’ Lazarevič Gel’fand e Hans von Wangenheim, rispettivamente uomo d’affari della diaspora russo-ebraica e ambasciatore tedesco in Turchia, e tra un çay e l’altro partoriranno la Rivoluzione russa.

Gel’fand è uno spregiudicato affarista, che ha fondato una piccola banca ed è coinvolto in ogni tipo di traffico che possa procurargli denaro – armi, diamanti, spezie, tabacco. Si fa chiamare Parvus e a tempo perso raccoglie intelligence per i servizi segreti tedeschi.

Von Wangenheim è il capo della missione diplomatica tedesca nell’Impero ottomano, un avido lettore di testi dell’orientalismo e un appassionato di guerre non convenzionali. È tra coloro che hanno promosso l’idea della “bomba islamica” di Max von Oppenheim  presso il Kaiser, rendendo possibile il lancio del Jihād turco-tedesco, ed è colui che gira a Berlino le preziose informazioni che Parvus è in grado di raccogliere in qualità di contrabbandiere cosmopolita.

Parvus e von Wangenheim non potrebbero essere più diversi: il primo è un ebreo di nazionalità russa, disconosciuto dalla patria a causa delle sue idee anarco-comuniste, che vive lungo i confini del lecito e dell’illecito, il secondo è un diplomatico tedesco, moralmente integro, che aborra ogni idea nata dal ventre del socialismo. Ma su qualcosa sono d’accordo: la Russia è un male che va sconfitto.

Parvus sogna di fare della Russia il primo Paese comunista. Von Wangenheim vorrebbe aiutare la Germania a chiudere il fronte orientale il prima possibile. Dai loro çay nascerà la folle idea, poi presentata a Berlino nel 1915, di formare un’alleanza tra “le baionette prussiane e i pugni dei proletari russi”.

Von Wangenheim non avrebbe mai visto la materializzazione delle conversazioni con Parvus. Morì il 26 ottobre 1915, a Costantinopoli, a seguito di un possibile avvelenamento da parte dei servizi segreti britannici. Una vendetta trasversale di Sua Maestà per le sollevazioni provocate nelle terre dell’Impero britannico dal Jihād turco-tedesco.

Parvus sarebbe sopravvissuto ancora per un po’, forte del fatto che nessuno sospettasse dei suoi legami coi servizi segreti tedeschi, continuando a portare avanti in solitaria l’idea di una rivoluzione proletaria in Russia finanziata con le armi e coi soldi dei capitalisti tedeschi.

L’evolvere in direzione negativa della situazione nel fronte orientale avrebbe spinto i servizi segreti del Kaiser a rivalutare il “piano Parvus”. Le ventritré pagine di suggerimenti su come trasformare il risentimento passivo dei russi in rabbia rivoluzionaria furono recuperate, lette sotto una nuova luce, nella seconda parte del 1915. E sarebbero state trasposte in realtà nel 1917.

Berlino aveva bisogno di un uomo che fosse abbastanza carismatico da spingere i russi, livorosi ma remissivi, a impugnare le armi. Parvus, che da tempo frequentava (e sorvegliava) gli ambienti anarchici e comunisti di Germania, Austria e Svizzera, credeva di avere trovato l’uomo giusto: un esiliato dall’oratoria maliardica, tal Vladimir Il’ič Ul’janov, dai più conosciuto come Lenin.

Il popolo russo aveva bisogno soltanto di una miccia. I rivoluzionari russi avevano bisogno soltanto di armi e denaro. Il successo dell’operazione, pensata per costringere la Russia a uscire dalla guerra a causa di un’insurrezione in casa, sarebbe dipeso dalla forza volitiva e dalla trascinante leadership dell’uomo scelto per sfidare lo Zar. Parvus, una volta ottenuto il semaforo verde dei servizi segreti, avrebbe anche persuaso Lenin ad accettare la missione.

Il 9 aprile 1917, da Zurigo, Lenin sarebbe partito segretamente alla volta di Pietrogrado in compagnia di una trentina di connazionali, muniti di armi e valigie piene di denaro, a bordo di un treno pieno di agenti segreti tedeschi in borghese. Nei mesi successivi, con l’aggravarsi dell’insurrezione e della porosità dei confini dell’Impero russo, le terre degli Zar sarebbero state silenziosamente invase da 007 tedeschi, come Karl Moor, arrivati da Berlino per fornire supporto economico, logistico e militare ai rivoluzionari. Il resto è storia.

Lenin non sarebbe stato l’unico agente tedesco operante nella febbricitante Russia del prerivoluzione. Perché gli 007 del Kaiser, alcuni anni prima dello scoppio della Grande guerra, avevano infiltrato nella corte reale un insospettabile monaco: Grigórij Efímovič Raspútin.

In pochi credevano che sarebbe stato possibile accendere un’insurrezione di grandi proporzioni in Russia. I più erano dell’idea che affidarsi all’antidiluviano gioco della congiura di palazzo sarebbe stato più efficace, nonché meno dispendioso. Perciò, prima di scommettere sul comunista, i servizi segreti tedeschi si affidarono al monaco.

I Romanov erano degli ortodossi praticanti, persone molto suggestionabili, e il monaco del Kaiser sembrava che fosse dotato di poteri taumaturgici e psichici. Con la preghiera aveva guarito il piccolo Aleksej Nikolaevič Romanov, malato di emofilia B, guadagnando la fiducia della famiglia reale.

Confidente della zarina, che a sua volta era l’unica spalla del solitario e introverso Nicola II, Raspútin aveva ottenuto l’allontanamento dalla corte di diverse personalità a favore dell’impegno bellico a oltranza e sarebbe stato spaventosamente vicino a raggiungere l’obiettivo supremo: la ritirata della Russia. Era il 1916.

Il sogno tedesco della chiusura anticipata del fronte orientale sarebbe divenuto realtà alla fine. Ma soltanto nel 1917. E non per merito di Raspútin. Perché i tedeschi non erano gli unici ad avere delle spie nella fragile e decadente Russia del prerivoluzione: ne avevano anche i britannici. E britannici furono, infatti, i registi dell’assassinio del monaco: Oswald Rayner e Stephen Alley.

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