Terrorismo, deforestazione, epidemie: un solo luogo, molte sfide
ECCO DOVE VOGLIAMO ANDARE

Dal sogno dell’indipendenza al golpe di Mobutu

Il 1960, l’anno mirabilis dell’Africa, durante il quale ben 17 paesi africani si resero indipendenti interessò anche il Congo, lo stato africano che prima era stato un possedimento privato di Re Leopoldo e che poi divenne una colonia del Belgio. Ma, a differenza di altri stati, come scrive lo storico Van Reybrouck nel suo bestseller Congo: “la decolonizzazione tragica del Congo fu una storia con molti punti ciechi e pochi, occasionali momenti di lucidità”. Il desiderio di indipendenza incominciò a toccare le coscienze di molti cittadini congolesi a partire dalla fine della Seconda guerra mondiale quando molti militari africani che prestarono servizio nelle truppe coloniali conobbero i modi di vita degli occidentali e contemporaneamente si resero conto della vulnerabilità dei colonizzatori.

È così che negli anni ’50, mentre si sviluppava un’elité intellettuale di cittadini congolesi, si fece largo sulla scena sociale del paese africano Joseph Kasavubu, uno dei primi intellettuali congolesi che dopo aver terminato gli studi in seminario si trovò alla testa dell’Abako, un’associazione che difendeva gli interessi e la cultura dei bakongo a Kinshasa, e che in breve tempo divenne un’associazione politica che pose la prima pietra della decolonizzazione congolese.


“Vogliamo raccontare i drammi senza fine del Congo, una terra tormentata da gruppi armati anche di matrice islamista, depauperata dallo sfruttamento delle risorse minerarie, travolta da epidemie e da sfide che riguardano tutti noi. Vogliamo farlo attraverso lo sguardo di chi da anni si occupa di questo Paese: il fotografo Marco Gualazzini e il giornalista Daniele Bellocchio.
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Nel 1956, l’Abako pubblicò un manifesto politico incendiato nel quale chiedeva l’emancipazione immediata della gente congolese. In quegli anni il mondo era in fermento: durante la conferenza di Bandung del 1955 i Paesi non allineati avevano dichiarato: “Il colonialismo in tutte le sue forme è una piaga che deve cessare al più presto”, nel 1958 la guerra d’Algeria raggiunse il suo apice, Marocco, Tunisia erano liberi dalla madrepatria francese, Filippine, India, Pakistan e Birmania avevano già raggiunto il proprio sogno di emancipazione e anche in Africa, Kwame Nkrumah aveva affrancato il Ghana dal giogo di Londra e ne aveva dichiarato l’indipendenza il 6 marzo 1957, primo Paese africano ad ottenere l’autodeterminazione.

Eventi che infettarono anche la colonia belga che vide nascere nuovi partiti come il Movimento Nazionale Congolese di Patrice Lumumba e la Conakat di Moise Tshombe e la parola indipendenza era ormai sulla bocca di tutti i leader politici locali e per le strade incominciarono ad affrontarsi giovani congolesi incendiati dall’idealismo carismatico di Lumumba. Nel 1959 Re Baldovino parlò pubblicamente della volontà del Belgio di accompagnare verso un’indipendenza prospera la sua colonia ed è così che il 20 gennaio 1960, al Palazzo dei Congressi di Bruxelles, si trovarono i rappresentanti politici belgi insieme a quelli congolesi per discutere riguardo a quando e come sarebbe avvenuta la transizione e in che giorno il Congo sarebbe divenuto indipendente. Il 20 febbraio, dopo un mese di lunghe trattative, una data venne fissata: il 30 giugno 1960 il Congo sarebbe stato uno stato libero e sovrano.

A maggio 1960 si tennero le elezioni in Congo, le principali forze politiche che si presentarono erano: l’Abako di Kasavubu, che mirava a un Congo federale e indipendente, l’MNC di Patrice Lumumba, che credeva in un Congo unito e indipendente, e poi il Conakat di Tshombe che invece mirava a un Congo federale legato al Belgio. Ma, nonostante l’euforia per l’imminente indipendenza, la longa manu dell’ex colonizzatore era ancora presente nell’Africa equatoriale. Il Belgio infatti, alla tavola rotonda di Bruxelles, impose ai leader politici congolesi che le aziende operanti in loco potessero scegliere se dipendere dal diritto congolese o da quello belga, e molti capi di aziende optarono per la sede sociale in Europa.

