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Bernardo Attolico, il visionario dell’asse Roma-Mosca

L’Italia può vantare di aver dato i natali ad alcuni dei diplomatici, degli strateghi e degli statisti più capaci che la Terra abbia mai conosciuto. Uomini che hanno reso possibile l’impensabile: dall’unificazione della penisola delle mille signorie sotto un’unica bandiera allo sventolamento del tricolore su Tientsin, giungendo successivamente, durante l’epoca della guerra fredda, all’egemonizzazione del Mediterraneo allargato e al ruolo di ponte tra i blocchi.

Quella dell’Italia è la storia di una nazione che, benedetta dalla geografia – perché messa al centro del Mediterraneo – ma maledetta dagli eventi umani – perché circondata da grandi potenze che sognano di vassalizzarla –, viene periodicamente proiettata alta ad sidera dai suoi figli più estrosi, uomini di medio-bassa statura che non temono di competere con i giganti. E nel novero dei figli più geniali e temerari partoriti dal ventre dell’Italia va inserito il (quasi) dimenticato Bernardo Attolico, il diplomatico che sognava di dare vita ad una linea micaelica che unisse Roma e Mosca.

Bernardo Attolico nasce a Canneto di Bari il 17 gennaio 1880. Viene allevato in una famiglia che valorizza lo studio e le attitudini individuali, trovando nei libri una ragione di vita e nel supporto dei genitori uno stimolo che lo avrebbe portato all’università La Sapienza di Roma.

Dopo aver conseguito una laurea in giurisprudenza nel 1901, due anni dopo ottiene il titolo di insegnante di materie economiche negli istituti di istruzione secondaria superiore. Né la giurisprudenza né l’economia, però, ne soddisfavano gli appetiti di grandezza, perché Attolico, invero, voleva entrare nel mondo della diplomazia. Un sogno che avrebbe realizzato poco alla volta, a partire dall’anteguerra, quando viene inviato dal governo Giolitti IV tra Stati Uniti, Canada e Turchia per svolgere missioni attinenti alla sfera dell’emigrazione italiana all’estero.

Forte di un curriculum internazionale, nel 1914, all’alba della Grande Guerra, gli viene affidata la segreteria della Commissione reale per i trattati di commercio. Un ruolo che gli permette di conoscere l’Inghilterra – nella quale viene inviato per rappresentare il ministero dell’agricoltura, dell’industria e del commercio –, di approfondire la sua conoscenza delle relazioni internazionali e di migliorare la sua immagine presso gli ambienti politico-diplomatici del regno d’Italia.

Nel dopo-Caporetto, cause l’aggravarsi della guerra e il peggiorare delle finanze italiane, Attolico viene incaricato di attrarre aiuti di tipo economico e di reperire beni strategici utili alla prosecuzione delle ostilità e all’allontanamento dello spettro della bancarotta. Una missione che, svolta con solerzia, lo avrebbe fatto entrare nelle grazie dall’allora titolare del ministero del Tesoro, l’economista Francesco Saverio Nitti, e ne avrebbe cementato la fama di diplomatico sagace, integro e fedele alla bandiera.

Molto presto, con la nascita di un nuovo ordine – il fascismo –, quella rinomanza acquisita negli ultimi anni dell’era giolittiana lo avrebbe condotto ai vertici della diplomazia italiana.

La Grande Guerra è finita, sull’Italia aleggiano gli spettri della guerra civile e del collasso economico e una nuova forza politica va facendosi largo tra le macerie dell’epoca giolittiana: il fascismo. Servirà del tempo prima che Benito Mussolini si accorga di Attolico, che avrebbe trascorso il primo dopoguerra tra Francia, dove partecipa alla conferenza di pace di Parigi in qualità di consigliere tecnico della delegazione italiana, e Stati Uniti, dove viene spedito nelle vesti di commissario generale per gli affari economici e finanziari da Nitti, nel frattempo divenuto primo ministro.

Oramai considerato all’unanimità un astro in ascesa del risorgente mondo diplomatico italiano, alla ricerca di rivalsa per la “vittoria mutilata“, Attolico, una volta tornato in Europa, passerà più tempo a Ginevra – presso la neonata Società delle Nazioni, della quale scalerà rapidamente i vertici, divenendone vicesegretario – che a Roma.

Il richiamo della patria è, però, più forte di ogni altra cosa, perciò Attolico cede alle lusinghe di Mussolini, che prima lo manda in Brasile per guidare l’ambasciata di Rio de Janeiro – l’allora capitale, poi sostituita da Brasilia nel 1960 – e dopo, nel 1930, gli affida l’incarico della vita: il dossier Unione Sovietica.

