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Chi era Erich Ludendorff, l’ispiratore di Hitler

Dietro ogni statista, in democrazia come in dittatura, si celano sempre un maestro che ha insegnato e/o un ispiratore che ha influenzato. Giulio Mazzarino ebbe come maestro il cardinale Richelieu. Lenin ebbe come ispiratori Karl Marx e Friedrich Engels. E Adolf Hitler ebbe, tra i vari insegnanti e influenzatori, l’eroe della Grande guerra e nostalgico guglielmino Erich Ludendorff.

Erich Friedrich Wilhelm Ludendorff nacque in quel di Ludendorff il 9 aprile 1865. Terzo di sei figli, Erich era nato in un contesto relativamente agiato: il padre era uno junker, la madre un’aristocratica vantante una remota connessione con la potente famiglia Dönhoff.

Cresciuto nella tenuta di famiglia dalla zia materna, Erich si sarebbe rapidamente rivelato un bambino prodigio, eccellendo nella matematica e in molte altre materie. Come lui, anche il fratello Hans, che in futuro sarebbe divenuto un celebre astronomo, mostrò di possedere il dono di una mente fuori dal comune sin dalla tenera età.

Primo di ogni corso, sebbene inserito in un percorso avanzato seguito da persone più avanti con l’età, Erich avrebbe scelto la carriera militare, preferendola agli affari di famiglia, e all’interno delle forze armate tedesche, riconfermando le proprie qualità straordinarie, sarebbe divenuto in breve tempo un punto di riferimento tanto per i coetanei quanto per i più anziani.

All’alba della Grande Guerra, Ludendorff vantava un curriculum più unico che raro, avendo ricoperto una pluralità di posizioni ed essendo capace di ricoprire diversi ruoli. Colonnello e stratega, Ludendorff era stato prescelto dai vertici militari per trasporre in realtà il piano Schlieffen in caso di guerra e, coerentemente con la missione affidatagli, aveva iniziato ad effettuare dei sopralluoghi in Belgio nel 1911.

Fu Ludendorff, tra sopralluoghi e notti insonni passate a studiare i dettagli del piano, che illuminò gli alti comandi su di un grave difetto: all’armata tedesca mancavano sei corpi per compiere la campagna alla perfezione.

Allo scoppio del conflitto, in segno di riconoscimento per le abilità dimostrate, Ludendorff fu insignito del grado di vicecapo presso la seconda armata del generale Karl von Bülow. Guidò da remoto la fatidica traslazione in realtà del piano Schlieffen, nell’agosto 1914, coordinando in particolare la battaglia di Liegi, e per la fulminea vittoria, lo stesso mese, fu premiato da Guglielmo II in persona con la più alta onorificenza prussiana: l’Ordine Pour le Mérite.

Di lì a breve, complici le difficoltà sperimentate nel fronte orientale con l’Impero zarista, Ludendorff sarebbe stato nominato dal gabinetto di guerra il vice del comandante Paul von Hindenburg. Il duo, disegnando dei piani d’azione basati sul calcolo delle forze sul campo e sull’analisi degli scenari più plausibili, avrebbe mostrato rapidamente al gabinetto di guerra i primi risultati, come in occasione della battaglia di Tannenberg, ma le divergenze di visioni avrebbero preso il sopravvento – a detrimento della Germania.

Visionario, oltre che calcolatore, Ludendorff aveva proposto a Berlino di colonizzare e germanizzare l’area polacco-baltica nel contesto del Drang nach Osten e dedicò gli inverni del 1915 e del 1916, passati a Kaunas, alla messa su carta di quell’idea. Il potenziale di questa Grande Germania, secondo i computi dello stratega, sarebbe stato tale da permettere il sostenimento di una guerra con britannici e americani.

Richiamato in patria con l’aggravarsi della situazione nel cuore del continente, Ludendorff si ritrovò nuovamente a collaborare con von Hindenburg. Nonostante l’aumento dei dissidi con il resto della gerarchia, per via della sua tendenza ad egemonizzare i piani bellici, la sottomissione della Romania al Kaiser lo avrebbe consacrato in un idolo popolare, mentre la stampa avrebbe cominciato a chiamarlo “il cervello dell’esercito tedesco”.

Con l’avvio della campagna per la costruzione di un’economia di guerra, delineata dal programma Hindenburg, Ludendorff sarebbe entrato anche nella supervisione dell’economia nazionale. A quel punto, apice della carriera e della stessa vita di Ludendorff, gli storici concordano all’unanimità: era diventato l’uomo più potente di Germania.

Il potere e il prestigio di Ludendorff sarebbero aumentati ulteriormente nel 1917, quando il geniale stratega mise la firma sulla battaglia di Caporetto e curò il ritorno di Lenin e dei suo discepoli in Russia, fornendo loro aiuto in termini di capitale e armamenti a condizione che, una volta al potere, firmassero immediatamente un trattato di pace dettato dalla Germania. Cosa che poi avvenne.

