L’alleanza tra nazionalsocialismo e islam

Quello che il teologo della supremazia ariana Alfred Rosenberg aveva ribattezzato il Mito del ventesimo secolo è nato e morto con Adolf Hitler, ma (decine di) migliaia dei suoi seguaci, come è noto, sarebbero riusciti a scappare dalle grinfie degli Alleati, di Norimberga e dei cacciatori di teste di Simon Wiesenthal e del Mossad.

La maggior parte di questi fuggitivi avrebbe gustato il sapore di una nuova vita tra America Latina e mondo arabo, perché aiutata dai falsari di Alois Hudal e dalla semileggendaria Odessa, ivi trovando riparo e facendo fortuna. Fuggitivi come Johann von Leers, ad esempio, il propagandista di Joseph Goebbels che, durante la Guerra fredda, si sarebbe reinventato ideologo dell’antioccidentalismo nell’Egitto di Gamal Abdel Nasser.

Altri ancora, invece, sarebbero scappati dagli Alleati, da Norimberga e dal nakam senza confini del Mossad perché catturati dall’Unione Sovietica, bramosa di carpire dei segreti utili nell’ambito della nascente guerra fredda con gli Stati Uniti. E nel novero di quei nazisti ricchi di segreti, posti dal Cremlino sotto la propria gelosa custodia, figura Fritz Grobba, l’anti-Lawrence d’Arabia che sognava un’alleanza tra la Svastica e la Mezzaluna islamica.

Fritz Konrad Ferdinand Grobba nasce a Gartz il 18 luglio 1886. Cresciuto in una famiglia di umili origini, Grobba trascorre l’infanzia e l’adolescenza nella città natale, trasferendosi a Berlino una volta terminato il ciclo di studi superiori. E sarebbe stato qui, nell’università centrale della capitale tedesca, che il giovane Grobba sarebbe venuto a contatto con l’Oriente, studiandolo sui libri e idealizzandolo nella propria mente come un’appendice esotica della Großdeutschland.

Nel 1913, dopo aver completato gli studi universitari – laurea più dottorato –, Grobba riesce a coronare il proprio sogno, seppur brevemente, ovverosia farsi inviare in Medio Oriente. Qui, più precisamente a Gerusalemme, l’aspirante diplomatico avrebbe lavorato presso il consolato tedesco in loco; un’esperienza indispensabile al fine della comprensione della complessità del teatro mediorientale e delle relazioni con la Sublime Porta.

Richiamato in patria allo scoppio della Grande Guerra, Grobba avrebbe combattuto dapprima in Europa, più nello specifico lungo le trincee francesi, e dipoi in Medio Oriente, ivi reclutato dal Corpo del Levante (Levantekorps) per via della sua conoscenza approfondita della regione, dei suoi popoli e delle sue lingue.

Nel dopoguerra, oramai preceduto dalla fama di grande conoscitore dell’arabosfera, della turcosfera e dell’islamosfera, Grobba sarebbe stato assunto dal Ministero degli Esteri della Repubblica di Weimar in qualità di responsabile delle relazioni con il Medio Oriente e l’Asia centrale. L’incarico lo avrebbe condotto fino a Kabul, dove avrebbe ricoperto il ruolo di console dal 1923 al 1925 – terminato prematuramente a causa di un incidente diplomatico legato all’assassinio di un afghano da parte di un visitatore tedesco.

Richiamato a Berlino a causa dello scandalo di cui sopra – che lo vedeva direttamente coinvolto, perché avrebbe aiutato il presunto omicida a fuggire dall’emirato –, Grobba avrebbe diretto la sezione esteri per l’Iran, l’Afghanistan e l’India britannica fino al 1932.

Nel 1933, anno dell’inizio dell’era nazista, Grobba si trovava a Baghdad in qualità di ambasciatore tedesco in loco, era diventato fluente sia nella lingua turca sia in quella araba, aveva tradotto in arabo il Mein Kampf e i Protocolli dei Savi di Sion e promuoveva sentimenti filotedeschi (e antibritannici) nella regione attraverso un giornale (al-‘Alam al-‘Arabi) e una radio (Radio Berlino).

Cogliendo il vento di cambiamento in Iraq promanante dalla morte di re Faisal I, deceduto l’8 settembre dello stesso anno, Grobba avrebbe persuaso lo scettico successore, Faisal II, a benedire un’intesa militare tedesco-irachena attraverso un astutissimo machiavello: esercitazioni congiunte e scambi militari. I militari tedeschi inviati a Baghdad, però, contrariamente alle controparti irachene mandate a Berlino, avrebbero stazionato nel regno fino alla guerra.

Dimostrando un’incredibile lungimiranza ed una conoscenza approfondita della mentalità araba, Grobba avrebbe suggerito a Hitler di non scommettere sulle famiglie reali per sovvertire l’ordine franco-britannico nell’arabosfera, ma di puntare su accademie militari e moschee, da lui ritenute più orientate all’adesione a battaglie ideologiche, nella fattispecie la lotta contro l’imperialismo britannico.

Non i reali, gridava Grobba nel deserto negli anni Trenta, ma i militari e i chierici sarebbero stati i dominatori della umma postcoloniale – una profezia che si sarebbe avverata poco a poco, a partire dalla guerra fredda, e ancora oggi valida e perdurante in gran parte del mondo arabo-islamico.

Coerentemente con la propria lettura degli eventi e con la propria interpretazione degli umori degli arabi, Grobba avrebbe continuato a supportare la monarchia – perché con essa intratteneva relazioni diplomatiche la Germania nazista – sullo sfondo della partecipazione alla co-fondazione di una società segreta, il “Circolo dei Sette”, composta da elementi delle forze armate desiderosi tanto di detronizzare Faisal II quanto di muovere guerra ai britannici.

