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Eltsin, i ruggenti Novanta e la maledizione dell’anarchia ciclica

Un 19 agosto come oggi, ma del 1991, cominciava il celebre Putsch di agosto (А́вгустовский путч), l’evento che avrebbe catalizzato l’implosione dell’Unione Sovietica, accelerato la nascita della Federazione russa e gettato le basi per la rottamazione del rottamatore, Michail Sergeevič Gorbačëv, che di lì a breve sarebbe stato sostituito da Boris Nikoláevič Él’cin (Eltsin).

Gorbačëv e Eltsin, rispettivamente ultimo presidente dell’Unione Sovietica e primo presidente della Federazione russa, oggi come ieri, continuano a dividere l’opinione pubblica russa, che su di loro ha tradizionalmente espresso dei giudizi piuttosto severi: quando accusandoli di semplice incompetenza e quando di collusioni con l’Occidente aventi l’obiettivo di frammentare e depredare la ricca Russia.

Tornare indietro nel tempo, a quegli anni di transizione, cambiamento, cospirazioni e turbolenze, è l’unico modo di capire se le sentenze di coloro che hanno vissuto quell’epoca siano giustificate o meno, cioè se fondate sui fatti o se basate su illazioni esagerate. Tornare indietro nel tempo è l’unico modo di capire chi fu veramente Eltsin, il presidente più divisivo della storia della Russia indipendente.

Boris Nikoláevič Él’cin (Eltsin) nasce il primo febbraio 1931 in prossimità degli Urali, nel piccolo villaggio di Butka. Etnicamente slavo, Eltsin era l’ultimo arrivato di un’antica e benestante stirpe stanziata alle pendici degli Urali sin dal Settecento e le cui origini si perdono nel tempo.

Nato e cresciuto in una Russia convertita all’Idea comunista, Eltsin sarebbe stato il testimone della caduta in disgrazia dei propri genitori e dei loro consanguinei, impoveriti dalle politiche staliniane della collettivizzazione e della dekulakizzazione. Suo nonno paterno, Ignatii, avrebbe pagato con la vita la resistenza all’esproprio di quei beni ereditati dagli antenati e conservati con il sudore della fronte: esiliato a Nadezhdinsk nel 1934, ivi avrebbe trovato la morte due anni più tardi.

Il padre del piccolo Boris, Nicolai, avrebbe avuto un fato altrettanto severo, sebbene più clemente. Arrestato nel 1934 con l’accusa di attività antisovietiche, avrebbe scontato tre anni di prigione presso il gulag di Dmitrov. A partire da quel momento, causa il mirino degli inquirenti su di loro, il piccolo Boris e sua madre avrebbero cominciato a viaggiare di città in città, accolti da amici e familiari, alla ricerca di serenità e sicurezza.

È il 1949, la seconda guerra mondiale è terminata, e Boris, oramai adolescente, viene ammesso all’Università tecnica statale degli Urali, sita a Ekaterinburg (ex Sverdlovsk). Non ancora convertito al comunismo, molto probabilmente a causa del proprio vissuto, quivi verrà introdotto (forzatamente) allo studio del marxismo-leninismo e si specializzerà in ingegneria industriale e civile. Ad ogni modo, come attestato dalla sua documentazione universitaria, avrebbe terminato il ciclo di studi senza risultare iscritto a nessuna organizzazione di natura politica.

Nell’immediato post-laurea, coerentemente con il proprio credo soviet-scettico, avrebbe continuato a manifestare il totale disinteresse nei confronti della politica, dedicandosi all’utilizzazione pratica della specializzazione conseguita all’università presso il Direttorato edile di Sverdlovsk. La sua dedizione al lavoro, accentuata dalla severità mostrata nei confronti dell’assenteismo e della bassa produttività, lo avrebbe reso popolare tra i superiori, i quali, a loro volta, lo avrebbero introdotto negli ambienti comunisti.

Il 1960 è l’anno della svolta. Dopo una vita passata ed evitare accuratamente ogni contatto con quel Partito Comunista che aveva immiserito i suoi parenti, ed incarcerato suo padre, Eltsin ne diventa membro in prova. L’adesione sarebbe stata finalizzata l’anno successivo. Una volta nel Partito, comunque, avrebbe chiesto a chi di dovere di essere escluso dalla politica stricto sensu, ottenendo di essere inserito nella sezione dedicata al monitoraggio dell’implementazione dei piani di edilizia ed urbanistica.

Avrebbe fatto carriera all’interno del Partito in maniera sui generis, cioè senza occuparsi di politica in un’epoca ed in un regime connotati da una politicizzazione pervasiva e asfissiante. E avrebbe ottenuto vari riconoscimenti per i risultati conseguiti nel campo, dalle medaglie agli avanzamenti di carriera, finendo, infine, a Mosca, dove, a partire dal 1976, avrebbe cominciato a ricoprire il ruolo di Primo segretario del Comitato di Partito per l’oblast di Sverdlovsk.