Ma il peggio per l’economia del futuro stato avvenne il 27 giugno, tre giorni prima dell’indipendenza, quando il Parlamento belga, con l’approvazione del governo congolese, abolì il Comité Special del Katanga, una società pubblica che assegnava concessioni a imprese private. Abolendo il Csk il Congo si trovò proprietario del gigante estrattivo Union Minière soltanto come azionista di minoranza e ciò significò due cose: la perdita di milioni di dollari e l’impossibilità di mettere l’industria al servizio della nazione. In ogni caso dalle urne uscì il primo governo del Congo che vedeva Kasavubu Presidente e Lumumba premier ma, se nelle strade la gente esultava e festeggiava, in realtà, come viene riportato nel libro Congo: “l’emancipazione accelerata del Congo fu una tragedia mascherata da commedia che non poteva che avere un esito disastroso”.

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CAUSALE: Reportage Congo
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La figura politica chiave dell’indipendenza congolese fu Patrice Lumumba. Il leader dell’MNC, oltre ad aver ottenuto il seggio di primo ministro, aveva conseguito anche il portafoglio della Difesa Nazionale. Un passaggio molto importante per comprendere gli avvenimenti che, nel giro di poche ore dalla proclamazione dell’indipendenza, avrebbero portato disordine e instabilità in tutto il Paese. Sebbene il Congo fosse uno stato sovrano, l’economia e anche le forze armate erano ancora sotto controllo del Belgio e il comandante in capo della Force Publique era il generale Janssens. Quando, nei primi di luglio, il parlamento del neonato stato decise che i rappresentanti politici avessero diritto a un indennizzo di 500’000 franchi, il Congo iniziò a vacillare sui suoi fragili piedi di argilla.

La disposizione ebbe due drammatiche conseguenze: la prima fu l’aumento del prelievo fiscale nelle province del Kasai e del Katanga, la seconda l’ammutinamento dell’esercito. Dal momento che i militari erano esclusi da questo rimborso, questi si ribellarono, picchiarono ufficiali, occuparono le caserme e sfogarono la loro rabbia contro gli occidentali e contro i politici dell’MNC. Lumumba il 6 luglio intervenne commettendo forse il più grave errore del suo mandato politico: distrusse infatti con le sue riforme una delle più solide istituzioni del neonato stato, l’esercito appunto, e promosse l’uomo che da lì a qualche anno l’avrebbe spodestato e ucciso: Mobuto Sese Seko.

I provvedimenti che adottò Lumumba furono privi di qualsiasi pragmatismo. Il premier promise infatti l’avanzamento di grado di ogni soldato, destituì Janssens e promosse Mobutu a capo di stato maggiore e poi africanizzò l’esercitò cambiandogli il nome in Armée Nationale Congolaise. La Force Publique che per la sua disciplina aveva ottenuto successi encomiabili durante le due guerre mondiali venne trasformata in una masnada indisciplinata di uomini armati. Il Congo si affacciava alla storia senza più un esercito. Intanto iniziarono a verificarsi violenze contro gli ex coloni e gli occidentali presenti nel Paese e il 9 luglio, a Elisabethville, odierna Lubumbashi, venne ucciso anche il viceconsole italiano Tito Spoglia, 37 anni. E oltre 30’000 cittadini belgi, all’indomani, lasciarono il Paese. Il nuovo stato, dopo una settimana dalla sua nascita, si trovava quindi privato dell’esercito, dopo due dell’amministrazione e dopo tre di un sistema economico. La tragedia del Cuore di Tenebra era incominciata.

Il Belgio, approfittando delle violenze in corso contro i suoi cittadini, inviò un contingente di 1800 paracadutisti nel Paese. Ufficialmente l’inviò dei militari era stato fatto per proteggere i connazionali, in realtà Bruxelles, attraverso i propri uomini, occupò intere aree della nazione. L’11 luglio infatti, il giorno dopo lo sbarco dei parà, Moise Tshombe proclamò la secessione della regione diamantifera del Katanga e ottenne l’immediato sostegno del Belgio e dei vertici dell’Union Minière. I militari congolesi vennero disarmati dagli insorti katanghesi, nacque la Gendarmerie Katanghese e la banca centrale del Belgio contribuì alla creazione della banca centrale del Katanga. Il sogno di un Congo unito era franato in 10 giorni dalla proclamazione di indipendenza. E il Congo divenne un pedina cruciale nello scacchiere della Guerra Fredda.

