Diventa fotoreporter IMPARA DAI PROFESSIONISTI

Camilo Torres, il prete-guerrigliero del Vangelo a mano armata

È esistito un tempo in cui la Chiesa cattolica è stata sconvolta da una guerra civile e fratricida. Una guerra combattuta da due fazioni miste, cioè composte sia da chierici sia da laici, che si sono combattute a mano armata per un’idea. Quell’idea fu la cosiddetta teologia della liberazione, che, concepita dai preti di strada delle favelas latinoamericane, avrebbe trovato nel Vaticano un muro inaggirabile, inscalabile e insonorizzato.

I teologi della liberazione credevano che cattolicesimo e marxismo potessero essere amalgamati in un calderone politico-religioso che, per nulla contradditorio, avrebbe potuto servire in maniera unica le cause degli Ultimi, ovvero dei poveri e degli oppressi. Questa sintesi sui generis, nata all’acme del confronto egemonico tra Stati Uniti e Unione Sovietica, avrebbe riscosso un incredibile successo tra le sagrestie dell’America Latina, all’epoca dilaniata dalle dittature militari e dalle guerre civili, dimostrando di possedere un grembo altamente fertile.

Un grembo, quello della teologia della liberazione, che avrebbe partorito un lungo elenco di preti operai (sacerdotes obreros) e preti di strada (cura villeros), alcuni dei quali martirizzati in odium fidei, come i campioni del riscatto sociale Carlos Mugica e Oscar Romero. Un grembo che avrebbe partorito anche dei preti-guerriglieri, come il colombiano Camilo Torres Restrepo.

Camilo Torres Restrepo nasce a Bogotà il 3 febbraio 1929. Figlio di due genitori appartenenti alla borghesia liberale, Torres assiste al loro divorzio in tenera età, a seguito del quale verrà affidato alle cure della madre. Ribelle e anticonformista, Torres non sarebbe riuscito a trascorrere il tempo nelle aule universitarie senza polemizzare e litigare con compagni e corpo docente, concludendo prematuramente due esperienze di studio: una per espulsione e una per abbandono prematuro.

Nonostante l’inconcludenza in termini di prestazioni universitarie, Torres avrebbe trovato ispirazione e risposte in questo ambiente, sfogando la propria ribellione sui libri e venendo a conoscenza di teorie sulla società e sull’economia utili a fargli comprendere approfonditamente tanto il mondo quanto la sua terra, la Colombia.

Dopo aver concluso di essere incompatibile con l’università, perché nolente a intraprendere quel percorso verso il conformismo per lui desiderato dai genitori, Torres il ribelle avrebbe sorpreso e spiazzato fidanzata, coetanei e familiari annunciando l’intenzione di voler prendere i voti. Questa volta, rispondente unicamente al proprio Io, né sarebbe stato espulso né avrebbe abbandonato: avrebbe fatto strada e successo, inconsapevole di essere stato destinato a fare e scrivere la storia della Chiesa cattolica di Colombia.

Ordinato sacerdote nel 1954, all’età di 25 anni, Torres si sarebbe distinto rapidamente tra i colleghi per la dedizione ai poveri e il tempo passato ad evangelizzare gli abitanti dei quartieri malfamati, dei ghetti e delle baraccopoli. Aveva intrapreso la via ecclesiastica perché convinto che avrebbe potuto aiutare realmente gli indigenti soltanto indossando un abito talare, ma, coerentemente con il proprio spirito indagatore, l’anno successivo all’ordinazione sarebbe volato in Belgio, più precisamente all’Università cattolica di Lovanio, con l’intento di perscrutare e snocciolare il cattolicesimo.

Qui, a Ottignies-Louvain-la-Neuve, il giovane Torres avrebbe cominciato a fare i primi passi verso l’attivismo politico, fondando un gruppo di ricerca su argomenti sociali ed economici – l’Equipo Colombiano de Investigacion Socioeconomica (ECISE) – e stabilendo contatti con gli ambienti dell’embrionale sinistra anti-imperialista parigina. Si sarebbe laureato quattro anni più tardi, rincasando in Colombia più politicizzato di prima e guidato dall’obiettivo di trasformare la Chiesa da una colonna portante della borghesia dominante alla colonna vertebrale del proletariato.

Il ritorno a Bogotà avrebbe significato l’arrivo della luce accecante dei riflettori su Torres. Più attivo nelle università che nelle chiese, il prete dei poveri e dei proletari sarebbe stato nominato cappellano ausiliare dell’Università nazionale della Colombia e avrebbe partecipato e contribuito alla fondazione della prima facoltà di sociologia dell’America Latina presso la stessa.

La trasformazione del sistema universitario da un’espressione della borghesia dominante ad un incubatore di talenti al servizio del popolo, però, non era che l’inizio. Di lì a breve, invero, Torres avrebbe istituito il Movimento universitario di promozione culturale (MUNIPROC, Movimiento Universitario de Promoción Comunal) e preso attivamente parte ai lavori delle Giunte di azione comunale (JAC, Junta de Acción Comunal) create dall’allora presidente Alberto Lleras Camargo.

