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Chi era Deng Xiaoping, l’architetto della Cina contemporanea

Deng Xiaoping, pur senza aver mai ricoperto formalmente la carica di presidente della Repubblica Popolare Cinese, è stato de facto il leader della Cina dal 1978 al 1992. In seguito alla morte di Mao Zedong (1976), Deng emerse dalle macerie della Rivoluzione Culturale, ereditando un Paese sottosviluppato, povero e squarciato da mille lotte interne. Nel giro di pochi anni, attuò una linea economica di riforma e apertura, in palese rottura rispetto al passato, che consentì al Dragone di svilupparsi gradualmente, passo dopo passo. Deng fu dunque il primo promotore del miracolo cinese, nonché il primo fautore di una certa liberalizzazione economica. Gettò inoltre le basi per il socialismo con caratteristiche cinesi e per quella che sarebbe passata alla storia come economia di mercato socialista.

Deng nacque nel 1904 a Kuangan, nella provincia del Sichuan. Non vi è certezza assoluta sulla sua data di nascita, visto che il futuro leader cinese non ha mai autorizzato una propria biografia ufficiale o fatto scrivere le sue memorie. In ogni caso, era discendente di una stirpe di antiche tradizioni e nobili origini, visto che la sua famiglia poteva contare su una discreta prosperità economica.

Il giovane Deng crebbe stringendo un ottimo legame con il padre, prima della morte di quest’ultimo, decapitato nel bel mezzo di un’imboscata da alcuni banditi. Dal punto di vista dell’istruzione, imparò la calligrafia – espressione artistica coltivata tutta la vita – da un istruttore privato. Nel 1916 Deng si trasferì a Chongqing per studiare da un vecchio rivoluzionario che preparava i giovani della provincia al programma di studio-lavoro in Francia. Nel 1920 sbarcò così a Parigi, dove completò la sua formazione. Nel 1922, all’ombra della Tour Eiffel, entrò nella Lega della Gioventù Socialista e, due anni più tardi, nel Partito Comunista Cinese, all’interno del quale ricoprì il ruolo di Segretario Generale del Comitato Centrale tra il 1927 e il 1929. Effettuò in seguito un soggiorno in Russia, a Mosca, dove imparò “sul campo” il modus operandi della gestione politica dei comunisti al potere.

Deng Xiaoping

Rientrò quindi in Cina, dove ormai poteva contare su un eccellente bagaglio ideologico tanto marxista quanto leninista. Guidò in seguito la sommossa della provincia del Guanxi contro il governo del Kuomintang, i nazionalisti che all’epoca controllavano la Cina. La rivolta fallì, e Deng si spostò nello Jiangxi. Aderì alla Lunga Marcia (1934-1935) e organizzò varie campagne militari durante la seconda guerra sino-giapponese contro i nazionalisti. Nel 1949 Deng coordinò vittoriosamente l’assalto finale contro il Kuomintang nel Sichuan. Fu così nominato sindaco e commissario politico di Chongqing. Alla fondazione della Repubblica Popolare Cinese, assunse il ruolo di supervisore dei problemi nella regione sud occidentale nelle vesti di primo segretario.

Con la sconfitta del Kuomintang, la Cina passò in mano ai comunisti. Deng, sotto Mao Zedong, lavorò in Tibet per consolidare il potere del partito nella regione. Rientrò a Pechino nel 1952 per servire tra le fila del governo centrale. Iniziò così la scalata verso il potere. Nel 1957 divenne segretario generale del Pcc, lavorando spalla a spalla con il presidente Liu Shaoqi. Nello stesso anno coordinò la campagna anti destra, una campagna che perseguitò centinaia di migliaia tra intellettuali e dissidenti politici.

Rivoluzione culturale

Pur essendo un sostenitore di Mao, Deng iniziò presto a nutrire un certo disincanto nei confronti del Grande Timoniere, soprattutto in seguito al Grande Balzo in Avanti e alla Rivoluzione Culturale. Negli anni ’60, Mao lasciò le responsabilità più grandi nelle mani del tandem Deng-Liu, i quali attuarono riforme economiche che rafforzarono il loro prestigio tra le file del partito e tra la popolazione. Era evidente come i due stessero collaborando per attuare una linea politica diametralmente opposta rispetto alle idee radicali di Mao.

La spaccatura totale si verificò quando Mao intuì che il prestigio che stava conseguendo Deng avrebbe potuto ridurlo a figura secondaria se non simbolica. Fu anche per questo, secondo alcuni storici, che il Grande Timoniere lanciò la Rivoluzione Culturale, che costrinse Deng a ritirarsi da tutte le cariche fin lì acquisite. Non solo: durante quegli anni concitati, il figlio di Deng, Pufang, fu aggredito, picchiato violentemente e gettato dalla finestra del quarto piano dell’Università di Pechino che stava frequentando. Il ragazzo non morì, ma subì un danno permanente alla colonna vertebrale che, da lì in poi, lo costrinse a una vita sulla sedia a rotelle. Deng fu addirittura inviato nello Jiangxi a svolgere mansioni da impiegato, dove assaggiò la sua prima epurazione.