Il giorno dopo la secessione del Katanga Kasavubu e Lumumba si rivolsero alle Nazioni Unite e il 13 luglio il segretario ONU Dag Hammarskjold convocò una riunione d’urgenza ottenendo l’approvazione di una risoluzione che intimava al Belgio il ritiro delle sue truppe e sosteneva l’invio di un contingente di Caschi blu. L’Operazione Safari prese il via immediatamente e 12000 soldati di interposizione sbarcarono in Congo, ma la risoluzione non soddisfò Lummumba. Il primo ministro lamentò il fatto che il Belgio non venisse sanzionato in alcuna maniera e che ci fosse un rifiuto da parte delle Nazioni Unite di schiacciare la secessione katanghese. La mossa successiva di Kasavubu e Lumumba, accompagnata dalla celebre frase di quest’ultimo: ”chiederemo l’aiuto del diavolo o di chiunque altro purchè cacci le truppe belga”, fu quella di rivolgersi a Mosca.

Kruscev fece sapere che, se fosse proseguita la “guerra imperialista” del Belgio, non avrebbe esitato in modo energico a mettere fine all’aggressione. L’URSS inviò aerei Ilyushin, agenti del KGB e consulenti militari ma, all’azione di Mosca, seguì, come prevedibile, la reazione di Washington. Lasciare il Congo ai russi avrebbe indebolito gravemente l’apparato militare statunitense e così Eisenhower, che voleva sbarazzarsi di Lumumba, aprì una sede della Cia a Leopoldivlle e Allen Dulles, allora direttore dell’Agenzia, mandò un cablogramma al suo uomo in Congo che recitava: ”rimozione di Lumumba urgente e prioritaria”. Lumumba, che venne tacciato di comunismo quando in realtà a livello economico pendeva per il liberalismo e a livello politico era un nazionalista, ora era solo e l’unico supporto che aveva era quello di Mosca. Gli Stati Uniti volevano eliminarlo, con le Nazioni Unite ruppe dopo che accusò Hammarskjold di essere al soldo dei mercenari belgi e si alienò anche Kasavubu che divenne invece l’uomo di riferimento del palazzo di vetro. Intanto, ad agosto, avvenne un ‘altra secessione: la provincia del Kasai, guidata da Albert Kalonji dichiarò l’indipendenza, i soldati di Lumumba non riuscirono a conquistare la regione ma massacrarono migliaia di civili Baluba facendo inorridire l’opinione pubblica internazionale.

A settembre del 1960 avvenne lo stravolgimento amministrativo del Paese. Kasavubu il 5 settembre destituì Lumumba dal ruolo di premiere, il leader dell’MNC rispose destituendo a sua volta Kasavubu pur non essendo autorizzato a farlo e senza avere la potenza militare per permettersi un colpo di mano del genere dal momento che i suoi uomini erano impegnati in Kasai. I caschi blu impedirono alle truppe di Lumumba di tornare nella capitale e misero fuori servizio Radio Congo dalle cui frequenze il premier destituito avrebbe potuto chiamare i suoi a raccolta. La scelta di campo era stata fatta e fu allora che intervenne la Cia prendendo contatti con il colonnello Mobutu e garantendogli che gli Usa avrebbero immediatamente riconosciuto il suo governo nel caso in cui avesse ordito un golpe. L’ex amico di Lumumba non ebbe esitazioni e il 14 settembre rovesciò l’esecutivo, mantenne Kasavubu come presidente per dare una parvenza di legittimità al suo governo e fece porre agli arresti domiciliari Lumumba che venne sorvegliato a vista dai caschi blu ghanesi e congolesi.

Dopo l’arresto di Lumumba, a novembre 1960, Antoine Gizenga si pose alla testa dei fedelissimi lumumbisti, instaurò la sua roccaforte a Staleyville, attuale Kisangani, e da lì riordinò le sue truppe per cercare di riconquistare il Paese. A cinque mesi dalla sua indipendenza il Congo, per usare una terminologia postuma nella storiografia, era completamente balcanizzato. Ben quattro erano i governi presenti nel Paese africano. Moise Tshombe governava nel Katanga supportato dal Belgio e dall’Union Minière, Albert Kalonji nel Kasai con i finanziamenti della Forminière, Kasavubu e Mobutu a Kinshasa appoggiati dagli Stati Uniti e Antoine Gizenga a Stanleyville con l’aiuto dell’Unione Sovietica. Ma se Tshombe e Kalonji erano due satrapi che controllavano soltanto due regioni, Kasavubu/Mobutu e Gizenga rivendicavano invece le redini del governo nazionale.

