Bismarck, il padre di una potenza chiamata Germania

L’Ottocento è stato il secolo della grande svolta che ha preludiato all’ingresso del mondo nel turbolento Novecento, essendo stato il tempo delle ultime guerre d’indipendenza dei popoli europei, del tramonto dell’impero ottomano, dell’estinzione dello Stato pontificio e della progressiva diffusione degli ideali rivoluzionari di Marx ed Engels. Ma il XIX secolo è stato anche il secolo dei grandi uomini universali come Napoleone Bonaparte, Charles-Maurice de Talleyrand-Périgord e Klemens von Metternich. Ma soprattutto è stato il secolo di Otto von Bismarck, colui che avrebbe unificato le terre tedesche sotto un’unica bandiera, messo sotto scacco le potenze continentali – in primis la Francia –, posto fine all’anglocentrismo nelle relazioni internazionali e gettato le basi per la trasformazione della Germania in una superpotenza.

Otto Eduard Leopold von Bismarck-Schönhausen nasce nella piccola Schönhausen il primo aprile 1815. Proveniente da una famiglia dell’aristocrazia terriera (junker), il giovane Bismarck cresce ascoltando le gesta del padre – un ufficiale prussiano che aveva partecipato alle guerre napoleoniche – e imparando a conoscere i meccanismi dietro al funzionamento della macchina statale dalla madre – una burocrate.

Trascorre la prima metà degli anni Trenta dell’Ottocento fra Gottinga e Berlino, dove avrebbe studiato giurisprudenza, per poi spostarsi a Potsdam e ad Aquisgrana, due città in cui avrebbe avuto l’occasione di lavorare brevemente per l’amministrazione pubblica. Il suo sogno, però, era un altro: entrare nella diplomazia.

Dopo un breve e forzato ritorno a Schönhausen, dovuto alla morte dell’amata madre, nel 1847, per un caso fortuito, viene convocato alla Dieta riunita di Berlino dall’allora re di Prussia, Federico Guglielmo IV. Bismarck, colui che non avrebbe dovuto prendere parte alla Dieta – perché non figurante tra gli invitati originari –, profittò egregiamente dell’opportunità, stregando i partecipanti con la sua oratoria e guadagnando le simpatie dei conservatori per la sua adesione al pietismo.

L’anno successivo – il celebre 1848 della Primavera dei popoli –, viene eletto nell’assemblea legislativa scaturita dall’occupazione di Berlino ad opera di Federico Guglielmo IV. E sarà in questo contesto di tensioni domestiche ed internazionali – in particolare con l’Austria –, che Bismarck troverà il modo di farsi strada. Di nuovo, per un caso fortuito – non aveva alcuna esperienza in ambito diplomatico –, nel 1851 sarebbe stato incaricato di rappresentare la Prussia presso la Confederazione germanica.

Come già accaduto in passato, l’inesperto ma smaliziato Bismarck avrebbe saputo trasformare l’accidente in destino. Intuendo il declino del polmone austriaco, Bismarck suggerì al re di lavorare nel dietro le quinte per la secessione dei territori tedeschi settentrionali dalla confederazione e lo stabilimento di alleanze spendibili in un futuro di indipendenza. L’idea avrebbe convinto Federico Guglielmo IV, ma non poté essere messa immediatamente in atto a causa dell’ascesa prematura al trono di Prussia di suo fratello, Guglielmo I.

Guglielmo I, più liberale del fratello e predecessore, indi più favorevole ad una Prussia integrata in un’entità confederativa con l’Austria, nel 1859 avrebbe inviato Bismarck a San Pietroburgo, eleggendolo ambasciatore, allo scopo di allontanarlo dalla politica interna. La misura punitiva, ad ogni modo, non sarebbe durata a lungo: nel 1862, invero, il re, sopraffatto dall’instabilità politica che affliggeva la piccola Prussia, le cui stanze dei bottoni e i cui seggi parlamentari erano infiltrati da agenti al soldo di Vienna e Parigi, richiamò Bismarck in patria affidandogli la gestione del dossier francese. Una missione che Bismarck avrebbe accettato prontamente e che, di lì a pochi anni, avrebbe condotto le terre tedesche sotto un’unica bandiera.

