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Edward Law, il pioniere del Grande Gioco

La storia, diceva il filosofo Friedrich Nietzsche, è l’eterno ritorno dell’uguale. Un ciclo che si ripete all’infinito, dove i medesimi eventi tendono a ripresentarsi periodicamente sotto nuove o mentite spoglie. Un ciclo dal cui ventre vengono partoriti grandi uomini le cui gesta restano impresse eternamente nella storia per guidare i passi di coloro che verranno dopo. Un ciclo che non si fermerà mai, perché semplicemente inarrestabile.

Oggi come ieri, domani come sempre, la dura legge dell’eterno ritorno dell’uguale sta scrivendo il presente dei contemporanei e plasmando il futuro dei posteri. Perché quella attuale, invero, è l’epoca dei grandi remake geopolitici: dalle nuove guerre russo-turche alla guerra fredda 2.0, passando per la riedizione della corsa all’Africa e la rinascita del Grande Gioco in Asia centrale. E quest’ultimo, il Grande Gioco 2.0, che rispetto al passato è tinto di multipolarismo, potrebbe essere compreso più in profondità riscoprendo uno dei personaggi che ne dominarono la versione primigenia: Edward Law, il primo conte di Ellenborough.

Edward Law nasce a Londra l’8 settembre 1790. Figlio d’arte – il padre era il noto Edward Law, parlamentare, barone e Lord Giudice capo della Corte d’Inghilterra e del Galles –, Law viene allevato in un ambiente aristocrastico e riceve un’educazione di alto livello. Si forma, infatti, tra l’Eton College di Eton e il Saint John’s College di Cambridge – due delle istituzioni più prestigiose del Regno Unito –, presso i quali verrà introdotto alle arti della politica e della diplomazia.

Nel 1812, a soli ventidue anni, il giovane Law entra in politica vestendo la maglia dei Tory, dei conservatori fermamente convinti della supremazia dell’anglicanesimo sul cattolicesimo e della superiorità del potere regio su quello parlamentare. Dopo una prima esperienza di due anni come rappresentante di un borgo putrido (rotten borough) della Cornovaglia, funzionale a conferirgli il diritto ad entrare nella Camera dei Comuni, nel 1818 eredita dal padre, nel frattempo deceduto, sia una sedia nella Camera dei Lord sia il titolo di barone.

Nel 1828, dopo aver trascorso esattamente un decennio ad occuparsi di politica interna, Law viene nominato Lord custode del sigillo privato dall’allora primo ministro Arthur Wellesley, altresì noto come il duca di Wellington, cominciando a servire nel governo in qualità di consigliere per gli affari esteri.

E sarebbe stato proprio il duca di Wellington, un uomo formatosi sui campi di guerra e contro Napoleone, ad intravedere qualcosa in Law: del talento, dell’acume per la politica internazionale. Messo a capo della commissione di controllo della Compagnia delle Indie orientali, la più potente longa manus di Londra nel mondo, Law avrebbe dimostrato un’incredibile capacità di comprensione delle questioni asiatiche, cogliendone la complessità e supportando il duca nella difesa degli interessi della Corona.

Fu Law, ad esempio, a comprendere la pivotalità del dominio indiano, suggererendo al duca di Wellington di trasferirne la sovranità dalla Compagnia delle Indie orientali alla Corona. E fu sempre Law che, sullo sfondo degli studi a distanza dell’India, affidò all’amico ed esploratore Alexander Burnes la missione di visitare la sconosciuta e selvaggia Asia centrale nel tentativo di capire perché gli zar fossero così interessati al suo fato (e al suo controllo).

Law, in breve tempo, si sarebbe rivelato l’uomo giusto al posto giusto e al momento giusto: il momento dell’inizio del Grande Gioco. Forte della fiducia in lui riposta dal duca di Wellington, nonché del ruolo di potere rivestito all’interno della Compagnia delle Indie orientali, Law diventò lo scrittore ombra dell’agenda estera della Corona per l’Asia centrale e l’indosfera.

Law aveva compreso una verità sino ad allora ignorata dai connazionali: l’impero russo andava espandendosi nell’afosa e caotica Asia centrale allo scopo di raggiungere l’India. Perché il sogno recondito di tutti i sovrani della Terza Roma, sin dall’epoca pre-zarista, era sempre stato uno: lo sbocco in un mare caldo. E l’India, desiderio dei grandi condottieri sin dai tempi di Alessandro Magno, rappresentava uno degli sbocchi caldi più geostrategici del supercontinente.

L’abile stratega aveva avuto un’illuminazione su come impedire agli zar di estendere i loro tentacoli sull’India, la mela d’oro dell’impero britannico, e vincere il neonato Grande Gioco. Un’illuminazione accolta positivamente dai vertici imperiali e sostanziamente incardinata sui seguenti elementi: cattura dell’Afghanistan, anglicizzazione culturale del dominio indiano, diplomazia segreta e ricorso ad alleanze estemporanee in chiave antirussa con i signori del deserto dell’Asia centrale.

Law non sarebbe vissuto tanto a lungo da assistere alla conclusione del più importante confronto egemonico russo-britannico della storia, ma sarebbe stato il testimone del progressivo concretarsi della sua strategia: le missioni segrete di Burnes tra Asia centrale e subcontinente indiano, la spedizione di Kabul del 1842, le partite a scacchi con gli emiri afghani Dost Mahommed Khan e Shah Shujah Durrani e, ultimo ma non meno importante, la strumentalizzazione delle differenze interreligiose e interetniche in India ai fini dell’indebolimento delle famiglie reali autoctone e del consolidamento dell’egemonia britannica.

Nel 1844, rincasando da un’Asia (temporaneamente) pacificata attraverso la guerra, riceve una serie di ricompense per i servigi resi alla Corona, tra le quali il titolo di conte di Ellenborough e la Gran Croce dell’Ordine del Bagno. Avrebbe trascorso i successivi anni in patria lottando per una riduzione dell’autonomia della Compagnia delle Indie orientali, per il mantenimento in stato di asservimento dell’India e per la sobillazione degli animi nel turbolento Turkestan in funzione antirussa, dedicandosi nel tempo libero alla scrittura di opere monumentali focalizzate sull’universo civilizzazionale indiano.

Muore nel 1871, alla veneranda età di ottantuno anni, lasciando ai posteri un legato inestimabile in termini di lungimiranza politica e strategia diplomatica. Perché oggi, epoca del Grande Gioco 2.0, l’ombra del conte di Ellenborough aleggia terrificamente su quelle indomabili terre stese da Samarcanda a Calcutta. Terre che, Law lo ha dimostrato, possono rivelarsi più produttive da instabili che da stabili. Terre la cui destabilizzazione eteroguidata serviva e serve una vasta gamma di obiettivi: dal contenimento della Russia a mezzo del leveraggio del tribalismo islamico nelle steppe centroasiatiche al rimpicciolimento delle ambizioni di grandeur della potente ma fragile India.

Terre, quelle stese da Samarcanda a Calcutta, senza trascurare il Caucaso, che, ieri come oggi, e domani come sempre, sono e saranno le trincee in cui le talassocrazie atlantiche e le tellurocrazie eurasiatiche si combattono e si combatteranno eternamente per l’egemonizzazione dell’Isola-mondo.