Quando l’allora premier Zhou Enlai si ammalò di cancro, fu scelto come suo successore. Deng rientrò in politica nel 1973 nelle vesti di primo vicepremier, salvo essere riepurato di nuovo nel 1976 su azione della cosiddetta Banda dei Quattro, la quale concorreva per ottenere il potere all’interno del Pcc, con Mao prossimo alla morte. Il futuro leader cinese perse l’appoggio del partito e perse, di nuovo, le sue funzioni.

Deng resuscitò dalle ceneri per una seconda volta. Nel 1976, l’allora presidente del Comitato centrale del Pcc, Hua Guofeng, fece arrestare la Banda dei quattro e, di fatto, pose fine alla Rivoluzione Culturale. Deng Xiaoping fu graziato da Hua, che gli riaffidò le cariche precedentemente detenute.

Iniziò così una battaglia silenziosa tra la fazione guidata dal suddetto Hua Guofeng, fautore dell’ortodossia maoista, e quella capitanata da Deng, portatrice di innovazione economica e aperture. Alla fine prevalse la linea pragmatica di Xiaoping, che si dedicò così alla ricostruzione economica della Cina dopo il pessimo Grande Balzo in Avanti.

La linea di Deng aveva ormai prevalso, e l’architetto della Cina divenne il cuore pulsante dei leader della seconda generazione del Pcc. Grazie all’istituzione delle cosiddette Zone economiche speciali, alle riforme economiche e alla graduale apertura del Paese, l’economia del Dragone crebbe in maniera impressionante. Ecco come iniziò il miracolo cinese cavalcato dai futuri presidenti della Repubblica Popolare, tra cui l’attuale Xi Jinping.

Deng Xiaoping e il Presidente Carter

Deng Xiaoping sposò una linea politica capace di unire due tendenze apparentemente contrapposte: il primato del Pcc nella politica e, più in generale, nella gestione dello Stato cinese e degli affari pubblici, con l’introduzione di importanti ma controllate dosi di libero mercato. La Cina iniziava così ad aprirsi agli investimenti esteri, gli stessi che le avrebbero consentito, nel giro di qualche decennio, di accumulare così tanta ricchezza da poter competere ad armi pari con gli Stati Uniti, principale potenza globale. Riassumere in poche righe l’entità delle riforme varate da Deng è impresa pressoché impossibile.

È tuttavia possibile, invece, fare una sintesi dei concetti più importanti. Innanzitutto, la finalità di Deng era riassumibile nel programma delle cosiddette quattro modernizzazioni, inerenti cioè all’agricoltura, all’industria, alla scienza e tecnologia e all’apparato militare. In altre parole, l’economia socialista di mercato avrebbe dovuto dare vita a una nazione moderna e industriale, così da diffondere benessere in tutta la popolazione.

Negli anni in cui era formalmente leader della Cina, Deng incontrò vari capi di Stato occidentali. Nel 1979 volò addirittura negli Stati Uniti per incontrare, alla Casa Bianca, l’allora presidente americano Jimmy Carter. Qualche anno più tardi, rimasto impressionato da quanto visto oltreoceano, Deng accelerò il processo di liberalizzazione. In ogni caso, l’ideologia cinese era e restava una: la novità, semmai, consisteva nell’integrare il marxismo con la realtà presente in Cina. Nasceva così il socialismo con caratteristiche cinesi.

Henry Kissinger, Deng Xiaoping, Donald Rumsfeld

“Arricchirsi è glorioso”. Oppure: “Non importa che il gatto sia bianco o nero. Ciò che importa è se acchiappa i topi”. Queste sono soltanto due delle frasi attribuite a Deng, principale protagonista del complesso meccanismo volto a coniugare le riforme economiche, improntate a una graduale liberalizzazione del mercato, con gli equilibri politici interni alla Cina. Deng è morto nel1997, ma le sue innovazioni hanno continuato a plasmare lo sviluppo del Paese e continueranno a farlo per molti anni a venire.

Li Hao, ex segretario del partito a Shenzhen, una delle primissime zone economiche speciali volute da Deng, ha dichiarato a Xinhua che “senza Deng, la Cina avrebbe impiegato molto più tempo a camminare sulle strade delle riforme e delle aperture”. È pur vero che Xiaoping ha dato prova di essere un conservatore che non ha mai messo in discussione il monopolio del partito Comunista, soprattutto durante le proteste studentesche del 1989.

Certo è che la linea di Deng ha consentito alla Cina di tornare a essere un gigante nella scena mondiale, anche se certe riforme hanno generato un evidente gap tra ricchi e poveri, tra popolazione urbana e rurale (questo divario sarà colmato soltanto molti anni più tardi), oltre che un aumento della corruzione. Impossibile, insomma, ignorare l’eredità di Deng nella Cina del XXI secolo. Nel bene e nel male.