Guglielmo I, il re pentito, richiamò Bismarck in patria nel 1862 per chiedergli di trovare una soluzione definitiva e permanente alla questione francese. Bismarck chiese pieni poteri, cioè la guida del governo, ma ottenne persino di più: il premierato e la titolarità del ministero degli Esteri. Quell’anno ebbe inizio un’epoca che sarebbe durata fino al 1890, plasmando la storia dell’Europa e delle restanti terre emerse.

Forte di aver ottenuto carta bianca dall’imperatore, Bismarck si premurò, come prima cosa, di indebolire la posizione austriaca all’interno della Confederazione germanica. Un obiettivo che avrebbe raggiunto in maniera semplice e veloce, ovvero boicottando le sessioni confederative – invalidate dall’assenza della rappresentanza prussiana –, ottenendo la partecipazione della Prussia alla spartizione dello Schleswig-Holstein – funzionale ad evitare l’espansione del regno danese a detrimento prussiano e ad impedire che l’Austria potesse acquisire territori a settentrione – e, infine, convincendo gli austriaci a non rinnovare i trattati che regolavano l’unione doganale tra i membri della Confederazione – una mossa che, complicando l’interscambio, avrebbe aiutato il sistema produttivo prussiano a disaccoppiarsi da quello austriaco.

Il diplomatico autodidatta, che aveva imparato la natura delle relazioni internazionali dai libri di storia, consapevole della verità sempreverde dell’amicus meus, inimicus inimici mei, nella seconda metà degli anni Sessanta avrebbe dato il colpo di grazia alle aspirazioni egemoniche di Vienna dando il via ad una partita a scacchi a quattro, cioè includente la neonata Italia e la Francia di Napoleone III.

Dopo aver siglato un’alleanza con l’Italia – destramente persuasa sollevando la questione del Veneto –, Bismarck procedette allo scioglimento della Confederazione germanica – improvviso, sì, ma comunque ritenuto prossimo ed inevitabile dagli austriaci –, il veridico casus belli della guerra lampo austro-prussiana – durata soltanto due mesi, cioè da giugno ad agosto del 1866. La guerra dei fratelli, come fu ribattezzata, si concluse con la sconfitta dell’Austria, costretta ad accettare la sovranità esclusiva della Prussia sui territori a settentrione del Meno e la fine, de jure et de facto, della Confederazione – i cui (ex) Stati membri, poco alla volta, sarebbero stati inglobati da Bismarck.

Nell’immediato dopoguerra, al di là di ogni pronostico, Bismarck avrebbe piegato l’imponente Russia di Alessandro II senza colpo ferire. Lo zar, invero, era preoccupato dall’ascesa dirompente della Prussia e aveva minacciato di interferire nel processo di pace austro-prussiano. Bismarck, a quel punto, giocò d’astuzia: intimò al sovrano russo di non intromettersi, convincendolo, paventando lo scoppio di una rivoluzione tedesco-guidata nella Polonia russa.

L’anno successivo, nel 1867, Bismarck avrebbe inviato un messaggio alla Francia, il secondo obiettivo della politica estera prussiana. Allestendo una conferenza internazionale a Londra, l’abile diplomatico ottenne che il piccolo Lussemburgo – un dominio sui generis protetto dalle truppe prussiane, amministrato dai Paesi Bassi e desiderato dalla Francia – fosse trasformato in uno Stato indipendente.

L’obiettivo di Bismarck, che Napoleone III avrebbe compreso soltanto più tardi, e con insanabile ritardo, era quello di provocare la Francia, incoraggiandola ad avviare una guerra che avrebbe potuto favorire l’unificazione delle terre germaniche. L’incidente del destino avrebbe avuto luogo tre anni dopo, nel 1870, quando i parlamentari spagnoli avrebbero offerto la corona vacante a Leopoldo, parente di Guglielmo I, suscitando le ire di una Francia preda della sindrome di accerchiamento.

Con un abilissimo machiavello – il celebre dispaccio di Ems –, Bismarck spinse la Francia a muovere guerra alla Prussia. Contrariamente alle attese di Napoleone III, però, quello che avrebbe dovuto essere un conflitto franco-prussiano si trasformò ben presto in un conflitto franco-tedesco, perché Bismarck, facendo leva sul germogliante pangermanesimo e corteggiando i principi tedeschi più prevenuti, trascinò nei combattimenti l’intera galassia ex confederativa – con l’eccezione dell’Austria.

