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Chi era Albert Speer, l’architetto di Hitler

Dal novero delle figure che hanno plasmato maggiormente quell’epoca orrorifica e intrisa di misticismo che fu il nazismo, spesso e volentieri, viene escluso ingiustamente Albert Speer. Uomo universale dalla personalità eclettica e poliedrica, Speer fu tutto e il contrario di tutto – ideologo, amministratore degli armamenti, sportivo e scrittore –, ma, più di ogni altra cosa, fu colui che si occupò di dare una dimensione estetica alle costruzioni edificate negli anni del Terzo Reich. Fu l’architetto di Adolf Hitler.

Albert Speer nasce a Mannheim il 19 marzo 1905 all’interno di una famiglia dell’alta borghesia tedesca. Allevato ai culti della salute e del corpo, lo Speer delle origini è uno sportivo versatile – praticante di sci, alpinismo e rugby – che tra un passatempo e l’altro studia matematica, dipinge con lo zio – il celebre pittore Conrad Hommel – ed è incantato dai palazzi. Fra le varie passioni, alla fine, avrebbe prevalso l’ultima: negli anni Venti comincia a studiare architettura all’università.

Si iscrive all’Istituto di tecnologia di Berlino nel 1925, entrando rapidamente nelle grazie di Heinrich Tessenow, uno dei massimi esperti di architettura della Germania weimariana, che lo avrebbe nominato suo assistente due anni più tardi, quando ancora non in possesso di una laurea.

È negli anni dell’università e dell’apprendistato informale presso la cattedra di Tessenow che Speer entra in contatto con la politica, un mondo prima di allora completamente ignorato. Dopo aver partecipato ad alcune manifestazioni dell’ascendente Partito Nazionalsocialista Tedesco dei Lavoratori, evidentemente colpito dalle ricette miracolose proposte da quel demagogo persuasivo rispondente al nome di Adolf Hitler, Speer decide che è il momento di tentare la carriera nella politica. L’occasione sarebbe arrivata nel 1932, quando, oramai tesserato, viene contattato dall’ufficiale Karl Hanke per ridisegnare la sede centrale del partito a Berlino.

La riprogettazione della sede berlinese del Partito nazista avrebbe fatto la fortuna di Speer. Ottenuta la fiducia di Hanke, l’architetto viene introdotto all’influente Rudolf Hess, che gli affida l’onere-onore di preparare stilisticamente il raduno di Norimberga del 1933. Conquistato anche Hess, trasformando il raduno in una “cattedrale di luce” (lichtdom), Speer viene presentato a Joseph Goebbels, il numero due del neonato governo nazista.

Goebbels, investito da Hitler della titolarità del ministero della Propaganda, chiede a Speer di concepire il design di quello che dovrà essere uno degli edifici-simbolo della nuova Germania – la sede del suddetto ministero della propaganda. Soddisfatti anche i desideri di Goebbels, per Speer, l’architetto che sapeva dare forma ai sogni dei gerarchi nazisti, giunge il grande momento: l’incontro con il Führer.

A partire da quel momento, ovvero dall’entrata nelle grazie di Hitler, Speer avrebbe cominciato a ricevere un numero crescente di commissioni da parte del governo, divenendo nel 1934, de jure et de facto, l’architetto capo del Partito nazista. Visionario e capace, Speer era ciò di cui Hitler abbisognava per dotare le mirabili costruzioni del nazismo di effetti psichedelici sulle masse. Perché Speer sapeva come trasformare un anonimo edificio in un’opera trasudante patriottismo e suscitante soggezione nei passanti, che dovevano sentirsi piccoli e inermi dinanzi alla magnificenza ciclopica dello stile romano-alemanno da lui pionerizzato.

