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Hitler, Rockwell e il Partito Nazista Americano

Gli Stati Uniti sono la terra delle opportunità per antonomasia; il luogo in cui tutto è possibile e dove chiunque ha il diritto, quasi sconfinato, di predicare ciò che vuole. Un diritto che ha permesso, ad esempio, alla Nazione dell’Islam di fare propaganda a favore del separatismo nero. Che ha permesso al Ku Klux Klan di riapparire a cadenza regolare, nonostante i linciaggi, gli omicidi e il terrorismo. E che ha permesso a tal George Lincoln Rockwell, negli anni Sessanta, di evangelizzare il popolo americano al credo nazista.

Non si può scrivere e comprendere quel fenomeno più unico che raro che è stato il Partito Nazista America senza una previa introduzione a colui che lo fondò: George Lincoln Rockwell.

Nato il 9 marzo 1918 a Bloomington, stato dell’Ilinois, Rockwell era un membro della cosiddetta galassia WASP, in quanto di origini inglesi, francesi e tedesche. Cresciuto tra il New Jersey e il Maine, perché diviso tra i genitori divorziati, avrebbe tentato la carriera universitaria prima di arruolarsi nella Marina degli Stati Uniti.

Dopo l’attacco di Pearl Harbour, casus belli dell’entrata dell’America nella Seconda guerra mondiale, Rockwell avrebbe prestato servizio sia nell’Atlantico sia nel Pacifico, alternando mansioni logistiche, organizzative e azione – pilotaggio di aerei – e risaltando agli occhi dei superiori per la preparazione e l’efficienza.

Nel 1950, allo scoppio della guerra di Corea, Rockwell fu richiamato per servire la patria in qualità di tenente comandante, occupandosi di addestrare i piloti della Marina. E in questi anni, profondamente influenzato dal maccartismo, sarebbe diventato un sostenitore del nazismo, un nostalgico di Adolf Hitler, ritenendo l’ideologia della svastica l’unica forza in grado di fermare l’avanzata del comunismo negli Stati Uniti.

Dal dopo-Corea al 1959, coerentemente con il nuovo credo adottato, Rockwell avrebbe passato il tempo a persuadere esercito e opinione pubblica che il nazismo fosse la via. E dopo due tentativi fallimentari, la rivista U.S. Lady e il Comitato nazionale per liberare l’America della dominazione ebraica, avrebbe infine costituito il Partito Nazista Americano.

Il Partito Nazista Americano viene fondato ufficialmente nel marzo 1959, ma assumerà quel nome soltanto un anno più tardi. Nel primo anno di vita, infatti, si sarebbe chiamato Unione mondiale dei nazionalsocialisti per la libera impresa.

Con sede ad Arlington, nell’Illinois, il Partito fu concepito come la replica all’americana dell’originale, dal quale mutuò gergo, iconografia, vestiario e, naturalmente, ideologia. Dopo alcuni anni di magra, a partire dal 1965, e fino al 1967, Rockwell sarebbe divenuto una sorta di icona culturale, per quanto negativa, e il Partito l’oggetto dell’attenzione della grande stampa (e della polizia federale). Il motivo? La bizzarra scenicità del Partito, frutto della teatralità e dell’inventiva di Rockwell.

A partire dal 1965, e fino al 1967, tutti avrebbero parlato di Rockwell. Rockwell l’anti-integrazionista, il nazionalista bianco, il neonazista. E alcuni, i più impavidi – o meglio, i più avidi di lettori –, come Playboy, lo avrebbero persino intervistato, adibendo le loro colonne ad uno spazio inconsapevole di proselitismo.

Tutti parlavano di Rockwell, perché, del resto, era impossibile ignorarlo. Era il creatore dei “bus dell’odio”, il promotore degli anniversari della nascita di Hitler, l’inventore del termine “potere bianco” e il fondatore dell’Unione mondiale dei nazionalsocialisti – l’organizzazione ombrello, ancora oggi esistente, che riunisce i principali partiti neonazisti del pianeta. Era colui che aveva convinto un militante ad assaltare Martin Luther King durante un comizio pubblico nel 1962, premiandolo ad aggressione avvenuta. Era colui che aveva stretto un’alleanza con la Nazione dell’Islam, figurando ad una loro marcia nel 1961 e parlando ad un loro evento l’anno dopo. Era colui che, contrariamente ad ogni aspettativa, era arrivato quarto alle elezioni governatoriali della Virginia nel 1965.

Intuendo la possibilità di una popolarizzazione su larga scala, complice il clima dell’epoca – il risveglio del KKK, le tensioni interrazziali, l’ascesa della destra religiosa, l’albeggiare delle guerre culturali –, Rockwell, nel 1966, avrebbe dato un nuovo nome alla sua creatura: Partito nazionalsocialista della gente bianca. L’obiettivo? Superare definitivamente il nazismo, poiché ostacolo alla crescita, in favore di un più accettabile e moderato nazionalismo bianco.

Ma la transizione che avrebbe dovuto assicurare a Rockwell la simpatia di più ampie sezioni dell’opinione pubblica, magari permettendo al Partito di vincere qualche elezioni, non avrebbe mai avuto luogo. Il 25 agosto 1967, poco dopo aver annunciato la trasformazione della sua creatura, Rockwell fu assassinato da una vecchia conoscenza: John Patler, un nazista che era stato espulso dal Partito per aver tentato di diffondere idee marxiste.

Matthias Koehl, numero due del Partito e nebuloso personaggio legato all’internazionale nera – in contatto, tra gli altri, con Savitri Devi –, avrebbe rispettato le ultime volontà di Rockwell, proseguendo sulla via della ristrutturazione della piattaforma ideologica e dello stile comunicativo.

L’emergere di divisioni, in parte causate dal forte dissenso verso la svolta moderata e in parte dall’inabilità di Koehl di mediare conflitti e differenze, avrebbe progressivamente condotto il Partito alla morte per scissioni interne. Più vicini all’impianto ideologico e al modus operandi del KKK che alla moderatezza e al misticismo di Koehl, i nazisti americani sarebbero andati incontro ad una crescente radicalizzazione nel corso degli anni Settanta. E acme di questo processo di estremizzazione fu indubbiamente il massacro di Greensboro, ovvero l’uccisione di cinque attivisti comunisti, in concorso con membri del KKK, il 3 novembre 1979.

Disilluso dai compagni, che riteneva incapaci di cogliere i lati più profondi e metafisici del nazismo, in quanto esclusivamente interessati a commettere crimini d’odio, Koehl avrebbe deciso di trasformare la creatura di Rockwell nel Nuovo Ordine (New Order) nel 1983. Un’organizzazione apartitica e dal nome eloquente, indicativo della netta cesura con il passato e riflettente il focus sul lato mistico del nazismo, e che è sopravvissuta fino ai giorni nostri.

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