Entrato nelle grazie dell’allora segretario generale del Partito Comunista, Leonid Brezhnev, Eltsin si sarebbe rivelato all’altezza dell’incarico, mostrando un attaccamento crescente alla bandiera sovietica. Negli anni della direzione del segretariato per l’oblast di Sverdlovsk, invero, Eltsin avrebbe ordinato la demolizione della Casa Ipat’ev – sede dell’esecuzione dei Romanov e destinazione di un flusso crescente di turisti e pellegrini – e predisposto l’introduzione di maggiori sanzioni nei confronti degli abitanti dell’oblast impegnati in attività antisovietiche.

Apprezzato dagli alti papaveri per l’intransigenza e l’irreprensibilità, ma anche per la vasta erudizione dimostrata nel corso degli anni, Eltsin avrebbe vissuto l’ultima fase di vita dell’Unione Sovietica in maniera ascendente: nel 1978 l’entrata nel Soviet Supremo, nel 1981 l’ingresso nel Comitato centrale del Partito Comunista e nel 1985 la trasformazione in primo segretario del gorkom del Partito Comunista di Mosca – fortemente voluta dal collega ed amico Gorbačëv.

Pessimista in merito al futuro dell’Unione Sovietica, Eltsin, l’anticomunista redento, contrariamente a Gorbačëv la riteneva irriformabile e da troppo tempo in declino perché qualcosa potesse essere fatto per la sua salvezza. E poco dopo l’irruzione trionfale nella scena politica di Mosca, coerentemente con la propria disillusione, avrebbe cominciato ad esporre la sua visione a colleghi, amici ed intellettuali, esortandoli a prendere atto dell’ineluttabilità della fine.

Nel 1987, all’acme di questo periodo contraddistinto dal disincanto e dalla frustrazione, Eltsin avrebbe fatto la storia, diventando il primo politico della storia sovietica a rassegnare (volontariamente) le dimissioni dal Politburo. Sopravvissuto ad un presunto tentativo di suicidio e fatto oggetto di una dura campagna di distruzione della reputazione – emblematizzata dal tormentone “Boris, ti sbagli!” (Борис, ты не прав) –, Eltsin sarebbe uscito incredibilmente vincitore dal conflitto.

Odiato dai colleghi di partito ma crescentemente popolare presso l’opinione pubblica, Eltsin, promettendo ai connazionali di riportare l’ordine all’interno della sempre più frammentata Unione, avrebbe stravinto le presidenziali della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa  primo con il 57% dei suffragi, seguito a lunga distanza da Nikolai Ryzhkov (16%) e altri quattro candidati.

Eltsin credeva che quella vittoria elettorale avrebbe determinato un nuovo principio: si sbagliava. A metà agosto, cioè un mese dopo l’insediamento in ufficio, gli elementi più radicali del Partito Comunista e delle forze armate avrebbero cercato di detronizzare Gorbačëv allo scopo di fermare la perestroika. Eltsin, prevedendo il corso che avrebbero potuto prendere gli eventi, sarebbe sceso in piazza per difendere il fu amico divenuto nemico e, così facendo, accelerare la morte della moribonda Unione Sovietica.

Quel nuovo inizio che aveva sognato, però, non si sarebbe mai materializzato. Perché Eltsin, riscopertosi nuovamente anticomunista, mettendo fuorilegge le attività del Partito, benedicendo la disgregazione dell’entità sovietica accordo di Minsk – e liberalizzando nottetempo il più grande mercato chiuso del pianeta, avrebbe innescato la miccia di una bomba la cui detonazione lo avrebbe travolto di lì a pochi anni.

L’era Eltsin, dall’inizio alla fine, per la neonata Federazione russa avrebbe significato soltanto una cosa: anarchia. Anarchia economica, anarchia sociale, anarchia politica.

La condizione di anarchia economica, da alcuni ritenuta un vero e proprio “genocidio economico“, avrebbe assunto varie forme, tra le quali si ricordano l’aumento straordinario e repentino del costo della vita causa iperinflazione e il ridimensionamento eccezionale del prodotto interno lordo – con ipogei del -50%.

L’anarchia sociale si sarebbe manifestata nello scoppio di guerre di mafia, nelle lotte di potere tra vecchia e nuova dirigenza, nelle dimostrazioni popolari a cadenza settimanale, nelle guerriglie urbane e nell’ascesa dei separatismi etno-religiosi tra il Volga meridionale e il Caucaso meridionale.

L’anarchia politica, perdurata dal 1991 al 1999, avrebbe avuto come acme il bombardamento della Casa Bianca (Белый дом) da parte dei militari fedeli a Eltsin. Un bombardamento concepito allo scopo di porre fine alla crisi costituzionale del 1993 e che avrebbe provocato la morte di 187 persone e il ferimento di 437. Un bombardamento che, nonostante l’apparente stato di calma prodotto, avrebbe persuaso lo Stato profondo del dovere di porre fine al nuovo periodo dei torbidi e al dominio dei Sette Boiardi 2.0.

