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George Kennan, teorico del contenimento e padre della guerra fredda

Esistono due categorie di eventi: quelli evitabili e quelli inevitabili. Per gli evitabili esistono preucazioni e strategie preventive che, se adeguatamente utilizzate, possono aiutare uno statista ad esorcizzare il pericolo in questione. Per gli inevitabili, invece, esistono soltanto palliativi e ritardanti che, dopo un certo periodo, cessano di fare effetto.

La Guerra fredda, lo scontro egemonico tra Stati Uniti e Unione Sovietica che ha caratterizzato la seconda parte del Novecento, è appartenuta al genere dell’ineluttabilità storica. Era destinata a scoppiare, perché in fermento da anni, perché continuazione dell’antico conflitto tra terra e oceano, perché prosecuzione della rivalità anglo-russa, e sarebbe prima o poi cominciata.

Rispetto alla Grande guerra, il cui scoppio fu rallentato da una serie di eventi ritardanti, la guerra fredda di accadimenti inibitori non ne ebbe nessuno. Il confronto tra Stati Uniti e Unione Sovietica, infatti, emerse in maniera fulminea, in continuità con e in parallelo alla seconda guerra mondiale, poiché accelerato da una serie di eventi e personaggi. Eventi come la Conferenza di Jalta. E personaggi come George Kennan, l’autore del celeberrimo “Lungo telegramma”.

George Frost Kennan nacque in Milwaukee il 16 febbraio 1904. Cresciuto dal padre, a causa della morte prematura della madre, Kennan avrebbe mostrato sin dalla giovinezza una propensione allo studio delle lingue straniere – imparando il tedesco – e della storia. E proprio in storia si sarebbe laureato, nel 1925, alla prestigiosa università di Princeton.

Nell’immediato postlaurea entrò a far parte dello US Foreign Service, cioè nel Dipartimento di Stato, venendo inviato dapprima in Svizzera e dipoi in Germania. In quest’ultima, nel 1929, avrebbe cominciato ad approfondire la storia della civiltà russa presso l’Istituto orientale di Berlino.

La curiosità di Kennan per il mondo russo non si sarebbe mai trasformata in fascinazione. Influenzato dal pensiero di un parente russologo, anch’egli di nome George Kennan (1845-1924), il diplomatico in carriera avrebbe sviluppato una profonda diffidenza verso questa civiltà alle porte dell’Europa.

L’intelligenza al di sopra della media, palesata dall’aver imparato il russo e il polacco in breve tempo, avrebbe aiutato Kennan a farsi largo nel mondo della diplomazia. Nel 1931, dopo due anni di studi della civiltà russa, fu trasferito nella legazione americana in Lettonia per occuparsi delle relazioni economiche con l’Unione Sovietica.

La svolta sarebbe arrivata nel 1933, con l’elezione alla Casa Bianca di Franklin Delano Roosevelt, perché Kennan, a partire da quell’anno, sarebbe entrato nelle stanze dei bottoni. Inviato a Mosca per assistere l’allora ambasciatore William Bullitt, Kennan avrebbe avuto quivi subito l’influsso di carismatici anticomunisti, come Robert Felley, diventando ancor più diffidente nei confronti dell’Unione Sovietica.

Neanche la sostituzione di Bullitt con il filostalinista Joseph Davies, ambasciatore a Mosca dal 1936 al 1938, avrebbe convinto l’ormai scettico Kennan a cambiare idea sull’Unione Sovietica: era un nemico con cui gli Stati Uniti, presto o tardi, avrebbero dovuto confrontrarsi.

Dopo aver trascorso la fine degli anni Trenta e la Seconda guerra mondiale tra Repubblica Ceca, Portogallo e Inghilterra, Kennan, nel 1944, fu chiamato dalla Casa Bianca a svolgere un incarico importante: partecipare ai lavori della Commissione consultiva europea.

Non fu la partecipazione ai lavori della Commissione consultiva europea che, comunque, gli sarebbe valso prestigio imperituro. Furono due documenti, scritti di proprio pugno nel 1946 e nel 1947, concernenti i presunti fini di egemonia globale del Cremlino: il “Lungo telegramma” e l'”Articolo X”. Due documenti che hanno avuto un impatto enorme nella concezione e nella visione del mondo russo dei decisori politici statunitensi, perché impostati su dei presupposti spacciati per dogmi, tra i quali la presunta vocazione imperialistica e l’intrinseca natura autocratica della classe dirigente russa. E gli Stati Uniti, posti dinanzi ad una simile minaccia, avrebbero avuto una sola scelta: “contenimento”.