A decidere a chi spettava la legittimità governativa ci pensò l’assemblea delle Nazioni Unite del 22 novembre che, con una maggioranza di 53 Paesi, riconobbe nel governo di Kinshasa l’autentica leadership del Paese. Con questo riconoscimento era stata decretata anche la condanna a morte di Lumumba perchè da lì a poco i soldati delle Nazioni Unite che controllavano la residenza dove era stato messo agli arresti sarebbero stati ritirati e quindi per l’ex premier non rimaneva che una possibilità per mettersi in salvo: la fuga verso Stanleyville dove Gizenga aveva radunato i suoi uomini. Lumumba provò a fuggire, la notte del 27 novembre, approfittando di un acquazzone tropicale; scappò dalla casa dov’era sotto stretta sorveglianza ma, appena la notizia della sua evasione si diffuse, iniziò una vera e propria caccia all’uomo e gli aerei di ricognizione lo intercettarono prima che lui potesse arrivare dai suoi sostenitori. Lumumba venne catturato, trasferito dapprima nel Kasai e poi in Katanga, dove gli uomini di Tshombe e i mercenari belgi lo torturarono e infine, il 17 gennaio, lo uccisero e poi sciolsero il suo corpo nell’acido.

La seconda fase della prima Repubblica congolese, quella che va dal 1961 al 1963, ebbe come oggetto la secessione katanghese che iniziò l’11 luglio 1960 e terminò il 14 gennaio 1963. Ucciso Lumumba è legittimo pensare che il suo rivale e assassino materiale, Moise Tshombe, acquisisse potere e prestigio agli occhi della comunità internazionale. In realtà avvenne esattamente l’opposto. Tshombe ora divenne il nemico pubblico numero uno delle potenze internazionali sullo scacchiere congolese e a fare da grande burattinaio, in questa fase della storia del Paese africano, fu il sottosegretario di stato statunitense George Ball. Da un punto di vista economico Ball avrebbe voluto supportare la repubblica secessionista ma politicamente questa scelta di campo avrebbe voluto dire alienarsi l’appoggio delle Nazioni Unite e trasformare consequenzialmente Gizenga nell’uomo simbolo dell’unità congolese.

Gli Usa che si servirono dei katanghesi per eliminare l’ex legittimo premier, in sintonia con le Nazioni Unite, decisero di supportare Kasavubu e Mobutu cercando di avviare dei negoziati con Tshombe e arrivare così a un soluzione di tipo federale. Il primo semestre del 1961 vide molteplici tentativi diplomatici ma tutti franarono e così, a settembre, i caschi blu lanciarono una pesante offensiva per riprendere il controllo del Katanga. Una delle battaglie più famose di questo periodo fu quella di Jadotville nota grazie anche al colossal cinematografico divenuto famoso oggi sulla piattaforma Netflix.

In ogni caso gli scontri furono ferocissimi e provocarono crisi ed esodi umanitari. La crisi però era anche politica: gli Usa, guidati dall’amministrazione Kennedy, dopo lo scotto della Baia dei Porci, si rifiutarono di fornire copertura aerea ai soldati dell’Onu e la Francia si rifiutò di dare supporto finanziario. A questo punto il segretario delle Nazioni Unite Hammarskjold tentò la carta diplomatica e si imbarcò per incontrare Tshombe che intanto era fuggito in Rhodesia del Nord. Il 18 settembre 1961, il velivolo su cui viaggiava il segretario delle Nazioni unite però precipitò per cause mai chiarite poco prima dell’atterraggio. Nessun membro dell’equipaggio sopravvisse. A novembre invece un’altra tragedia toccò i contingenti dei caschi blu e, nello specifico, i soldati italiani. A Kindu, l’11 novembre 1961 , due veivoli C-119 della 46esima Aerobrigata di Pisa assegnati al contingente delle Nazioni Unite atterrarono all’aeroporto di Kindu per portare rifornimenti alla guarnigione malese di stanza nella cittadina. Terminate le operazioni di scarico i tredici aviatori italiani si diressero alla mensa della guarnigione ma qui vennero attaccati da un gruppo di militari ammutinati: tutti i 13 aviatori italiani furono uccisi. La notizia arrivò in Italia soltanto il 16 novembre.

