Che era Re Faysal, l’ultimo patriota arabo

Il risveglio dei popoli arabi è stato uno degli eventi più cataclismici del Novecento. Sapientemente sfruttato dall’impero britannico per accelerare la morte dell’agonizzante malato d’Europa, il sultanato ottomano, il Risorgimento della prole del profeta Maometto e dei Rāshidūn è stato alla base di alcuni degli accadimenti più significativi dello scorso secolo, come la fondazione della Fratellanza Musulmana, e ha prodotto dei personaggi le cui gesta hanno lasciato un’impronta indelebile nella storia recente, come Hasan al-Banna, Sayyid Qutb, Abdullah Azzam, Gamal Nasser e Muammar Gheddafi.

Il novero dei patrioti nati dal grembo fertile del Risorgimento arabo, che è piuttosto lungo e variegato, sarebbe incompleto senza Fayṣal ibnʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd, meglio noto come re Faysal d’Arabia Saudita, colui che seppe trasformare il nazionalismo arabo in una forza compatta e terribilmente potente, che avrebbe travolto il mondo nel 1973.

Fayṣal ibnʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd nasce a Riad il 14 aprile 1906. Terzogenito dell’allora re saudita, ʿAbd al-ʿAzīz, e di sua moglie Tarfa bint ʿAbd Allāh bin ʿAbd al-Latīf Āl Shaykh – discendente diretta di Muḥammad ibn ʿAbd al-Wahhāb al-Tamīmī al-Najdī, il padre fondatore del wahhabismo –, Faysal riceve un’educazione rigida, incisiva e incardinata sul rispetto della tradizione, venendo introdotto al codice comportamentale delle tribù dalla madre e all’islam dal nonno materno.

Allevato per diventare un re, o meglio il re, Faysal è ricettore di un’educazione trasversale, estesa dall’apprendimento mnemonico del Corano alla conoscenza dell’arte diplomatica, che lo avrebbe condotto a Londra nel 1919. Sarebbe rimasto nel Regno Unito per un pentamestre, in compagnia di funzionari governativi e diplomatici, per poi spostarsi in Francia.

Qui, nel Vecchio Continente, il giovane Faysal avrebbe imparato le arti della politica e della diplomazia, ma anche conosciuto un mondo radicalmente diverso da quello in cui era nato e cresciuto. Stregato dal lavoro di quegli amici di suo padre ʿAbd al-ʿAzīz, Faysal sarebbe tornato in patria con una missione: mostrare il proprio valore fuori e dentro dal campo, cioè nei palazzi reali come in guerra, e meritarsi la corona.

Conducendo le truppe alla vittoria nelle guerre che poco alla volta, dagli anni Venti agli anni Trenta, avrebbero portato all’unificazione della penisola arabica sotto la bandiera saudita, Faysal si costruisce la fama di abile condottiero e guadagna la fiducia del padre, che lo nomina ministro degli Esteri nel 1930, cioè a soli ventiquattro anni.

Forte della titolarità del ministero deputato alla gestione degli affari esteri di Riad, Faysal trascorrerà gran parte degli anni Trenta viaggiando visiterà persino l’Unione Sovietica nel 1933 –, costruendo legami con i potenti dell’epoca e imparando a conoscere quell’Occidente che anni dopo avrebbe sfidato a colpi di barili di greggio.

Nel 1953, alla morte di re ʿAbd al-ʿAzīz, viene nominato principe ereditario, mentre lo scettro passa al fratello maggiore, Saʿūd bin ʿAbd al-ʿAziz Āl Saʿūd. Sarà durante il regno del fratello, il miope Saʿūd, passato alla storia per la dissolutezza e gli sperperi di denaro pubblico, che Faysal si sarebbe fatto un nome fra la popolazione e i parenti.

Re Faysal dell'Arabia Saudita a Milano nel 1952

Nel 1958, dopo soli cinque anni di regno, gli anziani Saud e il clero impongono al re di trasformare Faysal in primo ministro, dotandolo di una vasta gamma di funzioni, pena la fine del loro supporto. Faysal, divenuto il potere dietro al trono, sfrutta l’occasione per riformare le finanze statali in direzione della riduzione dei costi e dell’eliminazione delle spese non necessarie, nonché per proiettare la società nella modernità – portano la sua firma l’estensione del diritto all’istruzione per le donne e l’introduzione della televisione nelle case saudite.

Eclettico e stacanovista, ma anche e soprattutto musulmano osservante, Faysal, negli stessi anni della “modernizzazione moderata”, fonda l’università islamica di Medina (1961) – ancora oggi operativa – e la Lega musulmana mondiale (1962) – un instrumentum regni in cui Riad ha iniettato una parte significativa degli 86 miliardi di dollari investiti dagli anni Sessanta ad oggi nella diffusione globale del wahhabismo.

Nel 1964, all’acme della faida intestina ai Saud, aggravata dalle crescenti interferenze di Faysal nella conduzione degli affari domestici, ha luogo il fatidico cambio al vertice. Faysal, supportato dal clero, dai decani della famiglia e da una parte dell’apparato securitario, detronizza il fratello, ricevendo lo scettro di Riad a fine anno, il 2 novembre.

