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Chi erano i Khmer Rossi, gli “angeli della morte”

I Khmer Rossi erano i seguaci di Pol Pot, fondatore della Kampuchea Democratica (la Cambogia comunista) e ispiratore del genocidio cambogiano, uno dei più grandi massacri mai avvenuti nella storia dell’umanità. Nacquero nel 1968 come costola dell’Esercito Popolare vietnamita, attivo in Vietnam del Nord.

Mossi da una particolare ideologia, che fondeva alcuni elementi del marxismo a una rigidissima versione estremizzata del nazionalismo khmer, ovvero il più grande gruppo etnico della Cambogia, dopo il golpe cambogiano del 1970, i Khmer Rossi si allearono con i nazionalisti per respingere l’invasione americana e sudvietnamita nel Paese. Nel 1975 conquistarono la capitale Phnom Penh e diedero vita al folle esperimento della Kampuchea Democratica, un regime sanguinario che, dal 1975 al 1979, costò la vita a un numero indefinito di persone (le stime variano dai 3 agli 1,3 milioni di vittime).

Una volta caduto il regime, i Khmer imbastirono una guerriglia contro il governo – nel frattempo ristabilitosi – che durò fino alla fine degli anni ’90. Per giudicare i crimini commessi da Pol Pot e dai suoi seguaci nel 2006 è stato creato un Tribunale misto, sia cambogiano che internazionale, sotto l’egida delle Nazioni Unite.

Per capire chi sono i Khmer Rossi dobbiamo soffermarci sulla figura di Pol Pot e analizzare il contesto storico all’interno del quale era immersa la Cambogia nel periodo compreso tra il 1950 e il 1970. Pol Pot è stato il deus ex machina della creazione della Kampuchea Democratica, ovvero la Cambogia comunista governata dal Partito Comunista dei Khmer. I Khmer Rossi possono essere considerate le pedine usate da Saloth Sar (questo il vero nome di Pol Pot) per spazzare via il vecchio sistema politico cambogiano e creare il nuovo.

Per quanto riguarda la Cambogia, in quegli anni il Paese si era appena liberato dal giogo dei francesi ma doveva fare i conti con l’invasione americana e sudvietnamita lungo il confine cambogiano con il Vietnam del Nord. L’obiettivo di Washington era uno: distruggere i santuari Viet Cong e sferrare un duro colpo ai comunisti vietnamiti.

Queste azioni provocarono tuttavia la reazione dei Khmer Rossi che, approfittando del golpe militare interno guidato dal generale Lon Nol, conquistarono varie zone del Paese. Nel 1975 entrarono nella capitale Phnom Penh, dando di fatto inizio all’esperienza della Kampuchea Democratica.

I Khmer Rossi trasformarono la Cambogia in una sorta di prigione a cielo aperto. Furono i responsabili diretti del genocidio cambogiano, che cancellò circa il 25% della popolazione del Paese in appena quattro anni (1975-1979). Una volta conquistata Phnom Penh, i Khmer iniziarono a trasferire centinaia di migliaia di persone dalla capitale – e, in generale, dalle altre città – alla campagna.

Qui i cambogiani avrebbero dovuto mettere in pratica un’utopia agraria egualitaria grazie al lavoro di gruppo in fattorie comunitarie. Gli appartenenti alla classe media e gli intellettuali vennero uccisi senza pietà dopo atroci torture, così come i monaci buddisti e i religiosi.

Come ha recentemente dichiarato il procuratore cambogiano Che Long rivolgendosi al Tribunale per i crimini di guerra di Phnom Penh, sotto i Khmer Rossi la Cambogia era diventata un campo di schiavi. Le stime, come hanno più volte spiegato gli storici, sono confuse e inesatte. Certo è che centinaia di migliaia di cambogiani appartenenti alla classe media furono uccisi brutalmente in appositi centri di detenzione, come il tristemente noto carcere S21.

I Khmer allestirono comuni agricole in tutto il Paese. Comuni che in realtà possono tranquillamente essere considerati campi di prigionia, dove lavoro forzato, torture e uccisioni sono alla stregua del giorno. Se in tempi normali la Cambogia aveva una produttività media di circa 1 tonnellata di riso per ogni ettaro coltivato all’anno, adesso i seguaci di Pol Pot pretendevano di triplicare il risultato.

Le testimonianze e i dispacci dell’epoca parlano di turni di lavoro massacranti di 12 ore, accompagnati da razioni di alimentare degne dei peggiori lager mai esistiti. Gli intellettuali, i monaci, le minoranze etniche, i professionisti e tutti coloro che venivano accusati di avere rapporti con l’estero, furono sterminati senza pietà.

La medicina occidentale fu messa al bando e la mortalità salì alle stelle. Non c’era più spazio né per il classico vestiario occidentale né per la famiglia intesa come istituzione. I nuclei familiari furono smantellati, i bambini allevati dal Partito (Angkar) e i genitori separati dai figli.

L’inferno della Kampuchea Democratica terminò nel 1979 in seguito all’invasione vietnamita, scaturita come reazione alle mosse di Pol Pot, desideroso di annettere territori appartenenti al Vietnam ma storicamente appartenenti ai Khmer. La battaglia fu impari, e i guerriglieri cambogiani non poterono far altro che fuggire nella giungla. Nonostante il loro progetto fosse ormai svanito, gli autori del genocidio cambogiano continuarono a combattere dando vita a una guerriglia non più organizzata.

La fine dei Khmer, inteso come fine del movimento rivoluzionario, era però sempre più vicina. Pol Pot, pur continuando ad avere una discreta influenza sui Khmer Rossi, si era ormai eclissato. Senza leader di spessore capaci di imbastire un piano, il gruppo iniziò gradualmente a squagliarsi. In seguito alla morte di Saloth Sar, avvenuta nel 1998, gli esponenti iniziarono ad accusarsi a vicenda.

Al momento il re della Cambogia, tornata monarchia costituzionale, è Norodom Sihamoni, niente meno che il figlio di Sihanouk, deposto dal golpe avvenuto negli anni ’70. Il capo del governo è invece Hun Sen, un ex membro dei Khmer Rossi passato dalla parte dei vietnamiti con l’intento di rovesciare il regime di Pol Pot.

A distanza di oltre 40 anni dalla fine dell’incubo di Pol Pot la Cambogia deve farei conti con questioni irrisolte. Come detto, i Khmer Rossi non furono giustiziati né morirono sul campo di battaglia. Al contrario, si ritirarono nella giungla, continuarono a combattere contro il governo, nel frattempo ristabilitosi, e molti di loro morirono per cause naturali.

Le autorità giudiziarie cambogiane sono alle prese con un nodo spinosissimo: stabilire quali sono i colpevoli e quali le vittime della follia alimentata dai Khmer Rossi. Bisogna infatti ricordare che moltissimi ragazzi, perfino bambini, furono obbligati ad arruolarsi, uccidere e torturare.

I processi contro i superstiti dell’esperimento sociale di Pol Pot vanno avanti, ma non sempre è facile risalire alla verità. In ogni caso, il Tribunale speciale ha inflitto diverse condanne esemplari, come l’ergastolo per crimini contro l’umanità dato a Khieu Samphan, capo di stato della Kampuchea Democratica, e Nuon Chea, capo ideologo del partito.