Nel 1938, dopo aver presumibilmente orchestrato il sabotaggio del principale oleodotto britannico in terra iraqena, Grobba sarebbe stato premiato con un nuovo incarico: direzione dell’ambasciata tedesca a Riad. Persuadere i sauditi ad appoggiare la causa nazista, però, si sarebbe rivelato molto più arduo.

Baghdad, legata a Londra da un trattato costrittivo del 1930, allo scoppio della seconda guerra mondiale avrebbe deciso di non dichiarare guerra a Berlino, pur procedendo ad espellere tutte le truppe stanziate sul territorio. I britannici, però, in conformità con l’articolo quattro del suddetto trattato, speravano, o meglio si aspettavano, che gli iraqeni sarebbero entrati in guerra contro le forze dell’Asse.

Dietro alla riluttanza iraqena, reiterata in occasione dell’entrata in guerra dell’Italia a fianco della Germania, si celava l’astuto e invisibile Grobba, nel frattempo rincasato in patria per seguire da remoto gli sviluppi della guerra. La lontananza dal fronte mediorientale non avrebbe avuto ripercussioni sulla qualità del suo operato – perlomeno non ancora –, perché il primo aprile 1941, invero, Grobba avrebbe diretto il rovesciamento della monarchia da parte del Quadrato d’oro, cioè i quattro generali più potenti del Circolo dei Sette.

La reazione britannica non si fece attendere: il mese successivo avrebbe avuto inizio una campagna di bombardamenti della Royal Air Force sull’Iraq. Grobba, a quel punto, fu messo a capo di una missione segreta e inviato sul posto per coordinare l’insurgenza antibritannica con l’ausilio di istruttori, soldati e aviatori tedeschi.

Le ambizioni erano tante ed elevate, ma il piano di Grobba non avrebbe superato il trauma dell’impatto con la realtà: i vertici delle forze armate erano pronti a morire per la causa nazista, ma i soldati semplici erano tanto disorganizzati quanto impauriti dalle bombe britanniche. L’epopea del Quadrato d’oro durò il tempo di un mese. Il 30 maggio, invero, Grobba avrebbe abbandonato Baghdad dinanzi all’avanzata inarrestabile delle forze avioterrestri di Sua Maestà.

I britannici avrebbero riaffermato il loro controllo sull’Iraq, un satellite informale della Corona sin dal primo dopoguerra, ma avrebbero scoperto rapidamente l’estensione e la perniciosità del legato di Grobba. All’indomani della caduta dei quattro d’oro, infatti, la popolazione iraqena sarebbe insorta contro la comunità ebraica su incitamento di Radio Berlino, cioè di Grobba, dando vita ad un pogrom, il cosiddetto Farhud, terminato con più di 150 morti, oltre 200 feriti e circa 600 attività commerciali assaltate.

Il Farhud avrebbe influenzato fortemente Grobba, nel frattempo stabilitosi a Berlino e investito del titolo di plenipotenziario per gli Stati arabi, incoraggiandolo a spostare la tacca di mira dai militari ai chierici e l’obiettivo dal rovesciamento degli status quos alla diffusione di anarchia produttiva.

Fu in questo contesto di ridisegnamento di mezzi e fini che Grobba ed altri nazi-orientalisti, con l’incedere della guerra, avrebbero cercato di persuadere Hitler a supportare i piani genocidiali di Amin al Husseini nel mandato di Palestina e a fomentare lo scoppio di pogrom in lungo e in largo il Medio Oriente a mezzo di un Jihād del Kaiser 2.0.

Nel 1945, prima che gli Alleati potessero catturarlo, Grobba venne tratto in arresto dai militari sovietici e tenuto in stato di detenzione per dieci anni esatti, ossia fino al 1955. A loro avrebbe svelato i segreti di quel mondo arabo che, di lì a breve, avrebbero cercato di egemonizzare nel quadro della guerra fredda, quando stuzzicando le voglie di panarabismo e quando ricorrendo a un socialismo più laico che ateo.

È vero che la storia non si legge coi se, ma è più che lecito domandarsi quale e quanto sarebbe stata incisiva la strategia del Cremlino tra Nord Africa e Medio Oriente se l’incontro con Grobba non fosse mai avvenuto. I sovietici avrebbero scommesso su aristocratici e partiti politici, oppure avrebbero prediletto la via delle forze armate? E quanto è stato determinante, se lo è stato, il pensiero grobbiano nella formazione dell’agenda sovietica per il mondo arabo? Domande la cui risposta non sapremo mai.

Alcune cose, però, le sappiamo. Nel 1957, a due anni dalla fine della carcerazione in terra sovietica, Grobba avrebbe dato alle stampe un libro di memorie (in inglese edito come Men and Power in the Orient) per fornire ai lettori un resoconto in prima persona dei suoi anni al Ministero degli Esteri della Germania nazista. Un libro, quello di Grobba, che con il tempo è diventato una lettura obbligata per i diplomatici americani, europei e russi, perché utile a capire tanto la mentalità araba quanto la complessità di quel puzzle che è il Medio Oriente.

Muore il 2 settembre 1973, da uomo libero, sopravvivendo a quel Reich che sarebbe dovuto durare mille anni e assistendo alla progressiva trasformazione di Medio Oriente e Nord Africa in una macro-regione dominata da quelle dittature militari secondo lui inevitabili e influenzata da due ideologie, il panarabismo e l’antisionismo, che aveva contribuito a foggiare.