Sconfitta la Francia e negoziati i termini dell’adesione al futuro Stato tedesco con ogni singolo principe dei territori germanici, il 18 gennaio 1871, con l’incoronazione a Versailles di Guglielmo I, nacque ufficialmente l’impero tedesco, di cui due mesi più tardi Bismarck sarebbe divenuto cancelliere.

Fatta la Germania e (già) fatti i tedeschi, nonché ridimensionati gli austriaci e piegati i francesi, Bismarck avrebbe dedicato il ventennio successivo al consolidamento dello Stato – dotato di un primitivo e avanguardistico sistema welfaristico e proiettato verso la modernità via investimenti nelle industrie bellica, pesante e navale –, all’addomesticamento delle potenziali quinte colonne – dalle campagne repressive contro socialisti ed anarchici al Kulturkampf contro la Chiesa cattolica, funzionale a ridurre le aspirazioni autonomistiche della Bavaria, potenzialmente strumentalizzabili da potenze cattoliche come Francia e Austria – e all’accrescimento della potenza tedesca sul piano internazionale – reso possibile spostando da Londra a Berlino le conferenze internazionali, rispolverando il pangermanesimo per ricostituire l’antico legame con l’Austria e creando una cinta muraria a difesa della Germania, e a latere dell’ordine bismarckiano, per mezzo di alleanze e intese cordiali con chiunque, dalla Francia alla Russia, e dovunque, dal Medio Oriente all’Africa.

Morì il 30 luglio 1898, sopravvivendo alla moglie e all’amato kaiser, dopo aver trascorso gli ultimi mesi a lavorare ad un ultimo capolavoro, questa volta autobiografico: Pensieri e ricordi di Ottone Principe di Bismarck (Gedanken und Erinnerungen).

Otto von Bismarck ha lasciato una mole di insegnamenti alla posterità, un bagaglio immane di lezioni in materia di statismo, diplomazia, strategia e geopolitica da cui sarà possibile attingere per sempre. Perché, oggi (e domani) come ieri, il vissuto del padre della Germania (ci) rammenta che:

  • Il caso può essere destino – quando un incarico viene ottenuto per una questione di fortuna, che si tratti di un seggio parlamentare o di un posto diplomatico, si colga l’occasione per dimostrare il proprio talento ai superiori (e meritare il titolo vinto fortuitamente) in luogo di comportarsi come dei supplenti disinteressati a cristallizzare la propria posizione;
  • Ogni Golia ha il suo Davide – una piccola potenza in ascesa può costringere all’inazione anche una grande potenza consolidata se in grado di riconoscere (e utilizzare) un jolly quando si presenta, come può essere una minoranza etnica da sobillare a scopo destabilizzativo;
  • L’importanza di non colpire per primi – il supporto della comunità internazionale ad una guerra può variare grandemente sulla base del suo essere offensiva o difensiva, perciò se l’intenzione è quella di ottenere una mobilitazione a proprio favore si potrebbe provocare il rivale sino a condurlo a dichiarare guerra, trasformandolo da vittima a carnefice e vincendo il sostegno di Stati altrimenti disinteressati ad entrare nel conflitto;
  • L’importanza dell’identità – fattori quali religione ed etnia possono essere strumentalizzati per trascinare in una guerra a due, e squisitamente politica, degli Stati gemelli o parenti dal punto di vista civilizzazionale, convertendo il conflitto in tutti contro uno;
  • L’imperativo della profondità strategica – i rivali vanno isolati preventivamente a mezzo di intese e alleanze con i loro nemici, ovunque si trovino e chiunque siano, nel nome dell’amicus meus, inimicus inimici mei;
  • Il corteggiamento è un’arma – un partner titubante e diffidente può essere spronato a prendere una posizione chiara e netta facendo appello ai suoi appetiti irredentistici e/o egemonici, mettendo l’esaudimento dei suoi desideri al centro del tavolo negoziale.

Più di ogni altra cosa, però, Otto von Bismarck (ci) ha insegnato che tutto è possibile. Che un giovane autodidatta può ingannare chi nella diplomazia è nato e cresciuto. Che l’astuzia può avere la meglio sulla forza bruta. E che, soprattutto, le relazioni internazionali sono imprevedibili: perché un ordine plurisecolare può essere spezzato in un decennio.