Nell’immediato post-intronizzazione, Faysal preme l’acceleratore sulla rimodulazione del sistema delle finanze pubbliche e profitta del potere effettivo detenuto per traslare in realtà un’intuizione che cambierà per sempre l’Arabia Saudita: massimizzare lo sfruttamento delle risorse petrolifere di cui il sottosuolo è ricco.

A fare da sfondo all’incremento delle attività estrattive, il ridisegnamento della geografia amministrativa saudita, l’implementazione di piani quinquennali per monitorare la crescita economica – la cui efficacia era stata tastata con mano in occasione del soggiorno sovietico interguerra –, l’abolizione della schiavitù – su pressioni, si vocifera, di John Fitzgerald Kennedy – e, non meno importante, la realizzazione di un sofisticato sistema anti-colpo di Stato concepito per evitare rovesciamenti ad opera delle forze armate – era l’epoca, del resto, di Nasser e Gheddafi.

Consapevole dell’importanza dell’alleanza con l’Occidente, il primo e principale acquirente del greggio saudita, ma al tempo stesso devoto alle cause gemelle del panarabismo e del solidarismo islamico, re Faysal si sarebbe trovato ad un bivio esistenziale con l’inoltrarsi degli anni Sessanta e il deteriorarsi delle relazioni tra israeliani e palestinesi in Terra Santa: pragmatismo o idealismo, testa o cuore, pecunia o fides.

Allo scoppio della guerra dello Yom Kippur, nel 1973, Faysal trovò il modo di coniugare la lucidità della realpolitik all’astrattezza del moralismo: persuadere le nazioni produttrici di oro nero facenti parte dell’Organizzazione dei Paesi Arabi Esportatori di Petrolio (OPEC) a proclamare un embargo nei confronti degli opulenti mercati occidentali. Ottenne il doppio risultato sperato: elevare in maniera brusca e straordinaria il prezzo del petrolio al barile e dare una prima alesatura al sistema internazionale in direzione dell’emergente arabosfera.

L’impatto dell’embargo sarebbe stato profondo, tremendamente incisivo e immediato. Per Riad (e le petromonarchie) avrebbe determinato l’inizio di un’epoca d’oro, ancora oggi perdurante, basata sostanzialmente su una rendita di posizione energetica. Per le nazioni occidentali prive di giacimenti energetici significativi, indi dipendenti dalle importazioni dall’estero, avrebbe comportato l’entrata in una lunga e grave fase recessiva, palesata dall’avvio di politiche economiche incardinate sull’austerità e dalle celebri “domeniche a piedi”  delle iniziative a favore della demotorizzazione estese dagli Stati Uniti all’Italia.

Incoronato uomo dell’anno dal Time, che gli dedicò una copertina, re Faysal, in quei giorni febbrili di fine 1973 avrebbe mostrato al mondo la tangibilità del Risorgimento arabo, nonché la sua pericolosità per l’ordine internazionale occidentalo-centrico. In quei giorni convulsi, dove le nazioni occidentali tutto si sarebbero aspettate, meno che una punizione per le loro politiche estere proveniente dal bistrattato e sottosviluppato Sud globale, re Faysal, più che scrivere la storia, si fece storia.

Il momento trionfale di Faysal, proiettato direttamente ed inevitabilmente al trono della umma nel dopo-crisi petrolifera, non sarebbe durato a lungo. Il 25 marzo 1975, invero, il sovrano saudita viene ucciso a colpi d’arma da fuoco da un nipote, il 31enne Fayṣal bin Musāʿid bin ʿAbd al-ʿAzīz Āl Saʿūd, durante un evento pubblico a porte aperte.

Vano ogni tentativo di soccorso: Faysal sarebbe morto poco dopo l’arrivo in ospedale. Inutile ogni forma d’interrogatorio: il giovane Saud non avrebbe mai spiegato le ragioni del gesto. Condannato alla decapitazione, non prima di essere stato dichiarato sano di mente – circostanza utile a fugare ogni sospetto di atto motivato dalla follia –, il regicida avrebbe trascinato con sé nella tomba i segreti relativi ad uno degli omicidi più sconvolgenti e dibattuti del Novecento.

La verità non è mai emersa e, forse, mai emergerà, ma nel corso degli anni sono state congetturate alcune ipotesi, di cui due particolarmente plausibili. La prima propende verso il movente personale: il regicida avrebbe voluto vendicare il fratello, morto durante gli scontri del 1966 contro l’introduzione della televisione nel regno. La seconda è più dietrologica, ma non per questo meno realistica, e punta il dito contro la triade Stati UnitiEuropaIsraele, che avrebbe istruito e armato il Saud – curiosamente rientrato da un soggiorno americano nell’ante-regicidio – per punire severamente l’embargo petrolifero e inviare un monito sia alla famiglia reale saudita sia all’intero mondo arabo. 

Forse, ma non è per forza detto, la verità giace tra le due ipotesi – la strumentalizzazione della rabbia ad opera di menti terze e raffinate –, ma una cosa, invece, è sicura come l’oro: l’Arabia Saudita nel 1975 non avrebbe seppellito soltanto Faysal, ma anche il solidarismo islamico – svuotando di contenuto il supporto alla causa palestinese – e quell’embrionale antioccidentalismo misto ad antisionismo, convertendosi nella paladina inflessibile e incorruttibile degli interessi degli Stati Uniti in Medio Oriente.