Sebbene la sorte della Grande Guerra sembrasse ormai scritta, la disfatta era dietro l’angolo. Con lo scoppio del caso Zimmermann – il celebre tentativo della diplomazia tedesca di convincere il Messico a dichiarare guerra agli Stati Uniti –, la presidenza Wilson avrebbe dichiarato guerra al Kaiser. E contro quell’immenso dispiegamento di forze, incontenibile per l’economia stremata e per l’armata stanca dell’Impero tedesco, nulla avrebbe potuto la mente iperdotata di Ludendorff.

L’idolo delle folle che aveva stregato il Kaiser, a causa dell’ignominiosa sconfitta della Germania, avrebbe magnetizzato ogni colpa, sarebbe diventato oggetto di ogni attacco, vedendosi costretto a riparare in Svezia con dei documenti falsi. Una volta qui, solo con se stesso e ricco di verità da raccontare su quanto fosse accaduto nel dietro le quinte, Ludendorff avrebbe cominciato a scrivere memorie, articoli, saggi e commenti sulla guerra e sul dopoguerra.

Sarebbe stato proprio Ludendorff, dall’autoesilio, ad alimentare il malcontento dei nostalgici e dei veterani, popolarizzando la leggenda della pugnalata alla schiena (Dolchstoßlegende) e accusando socialdemocratici e comunisti di anelare all’annichilimento della Germania in combutta con la minoranza ebraica.

Tornato a Berlino nel febbraio 1919, poco più di un anno più tardi avrebbe supportato il tentato Putsch di Kapp – il più significativo tentativo di rovesciamento della Repubblica di Weimar, durato una settimana e coinvolgente cinquemila veterani. Nello stesso periodo, vincendo il proprio orgoglio, avrebbe incontrato von Hindenburg, sancendo una riconciliazione che, comunque, sarebbe durata poco.

Nonostante il putsch di Kapp fosse fallito, la Germania weimariana era tutt’altro che in pace. Nel 1922, ad esempio, un’organizzazione terroristica protonazista si rese protagonista dell’assassinio del ministro Walther Rathenau. E quel clima di terrore, in parte, era stato creato dal revisionismo di Ludendorff. Ludendorff che, non a caso, nel 1923 ricevette un invito per un incontro privato da un aspirante politico rispondente al nome di Adolf Hitler.

I due condividevano tutto: la diffidenza per gli ebrei tedeschi, la nostalgia per il Reich, il livore nei confronti di Versailles, la voglia di rivalsa contro l’Europa, l’adesione al darwinismo sociale e persino la visione razzialistica delle relazioni internazionali – visione che vedeva la nazione tedesca messianicamente al centro del mondo e al di sopra di ogni altro popolo.

Hitler e Ludendorff, a partire dal 1923, iniziarono a trascorrere tempo insieme, sempre più tempo, fino a diventare quasi un tutt’uno. Neanche il putsch della birreria li avrebbe divisi, consolidando, anzi, quel legame. L’ex eroe di guerra, nel frattempo reinventatosi scrittore di testi cospirazionistici di stampo giudeofobico e antimassonico, avrebbe formato un’intera generazione di nazisti.

La sconfitta alle presidenziali del 1925, che lo videro competere contro von Hindenburg con il neonato Partito Popolare Tedesco della Libertà, non fecero che radicalizzare Ludendorff, unendolo ancora di più a Hitler. Quella radicalizzazione, che accentuò il carattere misantropico del tormentato genio, sarebbe stata anche la causa del fallimento del suo matrimonio.

Il nazismo, che nel 1933 sarebbe diventato l’ideologia ufficiale del Reich rinato, debbe tante cose a Hitler quante a Ludendorff. Da quest’ultimo, in particolare, mutuò il rigetto del cristianesimo, ritenuto una religione debilitante, a favore di un ritorno al paganesimo germanico – lui stesso, del resto, divenne un seguace di Odino.

Negli ultimi anni di vita si allontanò dal nazismo, nonché dallo stesso Hitler, estraniandosi dalla politica ed immergendosi interamente nell’esoterismo, nell’occultismo e nella magia. Completò quella strana trasformazione, da militare a stregone, fondando la Società per la Conoscenza di Dio (Bund für Gotteserkenntnis), una setta esoterica ancora oggi esistente.

Morì il 20 dicembre 1937, giorno del suo settantaduesimo compleanno, a causa di un tumore del fegato. Eloquentemente, a riprova della distanza venutasi a creare con l’ex allievo, Hitler, pur tributandogli un funerale di Stato, non gli dedicò alcun elogio funebre.