Il punto di non ritorno sarebbe stato raggiunto nel 1996, quando Eltsin, costretto a siglare una pace ignominiosa con la piccola ma ingestibile Cecenia, avrebbe firmato inconsapevolmente la propria condanna. Perché la questione cecena avrebbe potuto innescare un effetto domino potenzialmente letale, uno scenario da evitare a tutti i costi per lo Stato profondo.

Ad aggravare la posizione di Eltsin agli occhi degli invisibili difensori dell’Impero russo, oltre al fattore ceceno e ai supplizi patiti dai cittadini, la manifestazione di una sostanziale indifferenza dinanzi al bellum omnium contra unum in Serbia – a parole combattuto, nei fatti agevolato non intervenendo – e al primo allargamento dell’Alleanza Atlantica nell’ex patto di Varsavia.

Il 9 agosto 1999, incurante di ciò che sarebbe accaduto dopo, Eltsin avrebbe ascoltato i suggerimenti provenienti dai vari poteri dietro al trono del Cremlino. Suggerimenti relativi alla necessità di affidare la direzione del governo a Vladimir Putin, un personaggio sconosciuto tanto all’opinione pubblica quanto agli stessi politici, perché formatosi lontano dai riflettori, nelle file del Kgb.

Pochi mesi dopo, la sera del 31 dicembre, un visibilmente stanco e debole Eltsin, sempre più sotto l’influenza di quell’uomo venuto da Berlino Est, avrebbe parlato alla nazione attraverso il televisore, comunicando ai concittadini di aver preso la decisione di rassegnare le dimissioni. Un commiato simbolicamente dato l’ultimo dell’anno: l’ultimo d’anno del Novecento.

Per la gioia dei russi – il suo tasso di approvazione popolare era al 2% –, e dell’invisibile ma onnipresente Stato profondo, l’arrivo del Duemila sarebbe stato accompagnato dalla speranza in un futuro diverso, forse migliore. Un futuro incarnato da Putin, il silovik incaricato dallo Stato profondo di rottamare i rottamatori, punire i nuovi boiardi, trovare un epilogo al nuovo periodo dei torbidi e riportare la Russia nell’alveo delle grandi potenze.

Aumentano gli anni che ci separano da quei giorni caotici (ed incompresi) dell’agosto ’91 – l’agosto più bollente della storia recente dell’Impero russo –, ma per alcuni, dalla gente comune ai siloviki che hanno preso il controllo del Cremlino, lo spettro di quell’anarchia è tutt’altro che un ricordo sbiadito: è uno spettro immortale, che aleggia nell’oscurità e che attende pazientemente di innescare un nuovo poltergeist.

Uno spettro, quello della maledizione dell’anarchia a cicli, che riappare periodicamente, in conformità con la dura lex dell’eterno ritorrno, e che ogni volta mette a repentaglio l’esistenza stessa della Santa Russia (Святая Русь). Uno spettro che fra il 1989 e il 1991 avrebbe assunto la forma della dissoluzione dell’Unione Sovietica, che fra il 1905 e il 1917 avrebbe condotto alla fine dell’epoca zarista e che fra il 1598 e il 1613 avrebbe gettato la civiltà russa nel periodo dei torbidi (смутное время) – un quindicennio incredibilmente somigliante alla prima decade di vita della neonata Federazione russa, perché contraddistinto dalla diffusione del banditismo, dalla pervasività delle lotte di potere, dal depauperamento della popolazione e dagli innumerevoli tentativi del mondo esterno di profittare della situazione.

Scrivere della maledizione dell’anarchia a cicli è più che importante – è fondamentale –, perché essa è il motivo fondante del disturbo paranoide che ha tradizionalmente caratterizzato la classe dirigente del Cremlino, da sempre alla ricerca di stati cuscinetto a protezione dei propri confini fluidi e da sempre diffidente di tutti i popoli dell’Eurasia, dai tedeschi ai cinesi, perché convinta dalla storia di possedere soltanto due alleati: la propria Marina e il proprio Esercito.

La fobia della maledizione dell’anarchia ciclica è la chiave di volta per la comprensione di ognuna delle mosse che Vladimir Putin e il suo circolo hanno fatto a livello domestico, dal 2000 ad oggi. Mosse che spaziano dal guinzagliamento dei temibili oligarchi emersi nell’immediato post-Urss – un déjà-vu per l’allora neopresidente, che in essi avrebbe visto la versione moderna dei seicenteschi “Sette Boiardi” (Семибоярщина) – all’addomesticamento delle conflittuali repubbliche turco-islamiche stese al di là di Volga e Urali.

Mosse come l’ultima strategia di sicurezza nazionale, che risente visibilmente del timore di una nuova dissoluzione. E mosse come la damnatio memoriae lanciata su Eltsin, quel figlio della decadenza, circondato dalle ombre del tradimento, che, forse, osservando bene la storia della millenaria Russia, fu carnefice e vittima al tempo stesso: carnefice della morente Unione Sovietica e della neonata Russia, vittima della maledizione dell’anarchia ciclica.