Tra Roma e Mosca intercorrevano buoni rapporti – Mussolini riconobbe la legittimità della nuova entità statale nel 1924, ovvero nove anni prima di Washington –, il governo fascista abbisognava di alleanze funzionali ad aggirare le diffidenze dell’Europa occidentale e il fattore Terzo Reich non era ancora entrato in gioco: tutto sembrava lavorare a favore di una svolta diplomatica dalle implicazioni straordinarie.

Attolico, un realista con l’acume per gli affari – si era formato, del resto, su tavoli negoziali incentrati su commercio ed economia –, non avrebbe tradito le elevate aspettative in lui riposte dal Duce. Nel 1933, dopo un triennio di residenza a Mosca in qualità di ambasciatore, Attolico porta a casa un pacchetto di accordi di cooperazione economica e mette la firma sul patto di amicizia italo-sovietico.

Una missione delicata, quella di Attolico, alla luce delle profonde differenze tra l’Italia fascista e l’Unione Sovietica – sia in termini di ideologia sia in termini di politica estera –, ma che avrebbe esperito con la diligenza e l’avvedutezza tipiche del diplomatico, persuadendo le controparti a valorizzare i punti in comune in luogo di focalizzarsi sulle divergenze, a concentrarsi sull’immediato anziché sul lungo termine e a ricercare la cooperazione laddove possibile e desiderabile.

Una cooperazione limitata ma produttiva e guidata da un obiettivo comune – l’emancipazione dalla condizione di quasi-isolamento diplomatico a livello internazionale –, che, nell’ottica di Attolico, avrebbe potuto e dovuto spianare la strada ad una distensione allargata e durevole, facendo dell’Italia il ponte tra Ovest ed Est e mettendola simultaneamente al riparo da eventuali manovre sovietiche nell’Europa orientale.

Completato l’incarico moscovita e accontentato il Duce, Attolico, nel 1935, viene nominato ambasciatore a Berlino. Anche in questo caso, operando la strategia già collaudata dell’adattamento al contesto unito all’immedesimazione nell’altro, sarebbe sceso a patti con la Germania nazista riconoscendole il titolo di erede dell’impero guglielmino (Drittes Reich) e la legittimità delle pretese sulla Mitteleuropa.

Il futuro si sarebbe scritto più tra Berlino e Mosca che tra Parigi e Londra, Attolico ne era convinto, da qui la necessità di siglare dei patti di amicizia propedeutici allo stabilimento di alleanze suscettibili di trasportare Roma verso settentrione e levante, liberandola dall’infelice status di eterno Stato proletario.

Pacifista convinto, Attolico avrebbe voluto estendere la “diplomazia dei patti d’amicizia” all’intero continente e accolse con freddezza la svolta hitleriana di Mussolini, palesata dall’adesione al patto anticomintern, perché consapevole delle conseguenze, in particolare la fine del sogno di un asse Roma-Mosca e la perniciosa ideologizzazione della politica estera italiana.

Ogni tentativo di impedire la satellizzazione dell’Italia fascista alla Germania nazista si sarebbe rivelato infruttuoso, così come improduttive sarebbero state le aperture di canali di dialogo con i diplomatici-ombra ruotanti attorno al Führer alla vigilia dell’invasione della Polonia – che Attolico aveva pronosticato con largo anticipo, mettendo in guardia gli increduli Mussolini e Galeazzo Ciano.

Altrettanto inutili sarebbero state, infine, le pressioni esercitate sul Duce circa l’imperativo di non entrare in guerra, né a fianco di Berlino né di nessun’altra potenza. Pedinato dai tedeschi, perché consapevoli del suo lobbismo antiguerra, ed emarginato dagli italiani, perché alleati di Hitler, Attolico avrebbe trascorso gli ultimi anni di vita come ambasciatore presso la Santa Sede.

Muore a Roma il 9 febbraio 1942, all’acme della seconda guerra mondiale, lasciando un legato dal valore inestimabile ai posteri che lo avrebbero succeduto. Posteri del calibro di Giorgio La Pira, Giulio Andreotti e Amintore Fanfani, che nel 1975, in piena guerra fredda, avrebbero estratto dal bagaglio della tradizione diplomatica nostrana lo strumento preferito di Attolico – il patto d’amicizia –, impiegandolo per ritrovare un’amicizia perduta: quella con Mosca.