Il contributo fondamentale di Kennan alla riscrittura dell’Europa postbellica e alla comprensione dell’Unione Sovietica sarebbe stato ripagato qualche anno dopo. Nel 1951, infatti, il presidente Harry Truman lo nominò ambasciatore degli Stati Uniti in Unione Sovietica. Un titolo che, ad ogni modo, non avrebbe mantenuto a lungo. Nel 1952, dopo aver comparato velatamente i sovietici ai nazisti, Kennan fu dichiarato persona non grata dal Cremlino e costretto a dimettersi dalla guida dell’ambasciata americana.

L’accoglienza in patria, comunque, fu tutt’altro che gelida. Perché il nuovo presidente, Dwight Eisenwoher, decise di mettere Kennan a capo dell’operazione Solarium. Solarium era il nome dato ad un progetto consistente nell’elaborazione di una molteplicità di scenari e volto a capire quale strategia adottare per evitare un ulteriore allargamento dell’Unione Sovietica in Eurasia, più nello specifico in Europa. Solarium era la dimostrazione che la visione di Kennan aveva ormai attecchito nei corridoi della Casa Bianca e del Pentagono: occorreva soltanto darle forma, darle concretezza, trasformarla da idea a realtà.

Quella di Kennan era una concezione eurocentrica delle relazioni internazionali: credeva che l’Europa, in qualità di centrale elettrica del capitalismo globale, sarebbe rimasta al centro del confronto egemonico tra Washington e Mosca. Gli Stati Uniti, alla luce della strategicità geoeconomica dell’Europa, e in particolare delle terre tedesche, avrebbero dovuto investire nel potenziamento dell’Alleanza Atlantica e prestare attenzione al circondario del Vecchio Continente, cioè l’area Medio Oriente e Nord Africa, ma ritirarsi da tutti quei teatri ritenuti superflui, come la remota l’Asia orientale.

Sostenitore della «sovranità limitata», oltre che del contenimento, Kennan fu tra coloro che convinsero la Casa Bianca a supportare le pretese anglofrancesi nella crisi di Suez e che avrebbero voluto, in quel contesto, un intervento molto più incisivo contro il generale Nasser.

Kennan un personaggio-chiave della politica estera americana per l’intera durata della guerra fredda. Da John Fitzgerald Kennedy fu sentito in qualità di consigliere informale, occupandosi di scrivere una strategia per l’alimentazione di divisioni all’interno del Patto di Varsavia, e poi inviato in Iugoslavia come ambasciatore con un compito preciso: persuadere Tito ad accentuare ulteriormente il carattere antisovietico della sua agenda estera.

Kennan, per quanto figura gradita dalla dirigenza iugoslava, non sarebbe riuscito ad impedire l’inevitabile, cioè la trasformazione di Belgrado nella guida del Movimento dei non allineati. Tito, che aveva cominciato a dubitare della durezza degli Stati Uniti con la crisi degli U-2, fu definitivamente convinto dal fallimento dell’invasione della Baia dei porci e dalla crisi missilistica cubana a sposare la terza via: la via della neutralità.

Nel 1966, con l’aggravarsi della conflittualità nell’attuale Vietnam, Kennan cambiò idea sull’irrilevanza delle periferie del pianeta ai fini della vittoria nella guerra fredda. Ciò non gli avrebbe impedito, comunque, di vedere e denunciare i limiti del piano Johnson e patrocinare, dunque, la causa del disimpegno strategico. E gli eventi successivi gli avrebbero dato ragione.

A partire dalla seconda metà degli anni Sessanta, dopo aver detto addio agli incarichi diplomatici, Kennan si sarebbe dedicato all’insegnamento, diventando uno dei più importanti teorici del realismo politico ed un critico della «New Left», e alla scrittura, mettendo la firma su più di quindici libri e decine di pubblicazioni.

Muore il 17 marzo 2005, un mese dopo aver compiuto 101 anni, lasciando ai posteri un legato inestimabile al quale attingere e sul quale riflettere. Perché la dottrina del contenimento, lungi dall’aver esaurito la sua funzione storica con la fine della guerra fredda e l’implosione dell’Unione Sovietica, è ancora qui. Perché l’idea che l’egemonia sull’Europa passi dall’assoggettamento della Germania, da mantenere imperativamente lontana dalla Russia, è ancora qui. E perché l’idea che l’interesse economico debba prevalere sul diritto all’autodeterminazione dei popoli, ieri bloccando la nazionalizzazione del canale di Suez e oggi bloccando la costruzione del canale di Nicaragua, è più viva che mai.

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