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Charles Douglas Jackson, lo psico-guerriero della Casa Bianca

Controllare, disviare e corrompere le genti non è mai stato facile come oggi, ventunesimo secolo, tempo delle guerre ibride, delle infodemie, della biopolitica, del capitalismo della sorveglianza, delle armi cognitive e del neuromarketing. Un tempo, quello contemporaneo, al quale appartengono fenomeni come le post-verità, la de-democratizzazione delle democrazie liberali e l’inebetimento delle masse tramite un panem et circenses a metà tra George Orwell e Aldous Huxley.

La nostra è un’epoca indecifrabile, dove niente è come sembra, perché tutto è o potrebbe essere una neuro-arma – dalla musica all’intrattenimento –, e dove nessuno è chi dice di essere, perché chiunque è o potrebbe essere un adulteratore del pensiero sotto mentite spoglie – come gli influencer.

Veri, unici e grandi vincitori di quest’era brulicante di paretai e ircocervi saranno coloro che, individuando il Logos negli abissi delle post-verità, sapranno difendere la propria autonomia cognitivo-intellettuale dalla forza deindividuante e spoliativa della massificazione. E il segreto per vincere questa battaglia, mantenendo un “pensiero sovrano” nella desolante età del pensiero di gruppo e della morale del gregge, potrebbe celarsi nel vissuto dei padri fondatori della propaganda, come Edward Bernays e Charles Douglas Jackson.

Charles Douglas Jackson nacque a New York City il 16 marzo 1902. Della sua infanzia, della sua adolescenza e del contesto familiare è noto poco e nulla, a parte che si laureò a Princeton nel 1924.

È dal post-laurea che di Jackson è tutto (o quasi) di pubblico dominio. La sua ascesa ai vertici della piramide del potere nordamericano avrebbe avuto inizio nel 1931, anno dell’ingresso nella redazione di Time Magazine del predicatore Henry Luce. La rivista, lungi dall’essere indipendente e irrilevante, era un megafono dell’establishment, dello Stato profondo, e al suo interno Jackson si sarebbe fatto notare per la produzione di contenuti altamente persuasivi.

Stregato dalle qualità di Jackson, l’influente Luce, nel 1940, sarebbe riuscito ad inserirlo nell’organizzazione, e successivamente nella direzione, di un comitato proguerra: il Consiglio per la Democrazia. Jackson, in estrema sintesi, avrebbe dovuto convincere l’opinione pubblica americana della necessità di partecipare alla Seconda guerra mondiale – prima che Pearl Harbour avesse luogo.

Aiutato dal maestro Luce, nel frattempo entrato in un circolo composto da stelle emergenti del calibro di Allen Welsh Dulles – futuro direttore della Central Intelligence Agency – e Dean Acheson – futuro sottosegretario di Stato dell’amministrazione Truman –, Jackson avrebbe fatto ingresso nelle stanze dei bottoni allo scoppio del conflitto.

La Seconda guerra mondiale avrebbe traghettato Jackson dalla propaganda alla guerra psicologica. Dapprima inviato nell’ambasciata degli Stati Uniti in Turchia, fra il 1943 e il 1945 gli sarebbero stati affidati dei ruoli più consoni: formulatore di psyops per conto dell’Office of Secret Services e della Divisione per la guerra psicologica del Quartier generale Supremo delle Forze di Spedizione Alleate.

Nel dopoguerra, avendo (di)mostrato a chi di dovere le proprie capacità, Jackson non avrebbe avuto più bisogno del supporto del maestro. Al contrario, Jackson avrebbe cominciato a ricambiare il prezioso aiuto ricevuto negli anni, supportandolo nella gestione della rivista che lo aveva cresciuto.

Era tra i migliori propagandisti in circolazione, se non il migliore, perciò il suo nome era richiesto dappertutto. Nel 1951, ad esempio, la neonata Cia lo volle alla direzione del Comitato per l’Europa Libera (Free Europe Committee), dal cui ventre sarebbe nata la celebre Radio Liberty, ancora oggi attiva. E l’anno seguente fu assunto per scrivere i discorsi del candidato alla presidenza Dwight Eisenhower.

Eisenhower, che vinse le elezioni (anche) grazie all’egregio lavoro di quel propagandista nato, una volta alla Casa Bianca lo avrebbe contrattualizzato come consigliere per la guerra psicologica. In questa funzione, in brevissimo tempo, Jackson avrebbe gettato le basi per la futura vittoria nella Guerra fredda e lasciato un’eredità tangibile ai posteri. Oltre a convincere i colleghi dell’imperativo di potenziare Radio Liberty, invero, Jackson avrebbe giocato un ruolo-chiave nello stabilimento del Gruppo Bilderberg.

Quanto importante fu il contributo di Jackson nel Bilderberg può essere compreso soltanto dando uno sguardo ai numeri eloquenti della sua partecipazione ai lavori. Figurante tra i membri della prima edizione, allestita nel 1954, Jackson sarebbe stato invitato anche a quelle degli anni 1957, 1958, 1960, 1961, 1962, 1963 e 1964.

Jackson morì il 18 settembre 1964, dopo essere riuscito ad entrare anche alle Nazioni Unite. Sebbene la sua carriera al servizio della Casa Bianca sia stata relativamente breve, perché durata più o meno un decennio, continua ad essere ricordato come uno dei più grandi esperti di operazioni psicologiche del Novecento.

I motivi alla base della fama imperitura di Jackson sono molteplici. A parte l’aver capito le potenzialità di Radio Liberty, intuendo l’importanza di avere un comitato quale il Bilderberg per rafforzare il partenariato euroatlantico, Jackson fu colui che suggerì alla Casa Bianca di superare il maccartismo – ritenendo la persuasione morbida più produttiva di una caccia alle streghe –, plasmò l’operazione Mockingbird – nome in codice di una campagna di infiltrazione nella grande stampa e a Hollywood da parte della Cia – e, nel complesso, fece in modo che l’arte della guerra psicologica diventasse una componente essenziale del modus belli gerendi degli Stati Uniti.

Oggi, 21esimo secolo, la strategia psico-bellica degli Stati Uniti continua a parlare la lingua di Jackson: mezzi di informazione come arma di manipolazione di massa, cinema come strumento di propaganda e comitati interatlantici per mantenere vivo, saldo e stretto il rapporto tra Stati Uniti ed Europa.