La guerra sembrava ormai cristallizzata e nessuno pareva in grado di porre fine al conflitto ma, a gennaio 1962, le truppe di Kasavubu e Mobutu riuscirono a porre fine dapprima alla secessione del Kasai e poi a rovesciare il governo di Gizenga ad est. Rimaneva irrisolta soltanto la questione katanghese. Il Nuovo segretario delle Nazioni Unite, il birmano U Thant provò anche lui a cercare la via diplomatica ma invano e allora Kennedy, deciso a mettere fine all’esperienza dei separatisti, diede un notevole sostengo economico all’offensiva finale delle Nazioni Unite e venne così avviata l’operazione ”Grande Slam”. Il 14 gennaio 1963 Tshombe annunciò la fine della secessione del Katanga e riparò nella Spagna di Franco.

Dei pretendenti al trono del Congo orano ne erano rimasti soltanto due: Kasavubu e il colonnello Mobutu. Ma dal momento che Mobutu non era stato il leader militare che il Congo, e anche le potenze esterne si aspettavano, chi uscì davvero come vincitore dalla crisi dei primi tre anni fu Kasavubu: l’eroe dell’unificazione del Congo che rafforzò le relazioni con gli Usa, ristabilì quelle con il Belgio e stilò una nuova Costituzione che riformò il Paese rendendolo uno stato decentralizzato. Inoltre la nuova carta costituzionale assegnava maggiori poteri al capo dello stato che adesso dettava legge sul primo ministro e il suo governo. Ma la pace, nonostante le vittorie era ancora lontana e i gruppi dei fedeli di Lumumba si stavano riorganizzando al di là del fiume Congo, a Brazzaville.

La città del Congo francese era divenuta il rifugio dei fedelissimi di Lumumba che non accettavano la resa al governo di Kasavubu. Christpohe Gbenye, ex ministro degli Interni ai tempi di Lumumba fondò il Comité National de Liberation che con l’appoggio di URSS e Cina diede inizio, nel 1964, a una nuova guerra civile. I ribelli di Gbenye, dopo essersi addestrati in Ruanda, suddivisi in due gruppi, diedero vita a una ribellione che partì dall’est del Paese. Un gruppo, con alla testa Gaston Soumaliot iniziò l’avanzata nel Nord Kivu, l’altro, capeggiato da Laurent Desiré Kabila invece attaccò dal Katanga del Nord. A maggio del ’64 i ribelli presero il controllo di Uvira e Albertville, attuale Kalemie, e sempre più giovani si unirono alla rivoluzione.

Ad agosto fu la città di Stanleyville a cadere sotto controllo della ribellione e il 5 settembre 1964, in omaggio alla Repubblica Popolare Cinese, i rivoluzionari proclamarono la nascita della Repubblica Popolare del Congo. Kasavubu e Mobutu non sapevano come affrontare i rivoluzionari, lo spettro del comunismo ora non avanzava più per l’Europa ma per le foreste dell’Africa equatoriale e gli Usa erano realmente preoccupati per una possibile espansione di forze marxiste in Congo. Fu così che “si verificò uno degli improvvisi capovolgimenti politici di cui la storia congolese detiene il brevetto”. Kasavubu e Mobutu richiamarono il loro acerrimo nemico Tshombe che rientrò in patria con i suoi mercenari e questa volta al fianco dei nemici che aveva combattuto per due anni e mezzo. Nel luglio del 1964 si formò un triumvirato che vedeva Kasavubu come presidente, Mobutu capo delle forze armate e Tshombe primo ministro.

Gli americani fornirono armi e supporto aereo, i mercenari di Tshombe, guidati da Bob Denard e Mike Hoare, truppe sul terreno e le forze lealiste incominciarono a riprendere possesso dei territori perduti. Nell’aprile del 1965 a sostengo dei rivoluzionari del CNL arrivò anche Che Guevara con un reparto di soldati cubani ma l’esperienza congolese si rivelò fallimentare e dopo 7 mesi l’icona della rivoluzione cubana lasciò il Congo insieme ai suoi uomini. Pochi mesi dopo la ribellione era stata domata. Nel 1965 Tshombe era l’uomo più popolare di tutto il Congo e alle elezioni legislative del 1965 ottenne 122 seggi su 167. Kasavubu, preoccupato dal potere di Tshombe, replicò quanto aveva fatto nel settembre del 1960 con Lumumba: destituì Tshombe, che ora occupava il ruolo di primo ministro, ministro degli Affari Esteri e dell’Informazione, facendosi forte della Costituzione che aveva redatto nel 1963. Ma mentre la crisi politica sembrava riportare il Congo al 1960 intanto un uomo ordiva nell’ombra: il 24 novembre 1965 il colonnello Mobutu convocò i vertici delle forze armate e attuò il colpo di stato che mise fine alla Prima Repubblica e avrebbe dato inizio al trentennale regime mobutista.