Trait d’union tra Chiesa e politica, e tra università e società bassa, Torres si sarebbe caratterizzato per l’attitudine al pionierismo e alla sperimentazione, come mostrato e dimostrato dall’unione degli sforzi tra il suo Muniproc e le governative Jac e dall’utilizzo della neonata facoltà di sociologia al fine della conduzione di indagini utili a migliorare le condizioni di vita dei colombiani.

Carismatico e crescentemente popolare, nonché preparato dal punto di vista accademico, il prete dei barrios viene contattato dalla politica che conta, ovvero quella nazionale, per fornire suggerimenti in materia di politiche sociali ed economiche. Un’opportunità che coglie subitaneamente, come palesato dall’entrata nel comitato tecnico deputato a formulare la riforma della terra, ma che lo conduce anche in un mondo ideologicamente ostile – in quanto fondato su e fatto di personalismi, clientelismi e interessi lobbistici –, che avrebbe prima ripudiato e con il quale si sarebbe poi scontrato a mano armata.

Il Concilio Vaticano II è stato lo spartiacque della Chiesa cattolica ed uno degli episodi più significativi della storia del Novecento. Alcuni sacerdoti, come Torres, avrebbero letto l’appello papale a riscoprire la vocazione per i poveri come uno sdoganamento dell’allora emergente teologia della liberazione. Si sbagliavano: la Chiesa sarebbe divenuta il nemico primo e principale di quella teologia, combattuta come se fosse una riedizione contemporanea dell’eresia catara.

Costretto a rinunciare ad ogni incarico ricoperto presso l’Università nazionale della Colombia e degradato dalle stesse gerarchie ecclesiastiche per via dell’appoggio alle manifestazioni studentesche contro il governo – accusato di corruzione, classismo ed acquiescenza verso la politica estera degli Stati Uniti nel subcontinente –, Torres avrebbe trascorso la prima parte degli anni Sessanta relegato ai margini della vita politica, sociale e religiosa.

Gradualmente riabilitato, più dagli accademici e dalle realtà rurali che da colleghi e ufficiali governativi, nel dopo-parlamentari del 1964 si accorge del cambio di paradigma: liberal-conservatorismo in ritirata, comunismo in ascesa. Il momento viene ritenuto propizio: gli universitari, non soltanto quelli di fede comunista, chiedono che discenda in campo e che diventi la voce del malcontento. Lui accetta, nasce il Fronte Unito del Popolo (Frente Unido del Pueblo). I risultati, però, saranno al di sotto delle aspettative.

È in questo contesto di allontanamento dalla politica tradizionale, e dalla stessa Chiesa cattolica, accompagnato dal concomitante avvicinamento all’universo del marxismo militante e della ribellione, che Torres si sarebbe convertito gradualmente ad un nuovo credo: quello del socialismo cristiano a mano armata.

Il 27 giugno 1965, dopo aver celebrato l’ultima messa presso la chiesa di San Diego di Bogotà e porto l’ultimo saluto alla madre, avrebbe cominciato una nuova vita tra le alture e le foreste della Colombia: una vita da guerrigliero militante nelle file dell’Esercito di Liberazione Nazionale (ELN, Ejercito de Liberacion Nacional).

Giustificando la propria scelta di vita in termini di “amore per il prossimo”, ovvero in compimento dell’Ultimo comandamento trasmesso da Gesù Cristo ai Dodici, Torres avrebbe alternato trincea e scrivania, ovvero fucile e penna, mettendo su carta il suo pensiero politico-religioso – il manifesto “Liberazione o morte!” resta la sua opera magna.

Muore sul campo di battaglia il 15 febbraio 1966, a Patio Cemento, nel corso di uno scontro a fuoco tra l’Eln e le forze armate colombiane. Rapidamente nascosto dalle mani del governo, gli sarebbe stata data sepoltura dall’Eln in un luogo segreto – ancora oggi non rivelato al pubblico.

Elevato al rango di martire dai guerriglieri e di eroe popolare dai campesinos di tutta la Colombia, Torres continua a vivere sotto forma di mito. Un mito sempiterno, incredibilmente resistente al processo di erosione provocato dagli agenti atmosferici del tempo e dalla damnatio memoriae della Chiesa, come mostrano e dimostrano le innumerevoli composizioni canore, pellicole cinematografiche, opere letterarie e statue che gli sono e gli sono state dedicate – non solo in Colombia, ma a macchia d’olio in tutta l’America Latina.

Conoscere Torres è più importante, è fondamentale, perché pochi come lui hanno incarnato l’espiritu rebelde dei latinoamericani, che il pensatore messicano José Vasconcelios credeva fossero stati destinati a cambiare il mondo in virtù del loro essere membri della raza cosmica. Una raza che, innegabilmente, sin dai tempi delle guerre di indipendenza, si è contraddistinta per la produzione di condottieri e rivoluzionari armati di Bibbia e fucile, da padre Hidalgo ai Cristeros, passando per Camilo Torres Restrepo.