Quello di Speer era uno stile, romano-alemanno per l’appunto, caratterizzato da proporzioni badiali, rorido di prometeismo, trasmettente adorazione per la Dea patria e timore reverenziale per il Reich. Era uno stile orientato all’esaltazione della grandezza, in ogni suo aspetto e significato, e che anelava all’estetizzazione del gigantismo – distinto dal brutalismo insipido di stampo sovietico – e a lasciare una memoria alla posterità del passaggio nazista – la cosiddetta teoria del valore delle rovine (ruinenwert) – sulla falsariga dell’Antica Roma e dell’Antica Grecia.

L’opera più maestosa, però, Speer non poté costruirla: la nuova Berlino. Hitler aveva sognato di ridisegnare ex novo l’immagine della capitale tedesca, che, nel secondo dopoguerra, sarebbe dovuta diventare la capitale del mondo. Interi quartieri avrebbero dovuto essere cancellati per fare spazio al colossale Viale degli Splendori, ad un erculeo Arco di Trionfo, ad un nuovo Reichstag e a molte altre costruzioni concepite per fare di Berlino la caput mundi.

Vergine in materia di guerra, Speer viene nominato ministro agli Armamenti e alla produzione bellica nel 1942, succedendo a Fritz Todt – deceduto a causa di una misteriosa esplosione in volo sulla quale gli storici hanno a lungo speculato. Non avrebbe deluso le aspettative del Terzo Reich: poliedrico sin dall’infanzia, l’architetto si sarebbe reinventato un abile stratega. Trovò il modo di sveltire i processi produttivi ed aggirare l’ostacolo degli impianti fuori uso a causa dei bombardamenti facendo leva su azzeramento della burocrazia, monopolizzazione del processo decisionale da parte di una cerchia di capitani d’industria e ricorso al lavoro schiavile – cioè la trasformazione degli internati nei lager in lavoratori a costo zero.

Sopravvissuto ai suicidi di Hitler e Goebbels e contrario all’idea di fuggire attraverso la Ratline, utilizzata da un numero imprecisato di ex colleghi per riparare in America Latina, Speer sarebbe rimasto in Germania per fronteggiare il proprio fato. Arrestato e portato al banco degli imputati di Norimberga con l’accusa di aver schiavizzato gli internati per soddisfare il fabbisogno dell’industria bellica tedesca, Speer fu condannato a vent’anni di reclusione. E li avrebbe scontati tutti, dal primo all’ultimo, venendo scarcerato nel 1966.

Avrebbe trascorso gli ultimi quindici anni della sua vita scrivendo libri autobiografici, di cui si ricordano Memorie del Terzo Reich e Diari segreti di Spandau, e saziando l’appetito di conoscenza di giornalisti e storici, accontentati a mezzo di interviste e comparsate televisive. Muore a causa di un ictus nella giornata del primo settembre 1981 a Londra, dov’era giunto su invito della BBC, lasciando ai posteri un’eredità sempiterna. Perché, a distanza di quasi un secolo dall’ascesa nazista e dallo scoppio della seconda guerra mondiale, sembra essersi avverata la profezia sugli “uomini Speer” del giornalista Sebastian Haffner, datata 1944.

Non banalmente maligno come Adolf Eichmann e neanche ideologizzato oltre l’inverosimile come Goebbels, Speer era, secondo Haffner, “un tipo d’uomo che sta assumendo sempre più importanza in tutti i Paesi belligeranti: il tecnico puro, l’abile organizzatore, il giovane brillante […] senza altri mezzi che le proprie capacità tecniche e manageriali”. Un tecnocrate ante litteram, insomma, destinato a prevalere ovunque, al di là dell’ideologia al potere e del regime politico di turno.

La storia ha dato ragione al pessimismo antropologico di Haffner, a quel suo tuonante “degli Hitler e degli Himmler ce ne sbarazzeremo, ma con gli Speer dovremo fare i conti ancora a lungo”. Perché il nostro, il Terzo Millennio, è il tempo delle tecnocrazie, del dominio scientistico e dei governi degli esperti. Il nostro è il tempo degli uomini Speer.